Questo pezzo non nasce pulito.
Non può. si tratta di uno di quelli che se lo tieni in ordine perde senso, come certe stanze che funzionano solo nel disordine. O come la mia scrivania.
E quindi lo scrivo così, storto, con le mani ancora sporche di quello che c’è dentro, ok non di tutto, ma almeno metaforicamente, tranquilli che ci tengo alla tastiera.
Perché qui facciamo una cosa curiosa ma importante: recensiamo un’autovettura. Anzi no. I sedili di un’autovettura.
Che è diverso.
Più preciso. Più onesto.
E dentro questa cosa che sembra piccola ci infiliamo una comparazione vera, vissuta, tra due marchi che conoscono tutti: Toyota e Wolksvagen. Entrambe possedute. Entrambe testate dove conta davvero, quindi non in pista e non nelle brochure.
Perché il diavolo sta nei dettagli.
E perché tutti sono stati giovani o lo saranno di nuovo, si spera per loro.
E quando succede, prima o poi, capita una cosa che nessuno ti spiega quando compri una macchina: devi capire come si muove un sedile. Non quanto si reclina. Come. Con che gesto. Con che fatica. Con che conseguenze. E che tipo di idee ti mette in testa mentre lo fai.
Perché sì, il punto è quello. Io lo faccio per questo.
Perché mi auguro che anche voi vogliate sperimentare l’ebbrezza di farvi una – o più, si spera per voi – scopate nell’abitacolo della vostra macchina.
E quindi tanto vale dirlo chiaro: divertiamoci.
Ma con criterio.
Con efficienza.
Con ergonomia.
Le due case arrivano da paesi che, per motivi che ho già spiegato altrove e che non riprendo qui ma recuperateveli, dovremmo odiare a prescindere quando si parla di macchine.
Non per concorrenza, perché sull’automotive popolare non siamo messi male: siamo messi dentro la cacca della morte.
Ma loro due, comunque, fanno le cose in modo opposto.
E questo si vede proprio lì, dove nessuno guarda davvero.
I tedeschi sono freddi. Non è faciloneria mia, è un fatto.
Per arrivare a una scopata devono passare da percorsi lunghi, spesso alcolici, rituali, tipo proprio un sacco di birra in boccale.
Non è una critica, è osservazione.
Io l’ho capito presto.
Fine anni Novanta, stabilimento balneare di mia nonna, lei ancora al comando.
Io davo una mano – non lavoravo, non allarghiamoci e non facciamo ripassare guai alla nonna – e arrivano due tedesche.
Topless.
In un posto dove il massimo dell’audacia era il costume intero sgambato. Mi mandano in tilt. Letteralmente. Io sapevo dov’era il Maxibon, nel freezer, ma per un attimo non lo trovo più. Glielo passo, balbetto qualcosa, capisco che sono tedesche. Loro sorridono, parlano della Puglia, del mare. Dicono “ciole, ciole… bello! caldo!” E chi sa, sa cosa significa ciole, a Bari. Se no, l’ho spiegato qua.
E quando poi si prova a spostare la cosa su un piano più concreto, si capisce che no: il tedesco medio non è “caldo come ciole italiano”.
Non lo è proprio.
“Italians do it better”, dissi. Senza basi di lingua tedesca e quindi in inglese ma da loro comprensibile e con loro convinzione.
E questo si riflette nelle macchine.
I tedeschi fanno sedili perfetti. Comodissimi. Di un comodo quasi sospetto. La Polo, per un ragazzino, è una promessa. Sportiva, aggressiva, tedesca. E quei sedili lì li guardi e pensi subito a cosa potresti farci. Non lo dici. Lo pensi. Ma lì resta. Per ora. Ma potrete già perfettamente immaginare cosa un porco maiale com’ero io all’epoca potesse pensare dei sedili delle Polo, così ergonomici e avvolgenti.
I giapponesi sono l’opposto.
Un popolo pieno di regole, di limiti, di cose non dette soprattutto sul sesso. Massimamente lo vedi dal fatto che alle donne è impedito dal loro galateo manifestare piacere o orgasmo con versi, parole, incitamenti – pena essere immediatamente bollata come “spaventoso enorme bagascione avanzo di casino puttanaccia che sei!”
Ma secondo me è proprio questa cosa che li rende strani. Trattenuti. E quindi, da fuori, ti aspetti macchine altrettanto trattenute. Sedili così così. Funzionali. Meglio della Panda, certo. Ma niente che ti faccia girare la testa.
