Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Io ho sempre avuto un problema con i ruoli.

Non quelli belli, puliti, edificanti, quelli da catechismo con la faccia a posto e le mani giunte, no. Io avevo una tensione precisa, chirurgica, quasi professionale, per i ruoli sbagliati. Quelli sporchi. Quelli che puzzano di ferro, di sangue, di gente che se ne sbatte il cazzo del contesto e tira dritto. E tutto questo, ovviamente, si innestava perfettamente sulla figura storica di Gesù di Nazareth, che è una di quelle storie dove se vuoi fare il bravo hai già perso, perché i bravi lì sono già assegnati e non c’è spazio.

Perché sì, tutti vi ricordate — o dovreste — di quella mia ossessione infantile per Erode e la Strage degli Innocenti. Quella roba lì. Ma quello era solo l’inizio. Era la propedeutica. Perché poi negli anni è salita una roba più grave, più strutturata, più consapevole: io volevo fare il centurione.

Non uno qualsiasi. Quello pezzo di merda.

Quello che mena. Ma mena davvero. Non per coreografia, non per scena, ma per mestiere. Quello che ci mette dentro anche una quota personale, gratuita, immotivata, sadica. Perché sì, la legge romana lo imponeva, la legge ebraica era d’accordo, il contesto era quello giusto, nessuno il giorno dopo sarebbe venuto a dirti “scusi, ma lei ha esagerato”. E quindi dentro quella zona franca, dove tutto è lecito perché è legittimato, si apre il vero spazio creativo dell’essere umano: fare peggio del necessario.

Ma proprio un sacco peggio, eh!

E poi mettiamoci pure un attimo nei suoi sandali, dai. Sei lì, sole a picco, alcool che gira – già allora stava tutta una roba tirata pure col miele e quindi con gli zuccheri e quindi massimamente più rovinosa per il cervello – giornata lunga, routine di morte e armi di fortissima inflizione di sofferenze.

Ti portano l’ennesimo tizio che si crede qualcosa.

E tu che pensi? Pensi davvero “oh guarda, sta nascendo una religione”? No. Pensi “ecco un altro coglione che si crede Gesù Cristo” – ah no, la faccenda cominciava qua. Comunque, dai, ci siamo capiti.
Come oggi!
Dal Presidente degli Stati Uniti a una fila interminabile di gente parcheggiata nei nosocomi e nelle case protette, è pieno il mondo di gente che si crede Gesù, Napoleone, Nerone, Garibaldi.
All’epoca era uguale.
Ok, facciamo così: “Questo sarà uno che si crede Isaia, Abramo, Mosè”.
Quello che vuoi.

E quindi via: gatto a nove code.
Che solo se ne aveste mai avuto uno vero in mano, adesso capireste.
Cazzo se mi capireste.

E quando il tasso alcolico sale e la noia cresce, inizi a inventarti robe pure meglio.
La corona di spine — che non mentite è geniale.
La spugna con l’aceto — raffinata e ripresa in questi ultimi anni a Gaza come unico disinfettante lasciato in giro – vedi che certe abitudini sono dure a morire?
I chiodi — e qui attenzione, perché non erano nelle mani ma nei polsi e nelle caviglie, e questo spiega perché le stigmate siano una roba da suggestione autoimmune, roba rara ma documentata, neuroscienze applicate alla religione che un giorno magari vi spiego seriamente perchè io le cose le studio, non mi fido dei testi senza validazione scientifica — oppure se non sono una autoimmune sono abuso della credulità popolare ma quel santo nuovo di zecca era scudato dallo scudo penale voluto dal concordato stato chiesa delle leggi vaticanissime.

Insomma tutta una serie di installazioni creative che oggi chiameremmo performance art, all’epoca era solo giornata di lavoro.

E io quella roba lì la volevo fare.

Il venerdì santo, per me, a volte è stato un problema serio.

