Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Io non ero il tipo da prendere integratori.
Non per qualche forma di purezza morale — quella è roba da gente che poi si sfonda di altre cose con nomi più eleganti — nè per tirchieria sionista ma perché mi sembravano banalissimamente una scorciatoia raccontata bene.

Cominciai a farlo solo quando, in una nota farmacia della mia città, una farmacista avvenentissima — già citata altrove per altri motivi che qui non è il caso ma forse sì — decise di intervenire sulla mia esistenza.

A modo suo.

Io ero entrato per chiedere una cosa semplice, quasi infantile: il cebion, roba da ricordi frizzanti, vitamina C e innocenza. Precisando: “Cambio di stagione, eh!”
Lei mi ascolta, annuisce come si annuisce a uno che non ha capito niente, e mi propone altro.
Taurina, zinco, selenio, magnesio.
Una squadra chimica che mi viene raccontata come se stessi per entrare in una versione migliorata di me stesso.

E poi l’occhiolino.

Ora, l’occhiolino non è mai neutro. Più una’accusa con la lingerie e nient’altro se non tacchi vertiginosi e collana di perle, che ognuno c’ha i fetish suoi.

L’ochiolino mi fece traballare sotto il bottino – no, non avevo fatto una rapina ma voi forse non sapete che il bottino è il fondo dei calzoni davanti cioè la patta e quindi, sì avete capito.

Mi dice che quella roba mi farà bene.
In generale, certo.
Ma anche “per altri aspetti della mia vita” che — parole sue — già sicuramente girano bene, ma vuoi mettere.
Fidati, mi dice, poi tornerai a ringraziarmi.
E senza ricetta, aggiunge, che è una frase che in altri contesti configura reato ma lì suonava tipo una zozzissima, laidissima promessa.
Che io certe cose già da lei le sapevo.

Io lì comincio a capire che c’è del marcio.
Non in Danimarca — che già non si capisce perché oltre ai Lego debba avere pure il marcio — ma in quella dinamica.
Perché le opzioni erano due, e nessuna rassicurante: o mi aveva dato dell’impotente, oppure mi stava dando del potenziale.

E il potenziale è peggio, perché è una minaccia educata.

Poi però mi ricordo l’occhiolino, il tono, il “già vai bene ma…”, e ricalibro. Non mi ha insultato. Mi ha dato del porco.
Mi sta sottintendendo qualcosa. Una proposta senza responsabilità.
Con te ci farei cose, ma vedi tu, io intanto ti vendo le molecole.

Io, che ero già sposato e avevo continuamente dismesso i panni del fedifrago seriale, prendo la cosa per quello che è: un complimento operativo.
Rifiuto mentalmente la parte implicita, ringrazio la dottoressa, accetto quella commerciale, pago e porto a casa.

Tornato, faccio quello che fanno tutti quando vogliono confermare un sospetto: cerco. Una ricerca fatta bene, una roba quasi da puntata di Quark, che tenga insieme taurina, zinco e selenio senza sembrare un forum di disperati.
E infatti scopro che quella combinazione viene magnificata ovunque come sostituto naturale di altre soluzioni più esplicite – leggi Viagra.
Tutto molto pulito, tutto molto sano, tutto molto “non è quello che pensi” mentre è esattamente quello che pensi.
Anche di più, visto il fidati, anzi, no, più il poi mi dirai.

Sulle prime ci rimango male.
Male nel senso tecnico.
Prima mi ha dato dell’impotente, penso. Poi ci torno sopra. No, mi ha dato del potenziale. Poi ancora. No, mi ha dato del porco. E a quel punto, onestamente, tra le tre opzioni scelgo quella che mi fa stare meglio.

E comincio a prenderli.

Ora, io ho un metabolismo da orso. Non solo come atteggiamento, proprio come sistema interno: arriva la primavera e qualcosa si sveglia senza chiedere il permesso. Io, però, quell’anno attribuisco tutto agli integratori.
Perché il placebo è così: più sai che è un’illusione, più funziona.
E quando funziona, non hai nessuna voglia di smettere.
Soprattutto quando i Placebo sono uno dei tuoi gruppi preferiti.

E infatti non smetto.
Quella diventa la mia farmacia di riferimento. Anche per i cerotti, certo. Soprattutto per i cerotti, diciamo così.
Ma l’argomento non torna più fuori.
Nemmeno l’anno dopo, quando torno a prendere esattamente le stesse cose.
Ormai ero dentro. E quando entri in queste dinamiche non esci, al massimo cambi fornitore.

E infatti lo cambio.

Entra in scena una cugina di mio padre, zia, irpina, ottantenne, timorata di Dio, no-vax e no medicine molto prima che diventasse una posizione ideologica condivisa.
Lei non prende farmaci.
Lei si cura con roba che sembra uscita da un manuale di alchimia del Trecento ma con la sicurezza di chi non è mai stato smentito da un referto.

E infatti, sta da Biondoddio.

Andiamo a trovarla per un fine settimana in famiglia. Due ore di macchina, io arrivo tranquillo, rilassato, convinto di essere in forma. Mi guarda e decide che no, non lo sono.
“Sei spento”, dice, con quella lucidità spietata degli anziani che non devono più piacere a nessuno. Tipo nonna pugliese quando arrivi a casa sua e lei dice “Sei sciupato” e ti ingozza tipo oca da fuagrà – imbuto e macinino e poi muori scoppiando.

