Come concili lavoro e vita domestica?
La vita domestica e il lavoro sono una faccenda stranissima da conciliare quando fai un lavoro autonomo. Ma autonomo sul serio, non autonomo LinkedIn, che ormai pure uno che vende cover per iPhone su Etsy si definisce “CEO”. Intendo autonomo nel senso che a volte devi persino chiederti se hai da lavorare oppure no. Che è una sensazione molto più angosciante di quanto sembri quando la racconti ridendo davanti al caffè. Perchè il lavoro dipendente almeno ha la dignità tragica della certezza: sai che alle nove devi stare lì, sai chi ti rompe i coglioni, sai pure quando odiarti. L’autonomo invece vive in questa terra di mezzo per cui ogni tanto alle undici di mattina ti fermi, guardi il vuoto e pensi: “Aspetta un attimo… ma io oggi che cazzo sto facendo esattamente?”. E il problema è che spesso la risposta è “boh”.
Il fatto è che io, gestendomi completamente per i miei stracazzacci tempi, committenze e incombenze, finisco quasi sempre per riuscire a conciliare tutto. O meglio: per riuscirci apparentemente. Perchè poi la verità è che tengo insieme la vita con quattro accortezze ridicole che sembrano uscite da un manuale di routine per uomini noiosi ma che nel mio caso convivono con lavori che ordinari non sono affatto. Tipo: svegliarmi presto. E già questa sembra una roba banalissima da persona adulta funzionale. Ma un conto è svegliarsi presto per fare il panettiere, il pescatore, il giornalaio o il fruttivendolo ambulante che alle cinque del mattino bestemmia scaricando cassette di albicocche e bestemmia pure bene, con esperienza liturgica quasi. Un altro è svegliarsi presto per fare vite lavorative che esistono a metà tra l’intellettuale, il tossico da tastiera e il tizio che ogni tanto finisce in televisione a parlare delle peggio cose successe agli esseri umani.
Quindi io mi sveglio presto, accompagno il pupo a scuola, verifico di aver fatto la spesa settimanale nel giorno giusto perchè la spesa settimanale saltata è una bomba nucleare sulla serenità familiare, mi sincerò di aver dato almeno trenta minuti di attenzione ai bonsai — che sono esseri viventi molto più permalosi di quanto creda chi non ne possiede — e poi a quel cazzo di Lagotto Romagnolo con l’alopecia che si chiama Choco e che sembra costantemente un cane sopravvissuto a una guerra chimica ma con l’entusiasmo di un cretino felice.
E poi salgo al piano superiore.
Che detta così sembra elegante, quasi aristocratica, tipo “mi ritiro nel mio studio”. In realtà salgo in una stanza di trenta metri quadri che dovrebbe essere il mio studio professionale e che un giorno sarà pure bellissima quando smetterà di essere il deposito di tutto ciò che non è stato buttato durante la ristrutturazione dell’enorme appartamento di famiglia, duecentosessantaquattro metri quadri vissuti per quasi cinquant’anni da esseri umani convinti che buttare le cose fosse peccato mortale o quantomeno disdicevole.
Quindi il mio studio oggi è una specie di archeologia del disordine. Un luogo dove i vigili del fuoco entrerebbero, guarderebbero attorno in silenzio e poi mi negherebbero l’abitabilità per crimini contro la sicurezza sul lavoro. Ci sono ancora muri a rustico. Tre nicchie chiuse da intonacare. Due porte murate. I battiscopa saltati. Il pavimento che è un misto di polvere, cemento, macchie misteriose e residui dell’ultima glaciazione edilizia. Quattro dita di polvere ovunque. Pure sulla frogovetrina — sì, frogovetrina, perchè evidentemente volevo scrivere frigovetrina ma il cervello ormai vive in un suo dialetto privato — dove tengo le bottiglie di champagne per le morti eccellenti. Che detta così sembra una frase da supercriminale Marvel ma in realtà è semplicemente un mio personalissimo rituale antropologico.
Però.
Se io sto lì dentro, normalmente niente riesce davvero a rovinarmi la vita. Tranne la telefonata di mia moglie che mi chiede cosa voglio per pranzo. E non perchè mi dia fastidio lei, ma perchè il resto del mondo fuori da quella stanza, se non è lavoro, è vita domestica e sociale. E io con la vita domestica e sociale vado d’accordo finchè resta ordinata. Se invece arrivano imprevisti, contrattempi, rotture di coglioni, allora divento intrattabile. Urlo. Bestemmio contro entità metafisiche che probabilmente non esistono — cioè le vostre Madonne, verso cui ormai sono praticamente abusivo edilizio — e soprattutto contro i santi, con cui ho un rapporto ancora peggiore. Tant’è che mi piace sapere sempre il santo del giorno solo per poterlo vituperare adeguatamente come un Pacciani con la biblioteca.
E quindi scendo, risalgo, sistemo cose, perdo tempo, perdo flow, perdo concentrazione. E chi lavora con la testa sa benissimo che il flow è tutto. Quando perdi il flow puoi pure restare seduto alla scrivania altre cinque ore ma produrrai l’equivalente intellettuale di una scoreggia triste.
Però la vera difficoltà non è nemmeno questa.
La vera difficoltà è conciliare le emozioni.
E questo chi mi legge da tempo già lo sa. Ma siccome magari oggi passa di qua qualcuno nuovo, glielo spiego bene. Perchè la vita domestica dovrebbe essere il porto sicuro. Il luogo dove torni pulito, disarmato, umano. Mentre la vita professionale mia consiste nell’osservare, studiare, partecipare, raccontare e analizzare le cose peggiori che un essere umano possa fare a un altro essere umano. Criminalità, violenza, sopraffazione, miseria morale. Pure i TikTok di certa gente, che a volte sono peggio degli atti giudiziari perchè dentro ci trovi la banalità quotidiana del male con le musichette trap sotto.
E questa roba sporca.
Sporca davvero.
Non fuori. Dentro.
Il mio lavoro ti lascia addosso residui morali. Tossine emotive. E allora io a volte mi fermo davvero a pensare: come faccio ad abbracciare mio figlio e baciarlo in testa dopo aver passato ore immerso nelle cose peggiori del mondo? Come faccio ad abbrancare — che è diverso — mia moglie, baciarla in bocca con la mano sul sedere, il suo non il mio, e sentirmi ancora umano se ho passato la giornata dentro l’orrore degli altri?
E quindi ho sviluppato un rituale.
Prima di entrare in casa faccio un respiro lungo. Poi due minuti di decompressione mentale. A volte penso a cazzate. A volte mi ripeto parolacce zozze nella testa come farebbe un bambino di undici anni lasciato solo troppo tempo con internet. Poi entro. Saluto tutti. Ma senza ancora essere davvero tornato.
Perchè prima devo andare in bagno.
E lì faccio la seconda doccia della giornata.
Veloce. Bollente. Pure d’estate.
Questa senza sapone. Senza shampoo. Senza niente.
Solo acqua fortissima addosso.
Come se dovessi levarmi via qualcosa che non si vede.
Poi mi rivesto da casa.
E solo allora esco dal bagno e vado davvero a salutare il resto della mia vita.
