Mi è successa una cosa terribile e tremebonda.
E no, non il solito “oddio mi hanno riconosciuto al bar mentre mangiavo le olive ascolane e adesso devo parlare mezz’ora del libro”.
Peggio.
Molto peggio.
Sono finito sui giornali. E nelle televisioni. E nelle discussioni pubbliche. E ai tavoli con le istituzioni. E no, detta così sembra una roba bella, prestigiosa, importante. E in parte lo è pure. Ma siccome il mondo funziona sempre come una puntata scritta male dei X-Files ambientata a Bari vecchia con gli attori di Distretto di Polizia, a un certo punto succede inevitabilmente qualcosa di storto.
Come sapete quando la Camorra Barese si rimette in moto io finisco sempre in mezzo ai riflettori.
Inevitabile.
Se fai il biografo, lo storico, quello che passa metà della vita a ricostruire parentele criminali, intestazioni fittizie di bar, alleanze di quartiere, scissioni, regolamenti di conti e pure le preferenze musicali dei malandrini durante gli agguati, poi la gente ti cerca. E ti fanno sempre la stessa domanda del cazzo: “Ma non hai paura che ti facciano qualcosa?”
E io ogni volta devo spiegare che no.
Perché i malandrini veri, quelli seri, quelli che fanno davvero quella vita e non i cosplayisti criminali da TikTok col borsello Gucci tarocco e la Panda a GPL, paradossalmente mi vogliono pure bene. Perché si sentono raccontati bene. Rispettati. Capiti. Contenti loro. E tenetelo a mente: io a Bari non ho mai avuto mezzo problema con mezzo criminale.
Nemmeno con le mogli dei boss, che spesso sono più feroci dei boss stessi e hanno quella calma terrificante delle professoresse di matematica che prima ti sorridono e poi ti devastano l’autostima davanti alla lavagna.
Quindi ero tranquillo. Corazzato. Abituato alla sovraesposizione. Ma non potevo prevedere che proprio questa sovraesposizione mediatica e questa vicinanza alle istituzioni cittadine, provinciali e regionali mi avrebbero portato a essere praticamente sequestrato per strada da una persona che inizialmente sembrava un mitomane ben informato e invece era — come scoprirò subito dopo — una povera anima devastata da un delirio persecutorio strutturatissimo, certificato, clinico, da manuale universitario con le pagine piegate e sottolineate.
Quest’uomo mi contatta il giorno prima dell’ultimo evento pubblico.
Mi scrive che deve raccontarmi cose terribili. E già qui dovreste capire che io statisticamente sono destinato alla rovina perché se uno mi scrive “devo raccontarti cose terribili” io invece di bloccarlo penso “uh interessante”. E mi manda il documento d’identità.
Vero. Verificato.
Mi manda riferimenti storici precisissimi a una vicenda antica collegata a un ramo della Camorra barese così poco mainstream che praticamente per conoscerla o sei interno o sei me o sei uno che passa troppo tempo nei bar sbagliati ascoltando gli anziani parlare sottovoce davanti ai gratta e vinci.
E lì il mio cervello fa la cosa peggiore possibile: decide che forse vale la pena ascoltarlo.
Per cui organizzo l’incontro.
Ma in pubblico.
Sempre in pubblico.
Perché io magari sono curioso ma non abbastanza da finire dentro una puntata di Chi l’ha visto? con Federica Sciarelli che dice “l’ultima immagine lo ritrae mentre seguiva un uomo molto agitato dietro un parcheggio multipiano”.
E infatti ci incontriamo.
E all’inizio tutto fila. Tutto troppo bene. La storia è coerente. I riferimenti solidi. I dettagli accurati. Nomi veri. Bar veri. Prestanome veri. Proprietari reali dei bar. Una precisione chirurgica. E io mentre ascolto penso “o questo è dentro davvero o questo è il Michael Jordan della paranoia organizzata”.
Poi però cominciano i bug.
Perché lui professionalmente frequenta i bar.
Tanto. Troppo.
E quindi certe informazioni può averle raccolte semplicemente vivendo dentro quell’ecosistema tossico fatto di caffè, videopoker, cornetti scongelati male e uomini che parlano di omicidi come altri parlano del fantacalcio.
