Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Elenca i tuoi 5 frutti preferiti.

Cinque frutti preferiti non credo nemmeno di averli davvero. Cioè forse sì, ma se ve ne parlo capace che non li conoscete oppure che appena li elenco dite “ok, perfetto, ecco la conferma definitiva: questo è proprio un pazzinculo”. E magari avete pure ragione, ma non è questo il punto.

Allora, il primo che mi viene in mente, perché ne mangio uno al giorno tipo rito pagano preventivo contro le sventure intestinali e morali, è il pompelmo rosa. E mo vi spiego perché, anche se vi sento già: “pazzo totale, ma è aspro!” Sì, proprio per quello, stronzomerdoni. Che poi non ho capito: voi potete darmi del pazzinculo e io non posso chiamarvi stronzomerdoni? Bella etica dell’eguaglianza del cazzo che avete. E sì, sono polemico e incazzato perché ho appena ricevuto tre telefonate da tre case editrici diverse che vogliono un instant book su Bari oggi e a qualcuna avrò pur dovuto dire sì, quindi abbiate pazienza se sto più nervoso di un chihuahua con la caffeina.

Comunque il pompelmo. Ci andai in fissa tipo dodici o tredici anni fa, quando mi sbronzavo letteralmente con robe rosoliose tipo Amaro Padre Peppe o peggio Campari o peggio ancora Unicum e Petrus Boonekamp, che sono liquidi che dovrebbero essere distribuiti direttamente nei reparti di gastroenterologia come avvertimento preventivo. E la mattina dopo non avevo tanto il cerchione alla testa quanto una bocca dal sapore orribile, ma proprio orribile davvero. Tipo aver leccato la merda. E la lingua faceva attrito, strusciava male, sembrava felpata. Pure parlare era complicato, sembrava di avere in bocca un tappeto del salotto buono.

E un giorno, siccome mio fratello dall’altro lato della casa aveva fatto qualche porcheria con gin e toniche strane da pseudo bartender depresso, apro il frigo e trovo questo succo al pompelmo rosa. E penso “vabbè, peggio di così”. Avevo sete, faceva un caldo assassino, ero già temprato da altre pratiche suicide tipo bere roba ghiacciata tutta d’un sorso appena sveglio — ma quella è un’altra storia e un giorno ve la racconterò — e mi ingollo sto succo.

Magia.

Come aceto sui piatti unti. Sparito il saporaccio. Sparita la lingua felpata di merda. La bocca tornò a essere un organo umano funzionante. Da allora mai più senza. E il mio corpo, che evidentemente è governato da uno stregone slavo molto severo, ha deciso che il pompelmo fosse pure preventivo. Per cui ogni giorno, anche se non bevo quasi più, mangio un pompelmo e tengo in frigo un brick di succo al pompelmo. Gli infami della Santal però quello rosa non lo fanno più e quindi ora tocca bere quello giallo, che è ancora più acido, più sgrassante, più cattivo. Fantastico.

E il pompelmo tornò centrale anche qualche anno dopo, quando per sfanculare una di quelle tipe nel giro di sessanta secondi netti dalla mia vita mandai la foto della colazione dei campioni — yogurt bianco magro e succo al pompelmo — con scritto: “Lo hai capito o no che sono un acido di merda per professione?” Mai più sentita. Ottimo. Una ragione in più per amare il pompelmo. Mia moglie e mio figlio sostengono soltanto che io sia pazzo.

Poi ci stanno i frutti di bosco, che sono tipo una congrega autonoma, i sette settenari della frutta: more, lamponi, mirtilli, tutta quella roba lì. E io sto pure progettando di usare una vecchia vasca del 1920 buttata nell’atrio-giardino del palazzo di famiglia come vasca di coltivazione, tanto lì il microclima umido e ombroso da sottobosco già c’è. Quella dei mirtilli poi è una passione che divido con mio figlio. E i mirtilli hanno questa caratteristica incredibile: sono blu. E per un bambino piccolo avere un frutto blu da citare è una roba importantissima, quasi rivoluzionaria. Anche se qui mia moglie ha ragione: i mirtilli, a livello di sapore, non è che sappiano di sto gran cazzo. Però piacciono a lui, ci uniscono, e quindi diventano automaticamente piùchebuonissimi.

Poi ci stanno gli azzeruoli, che voi non sapete manco cosa siano ma esistono davvero. Sono tipo mele bonsai, minuscole, con un gusto legnoso, dolce, strano ma gradevole, giuro. Crescono in brevi periodi autunnali e colorano questi alberelli quasi spogli come piccole lampadine rosse o gialle, tipo i cachi — sì, lo so che si dice loti ma cachi è una parola molto più bella e più ignorante, quindi cachi. Gli alberelli li trovate pure online se cercate frutti antichi. La manutenzione è facilissima. Il problema è che il raccolto di una pianta basta forse per una giornata, quindi se qualcuno li vende li fa pagare come zafferano, cocaina rosa o rene di bambino. A mio figlio non piacciono, ma a me piace tantissimo fare il figo dicendo che mi nutro di frutti antichi. E dirlo pure con un certo stile.

