E comunque, prima della faccenda:
Ma ve lo ricordate Pappalardo che urlava “Mi vuole ammazzare!” indicando Zechila, er Mutanda? Lirismo totale da TV eh!
Comunque: stavo per morire qualche giorno fa.
Non è un modo di dire, non è una di quelle iperboli da gente che ha bisogno di alzare la posta perché la vita normale non gli basta: stavo proprio per lasciarci la pelle, in data tecnica Pasquetta 2026, che già di suo è una giornata che meriterebbe una revisione costituzionale senza referendum ma per mio imperio perchè da quando bevo molto meno e faccio molto meno bullismo perchè è ormai pieno di bambini non mi diverto più.
Ero a casa dei miei, pioveva — ovviamente pioveva, perché a Pasquetta piove sempre, è una clausola scritta nel contratto tra il vostro dio senza maiuscola e il calendario — e stavamo a tavola, che è il posto dove statisticamente muori nelle feste, tra un boccone e una battuta che non fa ridere nessuno ma tutti fanno finta.
C’era la TV accesa in sottofondo, TG3, come sempre nelle case dei comunisti che ancora credono alla favola di TeleKabul, quello delle 14:30 o giù di lì, quel momento sospeso in cui le notizie ti scivolano addosso mentre mastichi carne che è sempre un filo più dura di quello che vorresti, e parte alla fine il rullo pubblicitario, e lì succede la cosa che non dovrebbe succedere mai: invece di stare nelle chiacchiere, nelle voci sovrapposte, nel rumore umano che ti protegge, io mi isolo. Ma non nel senso romantico, nel senso sbagliato. Mi attacco con gli occhi e con il cervello alla pubblicità.
E parte la sega mentale!
Perché è nuova, questa.
Perchè so che pubblicità è ma come sempre l’hanno cambiata.
E già questo dovrebbe bastare a farmi dire “lascia perdere, mangia e taci”, invece no, scatta quella curiosità malata, quel “vediamo che stronzata si sono inventati stavolta” che è la stessa cosa che ti fa guardare gli incidenti in autostrada rallentando.
Non c’è più lo stronzo delle statistiche, quello che ti racconta che ti entreranno in casa nove volte su dieci, roba totalmente fuori scala visto che i furti in casa sono in contrazione — sì, lo dico subito così almeno togliamo il velo di ipocrisia parlo di Verysure — ma loro niente, spingono, perché la paura è una droga più pulita della realtà.
Vedo il logo. Eccoli, l’ho detto: Verysure.
E già lì mi parte la bestemmia interna: ma guarda me, che sto per farmi rovinare la digestione da ‘sta roba.
Però guardo.
Partono loro, i nuovi due attori che si fingeranno derubati.
Due quasi anziani.
Credibilissimi, va detto, su questo sono bravi, sembrano veri, sembrano quelli che ti parlano al supermercato mentre scegli i pomodori e ti raccontano tutta la loro vita senza che tu abbia fatto niente per meritarlo.
Raccontano che sono al cinema.
Lei ha quella faccia da cagna bastonata, la mano sul petto, l’occhio che scende verso il basso in quella specie di parabola triste che mi ha sempre fatto pensare alla piscia contro il muro, non so perché ma nella mia testa le due cose sono collegate, e dice che le arriva una notifica.
E qui già io comincio a ridere. La notifica?!
Piano. Dentro, rido. Senza aprire la bocca, perché a tavola non si sputa, non si ride con la carne in bocca, non si fa scena, che già mia madre mi guarda e pensa “questo è trimone” — parola tecnica di casa nostra — e mia moglie lo pensa sempre, quindi mi concentro su mia madre per avere un giudizio più fresco.
Lei, la vecchia, dice: “Io speravo fosse un errore.”
E io dentro muoio, perché è un turning point narrativo così scoperto, così scolastico, che mi sembra di vedere il copione con le evidenziature. Intanto lui si infila nel racconto, si sovrappone, fanno quel mezzo litigio domestico per chi deve parlare, che è geniale perché è vero, succede in tutte le case quando entra una telecamera e un microfono, e tu maschio che guardi pensi “cazzo, succederà anche a me, allora è vero, devo mettere l’allarme”, perché oltre alla paura ti vendono pure la dinamica di coppia.
E intanto raccontano il furto.
Il classico furto.
Quello mitologico.
Quello da paese tipo Bitonto — con tutto il rispetto per le loro abilità criminali e per la loro violenza e volgarità gratuita in tutto, ma anche senza — dove entrano, devastano, buttano all’aria tutto e poi, non si sa perché, ti pisciano in salotto e ti cagano sul letto matrimoniale, che è una roba che mi ha sempre affascinato: ma perché? Boh.
E loro dicono che parlano al ladro. E io mmi immagino “Adesso sono brutti quarti d’ora tuoi.” Così, puliti, educati, da spot. E io lì perdo un pezzo.
Perché io me li immagino davvero. Ma un pelo diversi, più veri, più pulp. Ed è questo che fa ridere: mettere i dialoghi pulp in bocca a due quasi anziani in quasi lacrime e molta ansia.
Non così.
Non educati.
Me li immagino che urlano allo schermo come pazzi.
“Tua madre fa la troia!” (citazione Gasparri, patrimonio nazionale), “Gran pezzo di cogliuone che sei!” (cit. amico mio con la sorella, che mette sempre la U), “trimone di mmmerda!”(autocitata.) con tre M, marchio di fabbrica mio.
E rido.
Rido di più.
