Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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]
]

Quando avevi cinque anni, cosa volevi fare da grande?

C’è una cosa che succede spesso nei film — tipo quando Fight Club ti spiega che non sei il tuo lavoro, non sei i soldi che hai in banca, non sei un cazzo di niente di quello che pensi di essere — ed è che a un certo punto qualcuno ti guarda e ti chiede:

“E tu, che cazzo volevi fare da grande?”

Che è una domanda apparentemente innocua, tipo “Gioia quanto?” e lei ti risponde al netto dell’inflazione il catalogo prestzionale dal finestrino, ma in realtà è una specie di manganello ontologico (sì, lo uso lo stesso, perché quando voglio fare il filosofo pornografico lo faccio fino in fondo) che serve a spaccarti le ginocchia del senso della vita. Entrambe.

E a me questa domanda sta sul cazzo. Ma sul cazzo forte.

Non tanto adesso — che già sarebbe legittimo — ma soprattutto da quando me la fecero a trentadue anni, che è un’età che, se fai il dottorato, diventa una specie di adolescenza posticipata con pretese accademiche e zero soldi, quindi tecnicamente sei grande ma materialmente sei ancora un apprendista schiavo con badge. E non hai Miss Robinson de Il Laureato perché quella stava prima e se il treno passa passa.

Contesto. Fine dottorato. Università del Salento.

Tre anni di ricerca che definire “mia” è già un atto di pronografia fantasy (più che altro era un servizio conto terzi non fatturato, con due saggi bibliografici firmati da altri ma scritti da me, che è una forma elegante di prostituzione intellettuale senza nemmeno la parte divertente anche detta schiavismo).

E arriva lui. Il tutor.

La figura che dovrebbe volere il tuo bene, no?

Il tuo mentore.

Il tuo Virgilio, ma senza poesia e con più cinismo.

La figura che dovrebbe volere il tuo bene, no?

Spoiler.

NO!

Mi guarda. Serafico. E fa:

— “Ma quindi, tu, fammi capire, cosa vuoi fare da grande?”

E io lì ho avuto una visione.

Una chiarezza. Una roba proprio cristallina.

Ho pensato che ontologicamente — quindi proprio nel senso più profondo dell’essere — la risposta corretta sarebbe stata rompergli la sedia dietro le reni, con decisione ma anche con una certa eleganza (tipo colpo secco, niente esitazioni, tra noce del collo e nocella del culo), e poi, quando fosse stato a terra, bocconi e fame d’aria, finire il lavoro spaccandogliela in testa.

Porre fine alle sue sofferenze come si fa coi cavalli zoppi o le chitarre di Jimi Hendrix.

Una roba pulita. Quasi didattica.

Per ristabilire con estremo garbo e bestemmie un ordine delle cose.

Perché dopo tre anni così, quella era la risposta giusta.

Matura. Coerente.

Poi però ho pensato a mia nonna.

Che è una variabile etica che torna sempre nei momenti cruciali della mia vita, tipo quando decisi di non fare il pornodivo (scelta che ancora oggi considero un errore strategico, ma anche lì, ne riparleremo, perché merita un capitolo a parte).

Mia nonna.

E quindi ho optato per la versione civile.

— “Credo di essere già grande. Però mi piacerebbe restare in università, fare ricerca, iniziare la trafila…”

E lui, con la tranquillità di uno che sta leggendo il menù del pranzo:

— “Sì, ma guarda che per i prossimi dieci anni i concorsi sono già più o meno assegnati. Quindi niente. Lista d’attesa, buono buono e non rompi il cazzo (cit.). E comunque sappi che non ti pubblica nessuno, così non accumuli titoli utili a fregare il sistema.”

Kingpin. Spectra. La Cupola.

Chiamala come vuoi.

Funzionava, come sapete, funzionava pure bene.

E quindi capisci che quando a te chiedono “cosa vuoi fare da grande” mentre sei già grande, non è una domanda.

È una presa per il culo con struttura interrogativa. E il trapano per aprirti gli altri due buchi in modalità Shuko ISO2001 – divertiamoci in sicurezza.

E quindi sì, mi irrito. Ma proprio male.

Anche perché, nel frattempo, ho capito che le nonne sopravvivono anche se difendi il tuo amor proprio, quindi forse potevo pure spaccargli la sedia, ma ormai era tardi e avevo già scelto la via diplomatica, che è quella che ti frega sempre.

Detto questo.

