Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Certe cose, però, vanno dette bene. Ci provo.

Diciamo che la Borrelli l’ha toccata fortissimo. Ma tipo con la delicatezza epistemologica di uno che entra in una cristalleria guidando un Daily Iveco pieno di mattoni e urlando “tranquilli, mio cugino una volta ha fatto il presepe!”. E lo ha fatto — almeno per come la vedo io — dall’alto(?) di una formazione che con quella materia c’entra più o meno quanto io con la danza classica: posso avere opinioni, posso pure guardarla con interesse, ma se mi metto a spiegare le punte, i tendini e la biomeccanica delle ballerine poi finisce che qualcuno si rompe davvero qualcosa. E non metaforicamente.

Io però qualcosa sento di doverla dire. E lo faccio pure con una prudenza che normalmente riservo solo alle centrali elettriche sovietiche anni ’80 e alle donne che mi dicono “ti devo parlare”. Perché su queste cose sono stato formato. Non come psichiatra — e qui infatti siamo nella sfera profonda, melmosa, delicatissima dell’elaborazione inconscia, della fantasia sessuale, del desiderio dissonante, della roba che uno prova, immagina, teme, rimuove, sublima e spesso non riesce nemmeno a raccontarsi allo specchio senza sentirsi strano. E proprio per questo io, che qualcosa ho studiato ma non abbastanza da mettermi il camice dell’oracolo televisivo, ci vado piano. Piano davvero. Perché basta una parola sbagliata e trasformi una discussione scientifica in una sagra della minchiata colta.

Io non dimenticherò mai una frase di Simonetta Costanzo — psicologa, docente del corso, una persona che almeno aveva il buon gusto di sapere quanto il cervello umano sia una fogna elegantissima piena di specchi e trabocchetti — che disse una cosa precisissima: “Attenzione, il tema del consenso nella sessualità è scivolosissimo quando si entra nella testa tanto di un uomo quanto, paradossalmente, di una donna”.

E no, non lo disse per legittimare porcherie da cavernicoli col fetish del “eh ma lei sotto sotto voleva”. Lo disse perché chi studia davvero la sessualità umana sa una cosa che il dibattito televisivo italiano, ridotto a Porta a Porta e agli aperitivi dei laureati all’Università della Vita, non riesce proprio a metabolizzare: le fantasie sessuali non coincidono automaticamente coi desideri reali né tantomeno coi comportamenti leciti. E sì, è verissimo che è comune — COMUNE, non “ognuno di noi”, porca Madonna della statistica applicata — fantasticare dinamiche fuori dalla sfera del consenso espresso o tacito. Lo è nei giochi condivisi di coppia dove i “no” stanno dentro una grammatica relazionale consensuale e chiarissima. Lo è nelle fantasie private maschili e femminili non condivise. E qui non parliamo di forum di incel o dei messaggi motivazionali di qualche istruttore di krav maga che odia le donne: qui parliamo di studi pubblicati su riviste scientifiche serissime, validate, roba che se la leggi senza strumenti ti si annodano pure le sinapsi.

Ed è persino vero — e qui la questione si fa ancora più delicata e tragica — che perfino l’orgasmo può verificarsi in contesti traumatici e non consensuali. E questa è una delle cose più devastanti da spiegare a chi ragiona col cervello da cinepanettone erotico anni ’80. Perché il corpo può reagire indipendentemente dalla volontà cosciente. Può succedere come meccanismo di protezione, di dissociazione, di risposta fisiologica scollegata dal desiderio reale. E quando una donna deve poi elaborare quella roba in terapia o in denuncia, il fatto che il suo stesso corpo abbia reagito viene vissuto spesso come una colpa, una vergogna ulteriore, una contaminazione. E invece arriva il coglione televisivo di turno che semplifica tutto come fosse una discussione sul fuorigioco.

