Sei leader o seguace?
Non è assolutamente faccenda intelligente chiedermi se sono gregario o leader. Ma risponderò a questa domanda solo e soltanto perchè qua sopra magari capita pure qualcuno che non mi conosce, atterra qui per sbaglio alla prima ora del mattino, legge due righe e ancora non sa che io da piccolo volevo fare Erode e più avanti crescendo ho serenamente coltivato il sogno di fare il dittatore. E diciamocelo con onestà: il dittatore gregario io non riesco nemmeno a immaginarmelo. Cioè, che sarebbe? Uno che organizza il colpo di stato ma poi si mette dietro a reggere le bandiere mentre un altro fa il discorso dal balcone? Ma non scherziamo.
Ma poi davvero: posso mai avere una indole gregaria io? Non è pensabile. Io che per anni mi sono definito “il bel tenebroso” non posso fare il gregario. Perchè il tenebroso semplice magari sì, può pure starsene sullo sfondo, fare il misterioso, appoggiarsi al muro della discoteca anni Novanta fumando MS e guardando male la gente. Ma il tenebroso, quando è pure bello, per sua stessa natura sta al centro. Ruba la scena. Occupa spazio. È biologicamente incompatibile con la fila laterale dei comprimari. E lo capite pure da quanto io sia pirotecnico nello scrivere, da quanto mi piaccia stare al centro della situazione, da quanto proprio mi venga la patta — il bottino dei pantaloni, per dirla in barese anatomico-sociale — tesa e con evidente difetto ogni volta che sento addosso l’attenzione generale. A me piace il palcoscenico. Piace proprio eroticamente. L’occhio di bue. La telecamera. Pure il faretto da studio televisivo che ti fa sudare e luccicare la pelata come una boccia da bowling appena cerata. Poi se sono studi seri ti mettono il correttore e non sembri un brillante da sessantaquattro carati sotto interrogatorio della DIA.
Però vi devo dire una cosa. C’è stato un tempo — anzi, “in quel tempo”, che detta così sembra l’inizio del Vangelo secondo San Bastardo — in cui io iniziai quel famoso corso di altissima formazione presso ministeri i più abietti e meno futili, Interni e Difesa, e lì mi tornò in mente una frase precisissima. Una frase importante. Dal libro Q di Luther Blisset. Che non è il calciatore ma il collettivo di autori, anche se sarebbe bellissimo immaginare Luther Blisset che invece di scrivere romanzi storici entra in area di rigore e sbaglia un gol a porta vuota. La frase era: “Nell’affresco sono una delle figure di sfondo.” E Q parla praticamente di un gigantesco pezzo di merda che fa l’agente provocatore attraversando guerre, rivolte, massacri e cambiando faccia ogni volta. Ma ne parla in modo talmente seduttivo, talmente eroico, talmente carismatico che a un certo punto dici: Biondoddio, scansiamoci tutti che forse il vero protagonista del mondo è proprio la merda intelligentissima che agisce nell’ombra.
E a dire la verità in quel periodo io quasi quasi ci stavo cascando davvero. Perchè stavo modificando radicalmente la mia idea del mondo e soprattutto la mia idea del mio ruolo nel mondo. Pensavo: se vuoi fare il bastardo infame agente provocatore, quello che muove una farfalla qui e provoca tsunami là, non puoi stare al centro della scena. Devi diventare il contrario di te stesso. Devi recitare la parte dello stronzo qualunque. Devi stare sullo sfondo del mosaico. Non nascosto — che il nascosto si nota subito — ma mimetizzato. Una faccia tra tante. Una sagoma grigia in mezzo ad altre sagome grigie. Perchè i leader attirano attenzione e certi lavori invece richiedono esattamente il contrario: che nessuno si ricordi della tua faccia nemmeno cinque minuti dopo averti visto.
E quindi per un periodo coltivai seriamente questa idea. Mi costruivo pure tutta una filosofia interna per convincermi. Mi dicevo: senti un po’, tu se non stai al centro dell’attenzione ci soffri, giusto? E allora sai che facciamo? Siccome non puoi avere il palco vero, ti costruisci un santuario segreto. Un posto tuo. E dentro quel posto ci metti tutte le grandi pezzate di merda che hai fatto succedere nel mondo. Tutte le operazioni sotterranee. Tutti gli effetti domino. E poi torni lì da solo, ogni tanto, riguardi tutto e dici sottovoce: “L’ho fatto io.” E subito dopo fai quella risata da cattivo dei cartoni animati giapponesi. Quella in crescendo. Quella che parte elegante e finisce catarrosa, grassa, quasi tubercolotica.
E vi giuro che per un periodo l’idea mi piacque davvero.
Poi però successe una cosa.
Feci una singola operazione. Una sola. Contribuii, per le forze del bene vere, a una faccenda di cui non parlerò mai. E provai questa cosa del santuario. Provai davvero a stare nell’ombra. A guardare qualcosa di enorme accadere sapendo di aver mosso un pezzettino minuscolo del meccanismo senza che nessuno lo sapesse.
E lì capii il problema.
Il problema era che in quel santuario io recitavo davanti a un solo spettatore: me stesso.
Ed era troppo poco.
Perchè senza pubblico, senza palco, senza riflettori, io restavo soltanto una merda anonima sullo sfondo. Per di più pure stronza. E allora capii che questa storia non sarebbe andata avanti. Che non era la mia natura. Che io non ero nato per stare dentro l’affresco come figura laterale col cappello buffo e la faccia dimenticabile.
Io ero nato per stare davanti.
Con buona pace di tutti.
Quindi sì, ne ho prova e controprova. Ho sperimentato entrambe le possibilità. E il risultato è molto semplice: io sono leader nato e basta.
Ah sì, prima che lo diciate voi: me lo hanno detto pure fior fior di selezionatori in più di una occasione. E quelli, almeno in teoria, dovrebbero essere pagati apposta per capire queste cose.