Oh, poi ci sta il gelso rosso. Che non è un frutto di bosco perché in Puglia i boschi non esistono, abbiamo cespugli, arbustive, campagne bruciate dal sole e alberi che resistono per odio. Il gelso rosso sembra una mora ma non lo è, ed è di una dolcezza oscena. E macchia in modo criminale. Tipo le bestemmie della mia donna quando le cade qualcosa sul vestito bianco. Dopo poche ore dalla raccolta caccia un sugo che ci puoi tingere i tessuti meglio della barbabietola.

Io spero davvero che almeno una volta nella vita voi abbiate provato il gelso rosso, che sta sparendo come gli azzeruoli. E se venite in Puglia — ma nella provincia di Bari, ovviamente, perché dalle parti di Lecce barocca la Bari ti piscia in bocca e certe cose non le sanno fare — trovate pure antiche gelaterie e graniterie che fanno una granita di gelso rosso con panna che è tipo un sorbetto dolcerrimo, più di dolcissimo. Però prima parlate col diabetologo.

Io quando la mangio — raramente, perché quella davvero buona sta a cinquanta chilometri da casa mia e sì, vale la benzina ma non tutti i giorni — poi mi apparto. E dopo poco mi chiudo nel bagno del locale e ne godo come si deve anche dopo, perché la granita di gelso rosso con panna è un orgasmo dell’anima che merita che pure il corpo non si senta escluso. Ed è afrodisiaca. Perché anche se ho già goduto due volte poi torno a casa e mia moglie sa che sono ingestibile. Ma ne ridiamo.

Ultimo ma non ultimo, il frutto del drago. O pitaya rossa. Che scoprii quando facevo cocktaileria. Da fuori sembra un carciofo costruito col pongo da un bambino strafatto, fucsia, rosa shocking, una roba che se la vedi pensi immediatamente che qualcuno abbia confuso la pietrina di coca sul tavolo dei genitori per zucchero a velo. Nei cocktail funziona da Dio perché acidula e amarica un po’ la broda che servi — io facevo una variante del Cosmopolitan con la pitaya al posto della granatina e con la vodka ci stava a palla.

Quest’anno l’ho trovato al Family e l’ho comprato perché Alessandro l’ha visto e ha detto “papà, perfò!” e quindi niente, era destino. Lo abbiamo aperto dopo pranzo. Tagliarlo è facilissimo. Dentro sembra un kiwi albino. E sa esattamente come lo sciroppo o il liquido da svapo alla pitaya ICE.

Però attenzione.

Dopo venti minuti sentirete il bisogno insopprimibile di ricongiungervi con un WC. E non vorrà sentire ragioni.

Ale ne ha mangiata una fettina e non ha avuto problemi. Io ho mangiato il resto perché mia moglie ha detto “io certe robe che sembrano finte non le mangio” e sono stato malissimo. Ho visto la mamma di Gesù di Nazareth, Santa Teresa d’Avila che faceva cose strane con un angioletto e mi sono visto al Bolshoi con un tutù giallo ma nella mia forma umana e due pumi graziosamente sospesi nei palmi — perché tutti sanno che il simbolo identitario dello sfarzo pugliese è il pumo, ossia la cosa più simile in natura a un butt-plug. Cercate butt-plug se non sapete cos’è: si infila nel più comunista dei vostri buchi e ha mille usi.

Questi sono i cinque frutti.

Credevate la mela, eh?

Mi facevate davvero così banalmente coglione?

Le mele sono tutte avvelenate.

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6 risposte

  1. Avatar Vittorio Tatti

    Ok, a questo partecipo anch’io.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Curiosissimo!

  2. Avatar Mi....semplicemente

    il frutto del drago l’ho visto in qualche supermercato, ma mai acquistato nè assaggiato, il gelso rosso, mai sentito nominare, il pompelmo ho smesso di consumarlo da quando faccio terapia antipertensiva…gli altri ok 😉

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Sì il pompelmo ha quel problema di essere incompatibile con alcuni principi attivi. Il gelso rosso è tipicamente meridionale… differisce dal gelso per sapore più dolce e colore. Il frutto del drago a tuo rischio e pericolo! 😉

  3. Avatar 2010fugadapolis

    Da piccolo cercavo sempre di schivare la frutta. Se proprio era indispensabile come viatico al dolce la mandavo giù velocemente, altrimenti inventavo qualsiasi cosa per saltarla.
    Oggi sono rimasto uguale. Verdura quanta ne vuoi, ma con la frutta non siamo tanto amici.
    Aggiungi che per varie vicende mi trovo attualmente con n. nove (9) denti in bocca, diciamo che addentare una mela – ad esempio – non fa per me. Se devo, banane (sempre due, almeno una me la mangio 😀 ), fragole (se è stagione) e pompelmi sì. Rosa. Confermo l’effetto taumaturgico.

  4. Avatar Antonio Gaggera

    Sono uno stronzomerda. Non sopporto il pompelmo (né l’acqua tonica), a parte l’incompatibilità con alcune medicine. Comunque, la Tropicana produce un pompelmo rosa, frutta al 100%.
    Le azzarole le conosco, ma, forse, le ho mangiate da bambino e non ricordo il gusto.
    I frutti di bosco mi piacciono, ma non mi fanno impazzire.
    Il gelso rosso, che mangiavo, rigorosamente in costume da bagno, direttamente dall’albero, è buonissimo, ma anche quello bianco ha il suo perché. La granita di gelso rosso è spettacolare.
    Tra i frutti che preferisco, le arance Washington navel, le pesche bianche di Bivona, l’uva zibibbo.

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