Io mi sono innamorato di una parola.
Che è una cosa pericolosa, perché quando ti innamori di una parola non ti innamori del significato, ti innamori del suono, della forma, di come ti vibra in bocca, di come ti fa sentire mentre la pronunci, soprattutto sotto la cinta, ed è esattamente il modo peggiore per costruirci sopra qualsiasi cosa che somigli lontanamente a un pensiero razionale.
La parola è Ayatollah.
E sembra una deviazione, una roba che arriva da lontano senza connessioni, invece no, perché tutto parte da dove partono le cose serie quando sei piccolo e non lo sai: dal cinema.
E nel mio caso da David Lynch, che già solo il nome ti dà l’idea di un viaggio fatto col cervello e pure male, nei territori strani dell’inconscio, roba che ti perdi e non torni più, e invece no, aspettate, perché sotto quella superficie apparentemente sconnessa c’è una linearità spietata, come in Mulholland Drive o Inland Empire, dove sembra tutto sbriciolato e invece è tutto lì, solo che devi pagare il prezzo per capirlo.
Cazzo, fidatevi!
Dentro quella filmografia che ti prende a schiaffi pesantissimo c’è massimamente Dune, quello vero, quello giusto, quello sporco, non quella roba rifatta adesso dove sì, c’è Zendaya e uno potrebbe anche fermarsi lì a fare ragionamenti bassi, concreti, tipo “Biondoddio con quella che ci farei”, ma quello lo rimandiamo all’altro blog perché qui si parla di cose serie, cioè di nomi.
Perché in Dune non è solo questione di vermi.
Che non sono enormi tenie, ripetiamolo perché bisogna mettere dei punti fermi, e qui possiamo pure chiamare in causa Augusta Montaruli con tutta la questione del libro comprato coi soldi della Regione Piemonte, perché le ripetizioni servono, ai bambini e pure agli adulti quando fanno finta di niente: ripetete con me, non sono tenie, non sono tenie, non sono tenie, e sì, in certi contesti pure zozzi le ripetizioni aumentano il piacere, lo diceva pure quel manualetto lì, quindi stiamo facendo didattica applicata e non satira immotivata e concettuale da tre centesimi – anzi no da undici euro quanto il prezzo di copertina di quel manualetto lì, Sexploration.
I vermi – che non sono tenie – sono invece bestie apoplettiche, geologiche, roba che se si muove cambia il pianeta. E non è solo la Spezia — che non è La Spezia ma la sostanza, la cannella cosmica, il traffico più importante dell’universo — non è solo il Barone Harkonnen con quella dermatologia offensiva per l’umanità. Dune è soprattutto una cosa: è gente che ha un sacco di nomi. Tipo Paul Atreides.
E quando sei piccolo questa cosa ti distrugge.
Perché capisci una regola fondamentale: se hai tanti nomi, sei qualcuno.
Non come gli attori e le attrici dei porno, che fin quando non hanno carriera si chiamano in un modo, poi diventano famose e si chiamano in un altro e poi un altro ancora e tutti questi nomi non c’entrano un kazoo col nome sulla carta di identità, come per la signora con cui feci quello splendido provino di film porno che trovate qui. Sì, lo sapete che ho fatto pure un provino da attore porno.
E infatti Paul Atreides non è uno, è una lista ambulante, una dichiarazione di potere fatta persona. Uno che all’angolo di boxe costringe l’arbitro ad avere uno scontrino lunghissimo per leggere i nomi.
Ripetiamo insieme, perché le ripetizioni servono, sempre:
Io sono Usul, Paul Muad’dib, sono il Lisan al Gaib, sono il Kwisatz Haderach, sono il Padishah Imperatore.
E nel frattempo questo qui guida una rivoluzione non con la 2CV ma sui vermi apoplettici di Dune come se fosse il monopattino di mio figlio.
Usul — fondamenta.
Muad’dib — topocanguro del deserto.
Lisan al Gaib — voce dal mondo esterno, cioè Messia, senza bestemmie.
Kwisatz Haderach — dall’ebraico che qui non vi scrivo perchè i caratteri sono limitati nel template ma fidatevi è abbreviazione della via, uno che vede prima, che accorcia, che anticipa. E vede il futuro e le connessioni col passato.
Padishah — stabile e sovrano da Padi – stabile – e Shah – quello della Persia.
E tu sei lì, piccolo, e capisci che se vuoi contare qualcosa non basta un nome. Te ne servono tanti.
E devono venire da lontano.
E da dove vengono quei nomi?
Da quel posto che da piccoli è un blocco unico indistinto e pieno di casini e regnanti a cazzo armato, bellissimo finché non ci sbatti contro davvero: il Medio Oriente. Quel posto dove se non capisci la differenza tra sionismo, baathismo, integralismo sciita e compagnia cantante ti sembrano tutti uguali e massimamente pericolosi, che è esattamente l’errore base da cui poi derivano tutte le semplificazioni del cazzo che sentiamo ogni giorno.
