Io nella vita ho avuto delle ossessioni che definire spaventosamente discutibili è poco, roba che se la racconti a uno normale tra virgolette ti segnala ai servizi sociali senza virgolette o ti regala un rosario per difenderti da quello che chiaramente ti porti dentro, cioè il vostro demonio che a mie starebbe pure simpatico. . .
Ma quella dei nani è una cosa che mi ha proprio preso il cervello, lo ha ribaltato tipo davvero un materasso sporco e ci ha fatto un rave blasfemo con tanto di luci stroboscopiche e bestemmie creative. E nani in completi di cuoio.
Però bisogna essere precisi tipo referto medico scritto da un portantino pregiudihato (cit.) e ubriaco: i nani devono essere maschi.
Tipo il Giudice di de Andrè.
Non le nane femmine. Mai le nane femmine.
Le nane femmine mi fanno una paura che dire atroce è niente, una roba viscerale, tipo quando sogni di cadere ma non ti svegli e continui a cadere mentre qualcuno ti osserva e ride di te che stai morendo nel sonno – abitudini sadiche di mia moglie, sì.
Le nane no! Tutte le nane no, tranne la premier, per ovvie ormonali ragioni.
E io sono abbastanza sicuro che questa cosa venga da quel corto circuito tra “Un giudice” di Fabrizio De André — con tutta quella storia della cattiveria lucida del nano magistrato bullizzato per anni in quanto nano e che adesso si prende le sue sporche borghesissime rivincite — e il fatto che esistano davvero nane che fanno lavori serissimi, tipo medici, chirurghi, gente che ti apre, ti tocca, ti fruga dentro mentre tu sei lì inerme come una bestemmia non ancora detta.
E io non ce la faccio, cioè se sono su un lettino e arriva una nana dottoressa io dico proprio no grazie, richiudetemi, spegnete tutto, lasciatemi andare via morto ma non pericolosamente minacciato da una nana che potrebbe essere stata bullizzata da donne diversamente basse e quindi con lei molto cattive e si sa, le donne bullizzate si sfogano peggio.
E quindi i miei incubi sono popolati da queste robe, tipo la nana di “Il nostro piccolo grande amore” su National Geographic che sembra Uomini e Donne ma con meno coppie casuali e meno Tina Cipollari — che adesso è oscena nel senso di oscena obesa ma resta comunque uno dei miei desideri erotici più inconfessabili, roba che se mi senti parlarne con un amico trucido viene giù la vostra madonna a prendermi a schiaffi — e con nani ovunque che parlano, si accoppiano, lavorano, operano la gente, fanno cose che non dovrebbero fare ma le fanno con una naturalezza che ti destabilizza.
E in mezzo a tutto questo lei, la nana, Jennifer Arnold, che è pure dottoressa, cioè una che mette le mani nella gente davvero, non metaforicamente, e io al solo pensiero mi si chiude lo stomaco come una serranda rotta, Biondoddio meglio farsi investire da un trattore guidato da un pazzo megalomane ubriaco.
Ok, sì, nel cognome Arnold c’è qualcosa che fa contatto con l’altezza, anche se quello Arnold si chiamava di nome ed era negro.
Però i nani maschi no, i nani maschi sono un’altra cosa, una categoria a parte, una specie di miracolo storto venuto bene.
Io i nani ce li voglio nella vita, proprio li voglio, non sessualmente — che già vi vedo storti — ma come presenza, come energia, come quei cani sbagliati tipo i bulldog inglesi che respirano male, vivono male ma ti riempiono la casa di carattere e disastri e tu li ami proprio per quello.
I nani sono così, sono una glitchata dell’universo che però funziona meglio della versione standard.
E lo so che arriva subito il fenomeno del cazzo con “eh ma questo è body shaming”, ma quale body shaming. E nemmeno body-sharing come sempre mi corregge il traduttore automatico che è convinto della follia che condividerei una cosa così intima come un nano manco fosse una moglie.
Cioè, mia moglie mai nemmeno pensato, ma qualche ex in passato ci ho pensato e qualche amica particolare in passato l’ho anche fatto ma erano altre storie giocose che forse un giorno confesserò.
Sia chiaro: non condividerei mai nell’ordine un nano, mio figlio o mia moglie con altri.
E comunque, sul body-shaming, io i nani li rispetto e li adoro per quello che sono e per come sono, perché se fossero normali sarebbero magari degli stronzomedroni qualunque, dei parlatori di nulla, gente da aperitivo con Spritz(!) annacquato.
Invece no, sono nani, e questa cosa li rende già narrativamente superiori, più interessanti, più vivi di voi.
E io ci ho pensato davvero, non è una cosa detta così per dire.
Commercialista, avvocato, riunioni.
Io che chiedo: ma posso avere un nano?
E loro seri, con la faccia da gente che non ha visto cose peggiori: forse come caregiver emotivo, ma non è scaricabile.