E invece.
Succede che ti laurei.
Che ti regalino la prima macchina nuova.
Che tu entri in concessionaria convinto per la Polo e poi vedi una Yaris GR Sport. E ti innamori. Subito. La provi e peggio ancora. Perché ti ricorda qualcosa che hai perso – la 112 Abarth, ma quella è un’altra storia, soprattutto come ne sono rimasto vedovo ma ne riparleremo – e capisci che quella ti chiama.
I sedili? Brutti. Sì.
Ma avvolgenti.
Più sportivi.
Più vivi.
La compri.
Poi arriva il momento della consegna. E lì capisci tutto. Il tipo ti spiega. Altezza. Inclinazione. Ok. Poi cerchi la rotella. Non c’è. E lui ti indica una levetta. Piccola. Accessibile. Semplice. La tiri. Il sedile cede. Subito. Troppo subito. Ti trovi sdraiato in mezzo secondo. Senza trattative. Senza sforzo. E capisci. Capisci che i giapponesi sono dei geni perversi. Perché quella levetta c’è anche lato passeggero. A destra per il guidatore, che giustamente essendo il Padrone è preferito, a sinistra per il passeggero. E quindi il guidatore che è il Padrone ci arriva sempre, ci arriva benissimo. Anche se lei non se lo aspetta!
E Padrone è la terza volta che lo scrivo maiuscolo.
Il resto ve lo risparmio nei dettagli, ma non nell’esito.
Quella levetta si usura. Le altre regolazioni vengono testate. Tutte. Altezza. Inclinazione. Varianti. Un laboratorio. Un parco giochi. Una libertà che non ti aspetti da chi, culturalmente, quella libertà la nasconde.
Ma vi giuro che tutte le digressioni che non prevedessero la postura eretta di uno dei due o entrambi erano tranquillamente praticabili con variazioni sul tema.
Poi però arrivano i chilometri.
Tanti. Troppi.
La Yaris arriva a 150 mila in meno di tre anni.
Arriva il dottorato. E con quello l’idea dell’upgrade. Perché sì, bellissima, comodissima. Ma sportiva davvero no. Non come le tedesche, almeno.
Esce la Polo Cross lo stesso anno e tu la prendi come notifica del destino.
E tu pensi che sia quella giusta. La vai a vedere.
Nonostante un segnale.
Un episodio.
Un amico. Per essere precisi, l’amico bullizzato col frustino e con altre amenità. Più e più volte. Se non ricordate lo trovate qui, il fatto, anzi, i fatti, perchè qui trovate la “continua”.
Un parcheggio.
Le solite storie di camporelle.
Lui con la Polo. Lei con lui.
Io nei dintorni. Sì, io sempre nei dintorni. O per necessità analoghe o molto più probabilmente per qualche simpatica goliardia che lui sempre pensava fosse “l’ultima”.
A un certo punto capita a lui una storia atroce. E io ero nel parcheggio, ma con una amica di lei e non per lieto fine o lieto scopo.
Sta di fatto che servono ghiaccio e discrezione. Lei ha preso una botta. Forte. Contro un piantone dalle parti del finestrino. Di quelli che stanno lì e non perdonano. Io chiedo come.
Cioè, non chiedo soltanto: chiedo minacciandolo ad altissima voce di riprovare con lui nella parte di lei quello che era successo – non per gusto ma per capire. Lui tace, rossissimo, ricordandomi che in quel parcheggio non siamo soli. Lei scoppia a ridere e spiega: non si riusciva ad abbassare il sedile. La manopola. Scomoda. Incastrata. O tutto giù e ti blocchi – ben prima che nel porno americano impazzasse questa storia delle mamme step o le sorelle top incastrate con busto fuori e il culo fuori da lavatrici, frigoriferi, letti – o resti a metà.
Posizioni strane. Scomode. Pericolose.
DA romperti la testa se il tuo lui a un certo punto lo piglia il sacro fuoco.
Io ascolto. E intanto penso.
Che cazzata che ho fatto, ho già dato l’acconto!
E quindi sì.
Se dovete comprare una macchina e avete anche solo l’idea, il ricordo, la speranza di usarla davvero, non solo per andare da A a B, guardate i sedili.
Non come sono. Come si muovono. E poi scegliete.
Sentite a me: Toyota. Senza pensarci troppo.
Perché i giapponesi non lo diranno mai. Ma certe cose le hanno capite meglio degli altri. E soprattutto hanno deciso di metterle dove servono, le maniglie dell’amore vere.