Sempre senza aprire la bocca, con il boccone lì che diventa una mina inesplosa, perché sai benissimo che se ti parte il colpo sbagliato muori soffocato e finisci al telegiornale come “uomo deceduto durante il pranzo di Pasquetta”, che è una morte che non auguro nemmeno al mio peggior nemico.
Poi arriva il dio della pubblicità e della macchina – deus ex machina, no?
Il centralinista. La voce.
Che non dice “Fermo, He-Man!” come negli Offlaga — e lì già mi dispiace perché sarebbe stato perfetto — ma dice: “Fermo, ti stiamo registrando, adesso inserisco il fumogeno.”
Educato. Sempre educato.
Perché se lavori in un call center non puoi permetterti di mandare a fanculo un ladro, che poi magari la registrazione la sentono e pensano che stavi insultando il cliente e ti licenziano.
Quindi policy: gentili anche con chi ti sta svuotando la casa.
E parte il finto video.
Il bitontino — sempre lui, figura mitologica ormai — che scappa nel fumo come un lemming di un videogioco, urlando male mentre muore male. E loro sorridono. Soddisfatti. Salvi.
E io ormai sono perso.
Perché mi immagino me stesso al loro posto che faccio il gesto dell’ombrello davanti alla telecamera, plateale, volgare, soddisfatto come un bambino scemo. E il riso parte.
Ma non quello normale.
Quello che si autoalimenta.
Perché ti vedi da fuori. Capisci che stai ridendo per un viaggio mentale che fa ridere solo te. Vedi gli altri che ti guardano. Tuo figlio che dice “papà, papà che succede?” e tu non puoi rispondere. Non puoi parlare. Non puoi respirare bene. E chiedi a tutti di non pensare a te a gesti, di fare silenzio, ma intanto sei bordeaux – spero averlo scritto bene – e ti alzi e ti muovi male e rischi sempre più di morire.
E lì arriva il momento.
Quello brutto.
Il boccone.
Grosso.
Carne.
E tu pensi: non fare stronzate. E questo ti fa ridere ancora di più. E quindi non respiri. E quindi stai davvero per morire.
Ti alzi. Ridi. Peggio. Perché la situazione è grottesca: stai ridendo della tua morte imminente e questo ti sembra la cosa più divertente dell’universo. E ti passa in testa “sto morendo per Verysure” e lì è finita.
Ricompaiono i vecchi. Ma nella mia testa bestemmiano al cinema, urlano parolacce che da due anziani non ti aspetti, la gente si gira “oh, ci stanno i bambini”, e lei risponde “Zitto, stronzo coi bambini, parolacce quante ne vuoi, ci stanno svaligiando casa questi infami!” e continua.
Io sputo. Devo sputare. Se no muoio.
Sputo. Respiro. Tossisco. Sopravvivo.
E facci quello che non dovrei fare: bestemmio la vecchia. Tutti i morti della vecchia. E mia madre sbotta: “Ma perchè?!”
Ridendo chiedo “Pietà!” dico che muoio se continuano.
Prendo fiato.
E guardo mia moglie che mi guarda con la faccia di una delusa, un sacco delusa. E la delusione certe volte è assai peggio della rabbia fidatevi.
Cinque minuti dopo, tra risate che tornano a ondate, provo a spiegare.
“Era per Verysure.”
E mia moglie, con quella lucidità che solo chi ti conosce davvero può permettersi, sbotta: “Lo sapevo che eri trimone, ma fino a rischiare di morire no.”
E quindi sì.
Stavo morendo a Pasquetta.
Per una pubblicità.
E ora vi dico due cose, così almeno questo delirio ha una coda utile.
Verysure sarà anche una cosa utile, per carità, ma i furti in casa sono davvero in calo, non è la giungla che vi raccontano. E soprattutto: loro investono, sì, ma la malavita investe molto di più. Tecnologicamente stanno sempre un passo avanti. Il crimine in Italia spende 10 volte quanto noi spendiamo come percentuale del PIL in studi sulla sicurezza.
Soprattutto, tutto quello che è collegato, smart, remoto, è anche una porta aperta per chi sa dove mettere le mani. E quelli sanno.
E dalla porta entrano e la prima cosa che fanno è mettertelo nel culo.
Se avete ansia — comprensibilissima — fate una cosa controintuitiva: andate sul primitivo. Chiedete sistemi vecchi di almeno quindici anni – che si possono realizzare anche in casa con poco e sono sempre venduti – con sirena invalidante, proprio così, esistono davvero, e pregate di non dimenticarvi mai di disattivarla perché vi fa vomitare dal fastidio.
Usate roba semplice, diretta, magari tendine laser, sono molto performanti e non bloccatili da fuori. Semplicemente scattano e poi l’allarme suona. E se avete messo l’invalidante, fa male – il fumogeno è coreografia a meno che non siate così incoscienti – e pure un pelo merde – per acquistare via web i fumogeni di fabbricazione izraeliota, che rischiano di ammazzare sul serio, ma vi fanno caricare conseguenze penali e se voi stessi sbagliate a disinserire potrebbero avere conseguenze anche letali su di voi – sicuro due anziani come quelli li ammazzavano, per dire.
Tendina laser ad ogni ingresso e sirena invalidante.
Meno è intelligente, meno è attaccabile. Più è scemo, più funziona.
Perché altrimenti quelli vi entrano, vi rubano tutto e poi, per coerenza narrativa, vi pisciano in salotto e vi cagano sul letto matrimoniale – che allora sì che cha – voce del verbo ciavere – senso.
E poi ditemi, comunque, se sono normale.
A ridere così, intendo.