Se invece torniamo davvero a quando avevo cinque anni, quindi quando ancora non avevo tutor da colpire ma solo i Masters of the Universe come universo narrativo, la verità è che non ho mai avuto quelle ambizioni da catalogo:

il calciatore,

l’astronauta,

il pornodivo (quella è arrivata dopo, con più consapevolezza e meno pudore).

Io, segretamente, volevo fare il dittatore.

Ma non così, per dire. Proprio con un piano.

Solo che anche lì, in casa, mi fecero subito un fact-checking abbastanza brutale:

— “Guarda che non finisce bene.”

E mi portarono esempi.

Nicolae Ceaușescu, che secondo la narrativa dell’epoca succhiava sangue dalle banche del sangue visto che era un rumeno e fucilava gente a camionate a Timisoara, ma solo a Timisoara (cose poi rivelatesi, diciamo, creative), e per questo, anche se non aveva fatto niente, fu fucilato.

Slobodan Milošević, accusato di staccare incubatrici ai bambini albanesi per programma di compressione demografica (altra roba discutibile sul piano fattuale e mai avvenuta), ma comunque chiuso in galera a morte e senza cena.

Caso interessante: Benjamin Netanyahu, che invece opera serenamente, comprimendo la natalità a Gaza a botte di sterminio di bambini e madri e polverizzazione di cliniche per la natalità, perché quello che fa non si chiama dittatura ma “democrazia del Medio Oriente”, che è una formula semantica molto comoda quando vuoi incarcerare anche i bambini senza accusa e tenerli senza motivo anche vent’anni in luoghi dove vengono quotidianamente abusati, anche con uso di manganelli nel sedere, tipo scopa nel culo di quell’attivista del movimento Boicottiamo il Biscione quando gli entrarono gli ultras del Milan in casa.

E infine:

Joseph Stalin, detto anche Baffone di Ghisa, sebbene Sta significhi acciaio, che è praticamente l’unico morto nel suo letto come se fosse un pensionato qualsiasi, il che statisticamente comunque rende la carriera da dittatore una specie di gratta e vinci con altissime probabilità di perdere.

E quindi niente.

Accantonato.

Per prudenza, non per morale.

E lì ho iniziato a cercare alternative che avessero comunque a che fare con cose vecchie, perché già allora avevo questa fascinazione per il passato, che è un modo elegante per dire che mi piaceva scavare e trovare roba.

E quindi: archeologo.

Con tutta la costruzione mitologica annessa:

il cappello,

la frusta con cui frustare comunque gente a caso per puro diletto e per amore di quel suono che schiocca, l’idea di menare nazisti e rubare reliquie preziose per il bene dell’umanità (cioè per me).

Poi però entra in scena una persona vera.

Un’archeologa vera. Amica di famiglia.

— “Vieni, ti porto a lavorare.”

Io gasato. Pronto. Spirito d’avventura.

E invece:

scava,

scava,

scava.

Ville. Muri di ville. Cessi di ville. Latrine di ville.

Ogni tanto un affresco zozzo che nei giornaletti dei cugini grandi vedevi di meglio.

E manufatti? Zero.

Al massimo denti. Ossa. Pellame che puzza di bestie morte.

E lì capisci che Indiana Jones è una gigantesca operazione di marketing.

E quindi piano B.

— “Ok, allora i dinosauri.”

Perché lì sì che c’è roba seria.

Zanne. Scheletri enormi. Carnivori con cazzi e denti enormi e durissimi.

E invece:

— “In Italia ce n’è poca.”

— “Ma poca quanto?”

— “Poca e piccola.”

Che è una frase che non vuoi mai sentire, in nessun contesto della tua vita.

E quindi vai comunque a verificare, perché, malfidate come pochi, eh!

Altamura. Perché lì c’è qualcosa.

E trovi: orme, ok, un ominide, ok, ma soprattutto un nome.

Ciccillo.

E lì finisce tutto.

Perché puoi anche accettare la fatica, la terra, la delusione scientifica,

ma non puoi costruire una carriera accademica su uno che si chiama Ciccillo.

Non esiste.

Anche perché a vederlo disegnato, Ciccillo, sdentato, ancora abbastanza curvo, riprodotto antropomorficamente attraverso gli studi dello scheletro, sembrava un bitontino dei tempi moderni.

Uguale, eh: cranio quadrato, collo inesistente, spalle a uovo, schiena curva, dorsi delle mani posti verso l’avanti, nella camminata, ad indicare una conquista molto recente della posizione eretta con tutto quel che comporta il recentissimo cambio di prospettive e di orizzonte – sì, anche nel present day, fatevi un giro a Bitonto e mi dite.

No, no e poi no.

