Ok, la verità è che prima dei satelliti, prima degli antifurti digitali, prima che pure i ladri avessero più tecnologia dei proprietari — perché sì, è così, loro sono avanti e tu sei il coglione che paga — esisteva una certezza granitica: il Bullock.
L’antifurto con le palle.
Ma le palle vere, acciaio, peso, tre chili e mezzo di roba che già a tenerla in mano ti cambiava la postura e pure un po’ l’idea che avevi di te stesso.
Un oggetto che era leghista senza avere bisogno di dirlo, nella forma, nel riferimento celtico, nel fatto che sembrasse il martello di Thor ma senza poesia, solo cattiveria e funzione.
E nel fatto che ce l’avesse duro, tutto.
E funzionava, sì, ma prima ancora funzionava su di te, perché per metterlo e toglierlo dovevi piegarti, infilarti sotto i pedali, tirare, incastrare, bestemmiare, e se non avevi un minimo di struttura muscolare finivi a pecora sull’asfalto, col culo di fuori tipo maestranza edile idealtipica, mezzo dentro e mezzo fuori dalla macchina, in una posizione che non augureresti nemmeno a Nethanjau.
Io ce l’avevo, come tutti, perché te lo davano con l’auto nuova e che fai, lo butti? In provincia di Bari? Dove le assicurazioni sulle macchine sono diventate una leggenda orale perchè i produttori di assicurazioni contro il furto hanno ritirato il prodotto dal commercio?
Certo che no, Mister Edison non si può fare! (Cit.)
Solo che non lo usavo quasi mai: garage, giri già miei trucidi e pieni di pregiudicati, quella fiducia idiota nel fatto che a me non succede niente.
E invece.
Lo capii dopo quanto il Bullock potesse salvarti la vita, ma proprio salvartela, non in senso figurato. Non la macchina, la vita.
Bisogna tornare al 1999, prima del millenium bug quando pensavamo che sarebbero impazziti i computer e invece stavamo impazzendo noi.
Roma-Inter finita 4 a 5, partita da circo.
Io, un amico interista — non trucido ma completamente fuori e di cui parleremo — e due romanisti, uno trucido e scemo, l’altro solo scemo ma convinto.
Si va a bere, si finisce a Molfetta che è vicina al paese con desinenza in -azzo ma è un altro mondo, nessun locale libero e quindi la grande idea dei romanisti: entriamo all’Inter club, voi siete tesserati.
“Ma siete coglioni?”
“Giuriamo, non tifiamo, muti.”
Eravamo già allegri, credemmo.
Ai primi due gol dell’Inter quasi credibili, loro, immobili, mani in tasca.
Al primo gol della Roma uno scatta, riflesso animale, e viene accompagnato fuori, ancora educatamente.
“No, chi cazzo lo conosceva, ma vedi che coglione!”
Resta l’altro, sotto osservazione, ma al pareggio del 3 a 3 di Di Francesco non regge, si alza, esulta.
Due calci nel culo e fuori pure lui.
Dovevano andarsene, invece restano fuori a leggere la partita dalle urla come due deficienti, e sul 4 a 4 provano pure a sfondare la porta. Dentro scoppia una rissa brutta, di quelle senza coreografia, e mentre Simeone segna il quinto uno dei due — quello che non conoscevo — viene quasi trascinato dentro per essere immolato alla dea Khali.
E lì succede: dalla mia macchina, le cui chiavi erano finite in mano loro perché evidentemente quella sera volevamo proprio male a noi stessi, spunta il Bullock, il martello, brandito come se fosse una soluzione.
“Non ti lascio solo!”
Mentre quello entro urla a squarciagola “Grazie Roma” e quelli lo pestano.
E in quel momento cambia tutto, perché non sei più in una rissa ma in una scena mitologica. Scappiamo, tutti, prima che qualcuno finisca davvero male, ma dentro il circolo, air muri, finiscono le foto mia e del mio amico, con la scritta Banditen!
La cosa finisce lì, dimenticata, archiviata come una di quelle storie che tiri fuori solo quando sei ubriaco o non hai più niente da raccontare, finché non torna, precisa, una notte d’estate.
Esterno notte, camporella, mare, zona contigua al paese che finisce in -azzo quindi già sospetta.
Io sto facendo quello che si fa, attorno altre macchine, stessa situazione. Io non ho musica di sottofondo per due motivi:
– le batterie tendono a scaricarsi e a mollarti sempre sul più bello e quando sei con una che non è la tua donna, la cosa ha risvolti scomodi
– il sottofondo di vita altrui, in quei momenti, mi ha sempre divertito e ben predisposto alla creatività, che, lo sapete, le cose se non puzzano di vero a me non piacciono.
A un certo punto, invece delle solite sonorizzazioni, un urlo, netto, cattivo: “Bastardo pezzo di merda vai a guardare tua madre!” e quella con me — con me dentro — si conturba, si alza nuda come se niente fosse e guarda al finestrino “Gli spicchiettisti! Dove?” – tipo “Dove sono i guardoni?” – e io ancora oggi non so se fosse paura o curiosità.
Io invece no, io mi incazzo, ma incazzo vero, di quelli che ti fanno prendere decisioni senza passare dal cervello, e decido che lì qualcuno si doveva ricordare di me. Anzi, tutti. L’eroe di serata dovevo essere io. Di me avrebbero cantato le orde di imboscati in camporella. Io l’eroe – chissà la donna del tempo, quella che non mi permetteva di lasciarla, se la capiva che avevo molte vite oltre lei.
Esco dalla macchina, completamente nudo, senza pensarci, prendo il Bullock vedo un movimento tra le frasche e lo lancio con una cattiveria che non sapevo di avere.
Tonfo.
Urlo.
“Aiuto ti prego basta me ne vado!”(cit.)
Applausi.
E solo lì mi rendo conto delle condizioni in cui sono, nudo, esposto, ridicolo, con uno da una macchina accanto che mi urla “Sì però mo copriti eh!” e io in quel momento capisco che quella scena l’ho già vista, che sono dentro un film, Balla coi lupi e che sono John Dumbar che affronta Uccello Scalciante senza vestiti, senza senso del limite, solo che qui non c’è la prateria ma un parcheggio e ci sono dettagli che nel film non si vedono. Tipo il mio Uccello Scalciante.
Mi rivesto, torno a cercare il Bullock.
Niente. Sparito.
Il giorno dopo torno, con la luce del sole, controllo meglio.
Niente.
Come se non fosse mai esistito.
Meglio.
Come se, finito il lavoro, fosse tornato via da solo.
Come il martello di Thor, ogni volta che ha davvero assolto al suo compito.