Di abuso, sesso, fantasie, consenso e rimozione si può parlare. Anzi: si deve parlare. Ma dovrebbe farlo chi è davvero titolato. Chi ha strumenti scientifici robusti. Chi sa distinguere una statistica da un’assolutizzazione da bar sport. Chi non li ha dovrebbe avere il buon gusto di limitarsi a riferire quel che la scienza dice, senza trasformarsi nel santone del “ve lo spiego io come funziona la mente femminile”, che già detta così fa venire voglia di usare una spranga. E chi non ha nemmeno quelli di strumenti dovrebbe fare una cosa semplicissima e rivoluzionaria: citare chi ne sa più di lui e poi stare zitto. Che è una pratica bellissima, sottovalutata e rarissima nel panorama mediatico italiano dove chiunque, dal nutrizionista ai delitti di provincia fino al meccanico esperto di geopolitica, sente il bisogno fisico di spiegare tutto.

Il problema enorme, in una discussione che non riguarda solo Garlasco ma cento, mille altri casi tutti diversi tra loro, tutti terribili in modo diverso, è che al centro c’è quasi sempre un NO che non è stato ascoltato. E quindi quando in televisione cominci a confondere parole come COMUNE e OGNUNO DI NOI stai facendo un disastro. Perché “comune” significa statisticamente riscontrabile. “Ognuno di noi” significa universalizzare. E universalizzare una fantasia delicata, profonda, potenzialmente traumatica significa fare a pezzi il confine tra fantasia, realtà, desiderio, violenza e consenso. Che è esattamente il confine che invece dovrebbe essere custodito con la cautela con cui trasporti nitroglicerina sulle buche della statale adriatica.

E pesa pure la voce che parla. Perché se certe cose le spiega uno psichiatra forense, uno psicoterapeuta serio, una persona che studia trauma e sessualità da vent’anni, magari ti siedi, ascolti e capisci pure qualcosa di te stesso senza sentirti un mostro o senza rischiare di diventarlo. Se invece diventano slogan da talk show, allora hai solo creato altra confusione, altra violenza simbolica, altra gente convinta di aver capito tutto da tre minuti di dibattito tra plastici, pubblicità del materasso e Vespa che annuisce grave come se stessero discutendo la crisi dei missili di Cuba.

Da un programma di approfondimento uno si aspetterebbe questo: profondità. Prudenza. Complessità. Strumenti. Ma Porta a Porta, ormai, forse non vuole essere quello. Forse vuole essere semplicemente il posto dove le tragedie vengono messe sotto una bella luce da salotto buono e trasformate in intrattenimento da dopocena per gente che mentre ascolta si spalma pure il philadelphia sul cracker integrale sentendosi intelligente.

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6 risposte

  1. Avatar Vittorio Tatti

    I programmi tv sono spazzatura, solo che chi li organizza e li presenta non sarebbe degno nemmeno di fare il netturbino.
    Sulla dinamica di coppia concordo, aggiungendo un dettaglio: quando si pratica un gioco di ruolo (chiamiamolo così) nel quale si simula una sorta di “violenza”, è buona norma utilizzare una parola d’ordine che serve a mettere fine alla simulazione, visto che un no vale come un sì all’interno del copione.
    Il problema è che certa gente o è troppo stupida per capire certe cose oppure si vergogna di ammettere che, sotto sotto, un brivido di piacere si prova a superare certi limiti.
    Spesso non è l’atto in sé a eccitare, ma la pura trasgressione.

    1. Avatar Domenico Mortellaro

      Il problema è in TV farlo dire SOLO SCIENTIFICAMENTE e a persone TITOLATE.

      1. Avatar Vittorio Tatti

        Non puoi aspettarti che la tv di Stato italaiana faccia divulgazione scientifica, scherzi?
        Gli spettatori preferiscono la polemica all’informazione.
        Detto questo, a me hanno rotto i coglioni anche le persone titolate affette da manie di protagonismo (vedi i vari Bassetti e Burioni ai tempi della pandemia).

      2. Avatar Domenico Mortellaro

        Il piglio di un esperto può essere discutibile. Il problema è che o si torna a un servizio pubblico efficiente capace di stare anche sui social o finiamo male. La stampa e i media servono, mettiamocelo in testa. Per quanto ci possano apparire “antipatici” (con tutte le sfumature del caso) vivere senza intermediazione dei corpi intermedi è da cavernicoli. E i cavernicoli con gli smartphone sono pericolosi per tutti. Non è piacevole una società di bruti che non ha idea di quel che succede e si fa idee con strumenti random.

  2. Avatar Sandro Battisti

    plausi…

    1. Avatar Domenico Mortellaro

      Inchini commossi

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