E quindi io decido che mi serve un nome di lì.
Perché se devi essere importante — e da piccolo devi esserlo, non ci sono alternative — ti serve un titolo che stia accanto a quelli. E non Duce, non Fuhrer, che sono già sporchi, già compromessi, già fascisti nella loro miseria.
Io volevo una roba da mettere vicino a “dittatore”, come lo dicevano per Stalin o Krusciov, una parola asciutta, ma con un nome accanto che suonasse come una minaccia.
E lì arriva lui.
Ayatollah.
Questa parola che sentivo ovunque, associata a questo personaggio con la barba bianca lunghissima, lo sguardo austero, uno che non ride mai e se ride probabilmente qualcuno sta per subire un cazzinculo gravissimo – senza probabilmente, sicuro e certo.
Ma soprattutto una cosa che mi sembrava incredibile: le folle.
Fiumi di gente. Oceani proprio.
Gente che quando succedeva un casino — guerra, tensioni, robe grosse — invece di esplodere si compattava e faceva una cosa precisissima: prendeva la sua faccia dal muro di casa e la portava in piazza.
Sopra la testa.
Come una bandiera. Come una cosa giusta.
E io questa cosa la conoscevo già, perché mi avevano raccontato che a Cuba succedeva uguale con Che Guevara, le foto in casa, la santificazione domestica, roba che da noi diventava Pertini appeso come un santo laico, poi Cossiga, poi Scalfaro, fino al molle nonno istituzionale Mattarella.
Quella roba lì, un po’ comunista, un po’ socialista, un po’ partigiana, dove avere la foto significa essere allineato, significa dire “io sto qui”.
E quindi Ayatollah per me diventa perfetto.
Suona bene, viene da lì, ha la barba, ha le folle, ha le piazze, ha le immagini portate in giro. Esattamente quello che serve a un bambino che ha capito che per comandare bisogna prima di tutto chiamarsi nel modo giusto.
Poi cresci. E studi. E capisci.
Capisci che quegli Ayatollah sono stati anche — diciamolo — molto bravi a usare l’ingenuità del cazzo ma proverbialissima (eh) dei comunisti globali, fingersi amici, entrarci dentro, e poi appena presa la stanza spegnere la luce e fare piazza pulita. Proprio appesi o decapitati, che fa un sacco roba definitiva. E dici: ok, mossa tecnicamente impeccabile, ma bersagli sbagliati, i più sbagliati del mondo. Ma cazzo, i comunisti?
Ayatollah brutto. Proprio brutto.
E quindi per anni quella parola diventa insulto. Categoria. Io avevo pure un amico, trucido e pure scemo, che chiamavo “l’Ayatollah di tutti i trimoni”, non per bullismo ma per sua innata e totale e indiscutibile e insindacabile trimonaggine, con questa immagine perfetta: folle di trimoni che si radunano, da ogni parte del pianeta, staccano la sua faccia dal muro e la portano in giro sotto casa sua come vessillo della loro trimonaggine organizzata.
E del diritto di essere trimoni.
E sembrava finita lì.
E invece no.
Perché il mondo si rompe. Cade il muro di Berlino — cosa gigantesca — ma lo buttano giù senza mettere travi, senza pilastri, senza niente che tenga il dopo, e infatti adesso sta venendo giù tutto.
Diventa tutto multipolare, tutto confuso, tutto sporco.
E dentro questo casino succede una cosa che non mi aspettavo: quella parola torna.
Mi torna simpatica.
Non per ideologia. Per reazione. E per Dick Tracy che ripete spesso “Il nemico del mio nemico è mio amico” – puttani i film!
Perché quello che stiamo facendo ai persiani è una roba che fa schifo. Perché quelli, piaccia o no, stanno lì a difendersi. Perché improvvisamente non importa più niente a nessuno del popolo, di “donna vita libertà”, di tutte quelle parole che usiamo quando ci servono e buttiamo quando diventano scomode.
E quindi mi ritrovo di nuovo lì.
Ayatollah.
E nel frattempo succede un’altra cosa.
Che io ho la barba bianca. Non metaforicamente. Proprio fisicamente. Lunga quasi quanto quella del primo Ayatollah che mi ricordo, quello che se si incazzava erano cazzi e bombe chimiche su Saddam Hussein – che era cattivo, giusto?! Abbiamo detto che era cattivo e l’abbiamo messo a morte senza cena, giusto?! E allora!
Allora torni a capire che forse non è solo una parola.
E che certe parole non le scegli tu.
Ti aspettano.