Metti che poi finiva che intestavano a me un museo con dentro repliche dei bitontini di oggi?

Per anni ho provato a rivalutare.

Ho frequentato posti: il Pulo di Molfetta, il Setting della battaglia di Canne della Battaglia (dove Annibale e i Romani si sono menati come fabbri, nella BAT provincia – spoiler non c’è l’eroe vestito da topo-uccello (cit.).

Ma senza cartelli. Con cartacce. Con un’aria da villa comunale frequentata solo da tossici.

Tipo la villa del mio paese e quindi io sarei stato pagato quanto il giardiniere del mio paese.

E ho capito una cosa semplice: se non ci stanno i soldi per tenere in piedi i posti, non ci stanno i soldi per pagare te.

E io non volevo fare la fine del giardiniere comunale:

precario, dimesso, con una tristezza addosso che nemmeno il mammouth erbivoro (che infatti frega cazzi).

E quindi ho deciso.

Mi sarei occupato di cattivi.

Perché i cattivi hanno i soldi.

I cattivi pagano. I cattivi, tipo Tano Cariddi, la Piovra, stagione 4, hanno sempre qualcuno da stipendiare. Soprattutto per ammazzare il Commissario Cattani che nella serie “va a Roma in treno” per non gravare con auto blu sul bilancio precario del Ministero di Grazia e Giustizia.

E io volevo stare da quella parte lì.

Non moralmente. Operativamente.

Che poi, alla fine, non sono diventato il braccio destro di nessun boss.

Non ho gestito imperi. Non ho comandato eserciti.

Però scrivo. Scrivo di cose che gli altri chiamano cattive.

Le analizzo.

Le smonto.

Le rivendo.

Che è una forma molto più subdola, molto meno redditizia, ma incredibilmente più longeva di stare dentro il sistema dei cattivi.

E quindi se mi chiedi cosa volevo fare a cinque anni, la risposta è semplice.

Volevo avere il controllo.

Solo che allora pensavo si facesse con una frusta, una pala, una serie di pennellini.

Adesso so che si fa con le parole.

Che è molto più lento,

molto più frustrante,

e — purtroppo —

molto meno soddisfacente

di spaccare una sedia in testa a qualcuno.

,
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7 risposte

  1. Avatar unallegropessimista

    Il quadro in un museo
    Ma è troppo complicato da raccontare

  2. Avatar Daniela

    Ero troppo presa dall’Interrare le mani, o raccogliere sassolini, più che pensare cosa avrei fatto da grande probabilmente coltivavo i miei sogni pensando che germogliassero

  3. Avatar Francesca

    Ma che pensare per pensare un po’ mi nascondevo in soffitta a scavare tra i resti del passato fino a che di faceva notte ed uscivo per buscare . Per fortuna d’estate correvo nel boschetto del collegio almeno giocavo a nascondino correvo scavavo buche e guardavo curiosa le squadre di ragazzini nel campetto di calcio. Mi divertivo anche a sbirciare la vita si ho guardato ho visto ed ho osservato in una camera scura , come si fanno le foto. Le foto mi raccontano tanto . Anche tu racconti bene allora hai scelto bene come meglio hai potuto e voluto . Mi piace assai , tutto qua . Buon sabato Domenico

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      E ti ringrazio davvero per come lo hai scritto!

  4. Avatar Francesca

    😂💪🏻 Ciao la vecchiaia è un po’ bestia impudica talvolta eccessiva senza paletti si sconfina nemmeno nel senso tradizionale che quello è scontato è un’adolescenza in declino che spinge ogni tanto . E così che scopri gli istrioni, gli invidiosi, gli sfigati, le dame di compagnia assetate di soldi gentili e cortesi, i falsi amici, la borghesia sinistroide, chi non sccetta di invecchiare e chi lo accetta fin troppo. Non vorrei diventare anarchica neppure un’ eremita . I pensionati che non si mettono in gioco perché ci si stanca anche di mettersi in gioco . Resta solo la lotta della parola se e quando si fa strada!!!
    Tutti pubblicano non so tu né te lo chiedo
    Amazon
    Molti se ne servono, anch’io !!!
    Accidenti ora non importa scappo via . Scusa per l

  5. […] Perché se devi essere importante — e da piccolo devi esserlo, non ci sono alternative — ti serve un titolo che stia accanto a quelli. E non Duce, non Fuhrer, che sono già sporchi, già compromessi, già fascisti nella loro miseria. Io volevo una roba da mettere vicino a “dittatore”, come lo dicevano per Stalin o Krusciov, una …. […]

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