E mi dà delle cose.

Non saprei come definirle se non come una via di mezzo tra erboristeria e smart shop. Roba legale che se la mischi ad altra roba legale ha un effetto mitico con retro-effetti che sembrano borderline.
A cena tira fuori stecchetti di aloe.
Io chiedo: “Sta roba a che serve?”
Lei parte: depura, regolarizza, pulisce, drena, una lista di verbi che già da sola dovrebbe farti sospettare.

Provo.

La sera niente. Ok, pianta del cazzo!

La mattina dopo, dopo il caffè, succede qualcosa che ridefinisce il concetto stesso di liberazione. Una cosa così totale che per un attimo penso di aver perso un pezzo di identità insieme al resto e averla inavvertitamente scaricata assieme al resto.
Io, che qualche irregolarità l’ho sempre avuta, mi trovo davanti a una perfezione fisiologica che non avevo mai sperimentato.

Cazzo, penso. L’aloe.

Condivido la scoperta con mia moglie, che mi guarda con l’entusiasmo di chi sa già dove andrà a finire questa storia e non è particolarmente interessata al percorso.

Torniamo da mia zia il giorno dopo. Io, approfittando di un momento di calma — lei è un’ottantenne più attiva di chiunque conosca — le chiedo: “Zia, ma se volessi fare una cosa più accurata?”

Lei non esita. Tira fuori un numero.

Tatiana.

Nome che non lascia spazio all’ambiguità: un bagascione rumeno di sicuro. La chiama. Mi presenta. “Il nipote serio, quello bravo”, dice, aggiungendo un “un bel servizietto, sai tu” che mi fa arrossire in modo ingiustificabile ma inevitabile.

La signora — che potrebbe avere 40 anni o 97, con quella roba non si capisce — mi fa un’anamnesi completa. Poi prescrive. E spedisce.

Propoli, due compresse.
Aglio nero e biancospino, tre volte al giorno — un chiasmo cromatico che già promette cose.
Omega 3, aloe, arnica, artiglio del drago per i dolori post allenamento e post condizionamento da karate, timo per la gola perché non fumo ma svapo, quindi evidentemente devo espiare.

A mia moglie, coinvolta per imperio di mia zia, altre cose, tra cui una roba con un promotore per il collagene che, a detta sua, rende l’acido ialuronico acqua sporca.

Tutto questo mentre il telefono è in viva voce, la cucina è piena, e i consulti medici in famiglia non conoscono né privacy né deontologia, anche perché nessuno lì dentro è laureato in medicina quindi non rischiamo di violare nulla.

E lì, nel mezzo di questo scenario perfettamente illegittimo ma socialmente accettato, arriva la frase.

Un tuono di Odino.

Sulle parole “collagene” e “acido ialuronico”, mia zia interviene:

“Eeeeh, dai, quella potevamo risparmiarcela. Tanto ancora fanno i fatti loro, mio nipote e la moglie. Basta ingoiare ogni tanto.”

Ride. Rossa. Poi non vista ma da me vista, si segna con la croce.

Silenzio.

Poi alza gli occhi e chiude, serafica:

“A me così l’ha spiegato bene, il professore.”

Il professore? Un erborista.

Uno che probabilmente spedisce radici via corriere.

E tu lì capisci che non c’è più distinzione. Non sai se stai migliorando la salute o partecipando a un rituale collettivo con consegna gratuita.

Ma una cosa la capisci: ci fosse stato un magistrato, a quel tavolo, sarebbe stato uno di quei processi mediatici fantastici, di questi tempi, per esercizio abusivo della professione medica con aggravante di spedizioni non fatturate e soprattutto di presenza di rapporti gerarchici familiari di superiorità tra esercitante e subente.

Comunque.

Vero o meno. Placebo o meno. Ingoio o meno.

Quest’anno manco un raffreddore.

E dalla farmacista però continuo a passarci.

Soprattutto per i cerotti. Ma anche per i fatti zozzi che non ha mai smesso, a causa delle mie competenze in materia di parafilie, di raccontarmi – sai con gli analisti non mi sento a mio agio.

Non fate pettegolezzi!

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10 risposte

  1. Avatar Nemesys

    Sei incredibile dalla simpatia con cui spieghi ogni avvenimento, per me è sempre un piacere leggerti e comunque gli integratori più naturali sono e più sono efficaci contro i vari malesseri. Io sono già due anni che non prendo influenza però per tutto il periodo invernale assumo un paio di lntegratori che acquisto in farmacia 😉 Buona serata Domenico.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Ci capiamo!

  2. Avatar 2010fugadapolis

    Ci possiamo girare intorno all’infinito, ma il problema di questa roba è che costa troppo.
    Alla fine convengono le medicine.
    Oppure anche niente, che è meglio (cit.)

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      devi crederci!

  3. Avatar primi passi per creare

    Però che gente interessante che frequenti!

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Posso fornire contatto!

      1. Avatar primi passi per creare

        Ahahahah

  4. Avatar 𝒢𝒾𝓈𝑒𝓁𝓁𝑒

    All’occhioljno ho iniziato a volare… ✈️
    🤣🤣
    Io comunque agli integratori non credo molto… 😅🤣

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Mia zia direbbe “Gisella cara, e che ti devo dire, se ci tieni tanto a vivere male…”
      Ma appunto non sono mia zia.
      So che si tratta di crederci!

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