E soprattutto la storia inizia lentamente a mutare. A gonfiarsi. A diventare un gomitolo infinito dove dentro ci stanno audio, video, screenshot, chat, fotografie, messaggi cifrati, persone che lo seguono, auto che rallentano, moto sospette, funzionari corrotti, medici collusi, forze dell’ordine infiltrate, parenti traditori e killer prezzolati da almeno due clan diversi incaricati di eliminarlo.
Nel frattempo lui sviluppa un rapporto con le videocamere che io posso descrivere solo come “Solid Snake sotto acidi”.
Le evita. Le schiva.
Attraversa la strada di colpo. Si accuccia. Si nasconde dietro la gente. Si immobilizza quando sente una moto. Più di una volta rischia di finire sotto un’auto o un motorino pur di uscire dal raggio visivo delle telecamere. E io, che nel frattempo ho capito di avere davanti una persona fisicamente innocua ma psicologicamente completamente implosa, mi trovo in una situazione assurda: non riesco più ad andarmene.
Perché lui mi segue.
Mi parla mentre cammino.
Mi parla mentre provo ad allontanarmi.
E io non voglio assolutamente mostrargli dove ho parcheggiato, che auto ho, dove sto andando o con chi devo cenare. E nel frattempo sto facendo un’ora e mezza di ritardo a una cena dove mi aspettano e io non posso nemmeno mandare il messaggio sincero: “Scusate il ritardo ma sono stato sequestrato da un paranoico convinto che i servizi segreti regionali vogliano eliminarlo”.
Quando finalmente riesco a liberarmi promettendogli che approfondirò tutto, torno in auto distrutto e penso una cosa che continuo a ritenere verissima: i clan non mi inquietano minimamente quanto questo genere di sofferenza mentale. Perché il criminale ragiona.
Ha interessi. Logiche. Paure. Strategie.
Il delirio paranoico invece è un universo che si autoalimenta e si adatta a qualsiasi cosa. Una hydra greca con il dossier PDF.
E infatti nei due giorni successivi lui mi bombarda. Messaggi. Audio. Dossier. Cartelle zip.
E soprattutto una piantina Google della città con disseminate — giuro su quanto volete — qualcosa come cento chiavette USB da 4GB nascoste in vari punti di Bari contenenti “le prove”.
Una roba che Dan Brown levati proprio.
E mi informa pure di essere sopravvissuto a un nuovo attentato fuggendo a piedi su una statale a quattro corsie. Quindi mettendo a rischio se stesso e pure gente che magari stava solo andando a comprare le friselle.
A quel punto io faccio la sola cosa sensata: rintraccio i parenti.
Perché uno dei parenti coinvolti io lo conosco davvero. Persona specchiata. Funzionario serio. E lì scopro che tutta la vicenda è tristemente nota ai servizi psichiatrici e probabilmente gestita con molte difficoltà e molte sottovalutazioni.
E quindi oggi pomeriggio — fantastico, meraviglioso, sublime — invece di farmi i cazzi miei io starò a parlare con una dirigente sanitaria di questa situazione. Perché evidentemente la mia vita doveva prendere questa piega da mediatore involontario tra paranoia strutturata, apparati sanitari e mappe del tesoro degne dei Goonies.
Ma la cosa che più mi ha sconvolto — e qui arriva il dettaglio davvero importante — è un’altra. Ho scoperto ieri che quest’uomo era un pezzo grosso della formazione nelle vendite aggressive.
E lì ho capito tutto.
Ho capito perché risultasse credibilissimo. Perché i paranoici intelligenti e strutturati non ti raccontano mai la stessa storia allo stesso modo. Ti profilano. Ti studiano. Ti leggono. Capiscono i tuoi interessi, le tue competenze, le tue ossessioni, i tuoi bug cognitivi. E poi costruiscono addosso a te una versione sartoriale del delirio perfetta per catturarti. Con me ha usato la Camorra storica. Con altri usa altre chiavi. E improvvisamente ho capito una cosa terrificante: il problema non è la follia. Il problema è quando la follia impara le tecniche del marketing.
Come dico sempre, alla fine, la mente umana è molto più criminale pure della mafia.
