Qual è l’ultimo spettacolo dal vivo al quale hai assistito?
Non frequento molti spettacoli, festival, eventi, robe con la gente che esce di casa e si mette in fila e paga un biglietto o beve birra calda in piedi, ultimamente. Perché ho un bambino di sei anni, ormai sette, e questa cosa — scoperta sconvolgente per chi pensa che i figli siano soprammobili emozionali — complica leggermente la gestione del tempo, della sera, del sonno, della vita, della libertà, del cazzo che vi pare.
Se teniamo fuori due o tre volte in cui abbiamo chiesto ai nonni, che sono anziani, lo sforzo di fare i nonni e tenersi il pupo per farci andare al cinema a vedere cose che ci interessavano davvero parecchio, la vita degli spettacoli si è assottigliata. Dune, per dirne uno, perché siamo entrambi fanatici tombali totali di Lynch e abbiamo adorato la sua resa cinematografica del primo capitolo della saga del pianeta di sabbia, quindi sì, dovevamo andare, mica potevamo far finta di niente come gente normale. Poi “Mondocane”, che è un bellissimo e molto sottovalutato film indipendente su Taranto e sulla condizione di Taranto. E poi La voce di Hind, perché entrambi siamo convinti pro-pal, e quindi anche lì, zero discussione, si andava.
Quel che di bello è capitato, però, va sottolineato con tre righe di matita rossa a pasta grassa, proprio quella che sporca e non se ne va: la richiesta arrivata dal pupo, purtroppo in colpevole ritardo, di andare quest’anno al concerto dell’Uno Maggio Libero e Pensante a Taranto. Perché aveva saputo che ci andavano i “Subsonica”, che sono una piccola passione condivisa da tutti e tre in famiglia, una di quelle cose che stanno lì senza fare casino ma cementano più di tante frasi importanti dette con la mano sul cuore.
Sarebbe stato bello, sì. Anche perché l’Uno Maggio Libero e Pensante è stato il primo spettacolo — se così si può chiamare, perché spettacolo è una parola ordinata e quella roba lì è più un miscuglio di piazza, sudore, politica, musica, birra, amici, polvere e vita — che io e la mamma, cioè mia moglie, abbiamo diviso insieme dopo poche settimane che stavamo insieme e già convivevamo, perché noi evidentemente le cose normali le lasciamo agli altri, ai prudenti, ai compilatori di moduli sentimentali.
E la musica, tra me e lei, è stata da subito un collante enorme. Un terreno comune. Una lingua. Una scusa per stare nello stesso posto, ascoltare la stessa cosa e fingere che non stesse già succedendo tutto.
Pensare che lui, nostro figlio, fosse lì a chiederci di andare proprio a quella cosa lì, ci ha fatto sorridere un sacco. Ma non il sorriso tenerino da pubblicità della merenda, no. Il sorriso di quando la vita ti fa un giro strano e poi ti riporta un oggetto davanti dicendo: lo riconosci, coglione? È questo. È sempre stato questo.
Gli abbiamo promesso che l’anno prossimo, sapendolo per tempo, lo porteremo. Anche se non ci sono i “Subsonica”. Anche se ci sta qualcun altro. Anche se magari suona uno che a me fa venire voglia di litigare con le casse. Lo porteremo, perché certe cose se un figlio te le chiede non sono più solo eventi: diventano passaggi, segni, robe da ricordare.
Anche ai “Subsonica” siamo legati parecchio. Lo stesso anno in cui era cominciata la nostra storia d’amore, sempre a Taranto, ma al Raffo Beer Festival, suonarono gratis. E vicino a noi in piazza c’era una coppia con un bambino di cinque o sei anni, con le cuffiette antirumore — non una cazzata da genitori instagrammabili, ma un gesto di buon senso verso i timpani piccoli di un bambino, perché magari si può pure essere allegri senza rincoglionire i figli a colpi di decibel. E la cosa fantastica era che quel bambino sapeva tutte le canzoni. Tutte. A memoria. A menadito. Le cantava come poteva, le ballava, e i genitori erano evidentemente contentissimi, non di quella felicità cretina da “guarda mio figlio che fenomeno”, ma di quella roba più seria: guarda, sta dentro una cosa che amiamo anche noi.
All’epoca mia moglie disse una frase che se ci ripenso mi commuove, e mi dà anche fastidio che mi commuova perché poi sembra che uno voglia fare il tenero, e invece no, uno sta solo dicendo la verità: “Io non voglio figli, ma se proprio devo volerlo, se proprio devo vedermi mamma, vorrei fosse così.”
Quella frase è tornata precisa quando nostro figlio ci ha chiesto di essere portato a quel concerto. Certo, ce l’ha chiesto mentre annunciavano i “Subsonica” sul palco, quindi in ritardo tombale totale, proprio roba da processo familiare, ma è tornata. Dopo pochi secondi ho guardato mia moglie, che ha una memoria che si azzera con una facilità incredibile, tipo lavagna pulita male, e le ho detto: “Ricordi?” E no, quella cosa non si era cancellata. Quella la ricordava.
E lei ha detto: “Certe volte la vita te li fa i regali belli, eh?”
Sì. Certe volte li fa.
E questo post mi porta a pensare che posso esserne certo: anche lei, che di figli non voleva sentir parlare perché avrebbero stravolto le dinamiche libere, giramondo, giraeventi della sua vita, oggi è felicissima di quella scelta che facemmo insieme. E forse, proprio come me, non rimpiange davvero la vita che è cambiata. Non perché quella di prima facesse schifo, anzi. Era bella, era nostra, era piena di follie utilissime e decisioni prese come si prendono le decisioni migliori: male, in fretta, con entusiasmo.
Tipo comprare biglietti con un anno di anticipo, come per i Radiohead a Firenze nel giugno 2017, perché se ami una cosa non aspetti mica di essere comodo. O metterci in macchina e farci quattro ore di viaggio per andare a Roma non a un concerto, eh, troppo facile, ma a un dj set. Un dj set di Apparat alla Caserma Guido Reni. Serata poi trascorsa al bancone con Carolina Crescentini, persona squisitissima e davvero un sacco fuori di testa, che è una categoria umana che io rispetto molto più di tante altre.
Quei tempi torneranno. Quegli spettacoli, quegli eventi, quelle partenze a cazzo torneranno. Come sempre nella vita. Non uguali, ovviamente, perché uguale non torna mai niente e chi ve lo promette vi sta vendendo una truffa sentimentale. Torneranno diversi in qualcosa. Con un terzo corpo, una terza voce, una terza stanchezza, una terza felicità magari più complicata e meno agile.
Ma sarà bello viverli insieme. Stavolta in tre.