Una volta mi sono fatto settantotto chilometri per andare a vedere The Passion of the Christ, perché ti devi documentare, non puoi improvvisare, e quello è l’unico film che almeno ci prova a farti vedere come potevano essere andate davvero le cose, senza filtro, senza edulcorazione.
E lì ho capito che avevo ragione.
Perché quei tizi non erano demoni, non erano figure mitologiche: erano stronzi ubriachi, stanchi, incattiviti da una vita di merda, e soprattutto convinti di stare gestendo le ultime ore di un pazzo destinato a non lasciare traccia.

Infatti di loro non sappiamo un cazzo.
Nemmeno le scritture, che di solito non si fanno problemi a dare nomi e cognomi, se li ricordano.

E poi c’è il popolo.
Che sbaglia sempre.
Guardate Barabba.
Che si chiamava pure lui Gesù. O hanno sbagliato per mancata disambiguazione, oppure hanno proprio scelto male. Perché Barabba era un violentatore, un pluriomicida, una merda completa, e questi lo liberano e mandano a morire un rivoluzionario un po’freak e due ladruncoli.

E tu capisci che la folla non è mai una garanzia.

Dentro questa roba io ho fatto pace anche con certi episodi miei.

Tipo quella volta, venerdì santo, in quel posto che era formalmente un circolo ARCI o ACLI ma in realtà fiscalmente una discoteca per chierichetti comunisti con la canna e lo sbevazzatoio, dove si facevano campi di qualunque cosa — sadismo, amore libero, confusione generale — e io decido che è il momento di inscenare una processione alternativa.

Vivente.

Prendo un amico. Quello del frustino. Che già di suo aveva un curriculum interessante. Lui dice “no, non mi fido”.

E come dargli torto, no? Io gli dico “ma va, al massimo succede come in Amici Miei atto secondo, due cazzate, qualche schiaffo finto, carte appallottolate”.
E lui come sempre mi crede, ma ormai sono convinto sia masochista perchè ancora oggi a distanza di vent’anni qualche volta, quando non siamo con le mogli, si lascia bullizzare.

E quindi acconsente e per dodici minuti — dodici — finché non mi portano via in cinque tra le risate generali, io e altri due sodali diamo il peggio del peggio. Inclusi tre minuti di croce vera, portata su una statale — sul ciglio, tranquilli — e io che urlo alle macchine “sputatelo!”.
E lo frusto con la cinghia urlando cinghiamattanza (cit.).

E la cosa peggiore è che non era nemmeno la prima volta.

Anni prima, ma altro soggetto. Questo successivamente sparito dai radar, so che vive in Sardegna ma quando gli chiesi l’amicizia mi ha preventivamente bloccato. Venerdì Santo. Legato a un cancello. In un agro sconosciuto, a quattro chilometri e settecento metri dal centro abitato. Cavi della batteria. Mani e piedi. Perché sei neopatentato, sei giovane, sei stupido, e pensi che sia una buona idea fare anche una telefonata anonima alla caserma dei carabinieri dicendo: “c’è un pazzo che si crede Gesù Cristo, è legato, dice che deve morire in croce, venite”.

E la fai tu.
O meglio, la fa uno del gruppo.
Il cui padre è carabiniere in quella caserma.

E non pensi che quel giorno, per una di quelle combinazioni perfette del destino, il piantone ha un malore e al telefono c’è proprio il padre.

E finisce con mezz’ora in caserma per tutti e un venerdì santo che ti resta addosso.

E invece anni dopo, come vi dicevo, sulla statale del paese con desinenza in “-azzo”, per mia espressa volontà, per dodici minuti pieni, chiunque passasse — entrando o uscendo — ha creduto seriamente di avere un’allucinazione collettiva.

Di essere finito sul Golgotha.

Con duemila e passa anni di ritardo sulla timeline ufficiale.

Perchè ve lo racconto oggi? Perchè il post è stato scritto il 3 aprile. E perchè l’ho programmato perchè con tempo sufficiente voi sappiate comunque che non sono sempre una persona diritta, io.
E non me ne vergogno, perchè un poco stronzo lo sono pure io.

Ma sempre con stile.

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Una risposta

  1. Avatar La Manu

    Che secondo me riscrivere le sacre scritture con lo sguardo di chi era dall altro lato della forza mica sarebbe cosa brutta, che poi si scopre che il padre è sempre uno

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