NON È SCARICABILE.
Ma come cazzo è possibile che io possa scaricare una sedia ergonomica e non un nano che mi sistema l’esistenza?
Allora l’avvocato mi fa: adotta un nano maggiorenne.
E io già lì a pensare all’eredità, alla struttura, alla gestione, perché io quando mi fisso costruisco.
E poi anni fa questa storia che mi ha devastato.
Una storia di una cattiveria spaventosa e atroce per una persona con la sensibilità di un bambino piccolo come me – e frequenti amnesie della sensibilità.
Florian, nano rumeno, circense, giostraio.
Il circo smonta tutto e se ne va e lui resta lì, a dormire in mezzo alle balle di fieno, sotto la pioggia, mezzo assiderato, tipo un E.T. dei Balcani che prova a fare telefono casa ma nessuno risponde perché si sono dimenticati proprio di lui.
E nessuno del circo che dice “oh ma Florian?”, niente, sparito, evaporato, lasciato indietro come un oggetto rotto.
E lui si sveglia, capisce, e dice che allora tanto vale rifarsi una vita, andare alla Caritas, ricominciare con quello che sa fare.
E io quella cosa me la sono sentita dentro come una martellata – alla Caritas, come un vestito vecchio.
Io lo volevo prendere, portarlo a casa, dargli un ruolo, una dignità, una cazzo di esistenza migliore.
Lo avrei fatto dormire nella vecchia lavatrice, che gira piano e culla come una ninna nanna meccanica, lo avrei vestito con costumi d’epoca — oggi senatore romano, domani menestrello con cetra o lira, avantieri corazziere della Repubblica, posdomani Vittorio Emanuele III — e gli avrei chiesto di suonare mentre io penso male del mondo.
Ogni giorno con un costume diverso.
Gli avrei dato una cornucopia sempre piena di frutta, uva, mele, roba da mangiare con teatralità, come in quel porno con Angelica Bella dove c’è un nano obeso afroamericano che non partecipa ma commenta tutto mentre si ingozza come un dio minore della depravazione, scena completamente inutile ma perfetta. Per altro la cornucopia non ci stava un cazzo in quella scena in interno di design e il nano compare dal niente – ok come dovrebbe essere.
E sì, l’unica cosa che gli avrei chiesto, forse, sarebbe stato ballare nudo per gli ospiti — ma io non faccio tutte ste cene, quindi tranquilli — e portarmi la mattina la tazza di cappuccino di avena o la sera la birra, la pinta senza manici, tenuta con entrambe le mani con quella grazia assurda che avete voi nani quando trasportate oggetti più grandi di voi, che sembra un rito sacro e invece è solo difficoltà di reggere quella cosa di vetro e liquido dentro con una mano sola che ve le hanno montate piccole.
E sì, avrebbe dovuto accettare la pettorina quando si esce, non per umiliazione sessuale ma perché mi sembrano come bambini, bisognosi di cure, e io mi prendo cura.
Non come Biancaneve che sfrutta i sette Settenani — Cucciolo incluso che già ben prima di Grey’s Anatomy uoldisnei dimostrava con semplicità come il tema dell’inclusione fosse gestibile coi personaggi, tipo Cucciolo coi problemi di apprendimento e Mammolo che era proprio dichiaratamente un Ministro della Cultura Italiano, non il Minion di Gennarino, quell’altro, quello uscito dal Mucca Assassina — e poi invece la bagasciona di Biancaneve, ormai esperta nell’Ars Amandi – che è anche il nome d’arte di una pornostar di Frascati, se non ci credete c’è il link SFW – scappa col principe normo-alto lasciandoli lì come Settenani coglioni i sette settenani.
Io no; io sarei stato meglio, più giusto, più strutturato.
E invece niente, leggi, morale, società, tutte ste robe che impediscono a uno di vivere come cazzo vuole col suo nano da passeggio e da salotto.
E quindi i nani restano nani, quelli fantasy sono Settenani, tipo quelli di uoldisnei o del Signore degli anelli – lo vedi che sono nani finti – e i nani veri sono nani veri adottabili tipo il nano del Il Trono di Spade che è maiale quasi quanto i miei amici peggiori.
E alla fine noi restiamo qui, senza nani, che è come vivere in un mondo senza pornografia con Jessica Rizzo che fa “Festa col nano” e smonta pure i miti, tutti i miti, assieme a un nano vero, senza nome, senza “virtù meno apparente, tra tutte le virtù la più indecente” ma comunque capace di fare tutte le cose necessarie perchè un hardcore sia un hardcore, anche con evidenti problemi di altezze non conformi a pecora, e ti fa capire che pure lì le cose non stanno come pensavi, e tu resti lì con le tue ossessioni, i tuoi desideri storti e nessuna possibilità concreta di sistemarli.
E questa, ve lo giuro, è una cosa atroce.
