Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

]
]
]

Quando mi sveglio la mattina , più che sentirmi una mappina ripetutamente (cit.) la prima cosa che faccio non è il caffè, non è il telefono, non è guardare fuori dalla finestra come fanno quelli equilibrati che hanno ancora una qualche fiducia nel mondo.

No. Io controllo che siamo tutti vivi.

Ma proprio fisicamente vivi, eh.
Non in senso filosofico, non “come stai amore?”, non “tutto bene?”.
Vivi vivi. Con il respiro. Con i rumori. Con i feedback.

Se mia moglie mi sveglia lei, teoricamente la questione dovrebbe essere risolta. Cioè: parla, quindi è viva.
Fine. Logica elementare.
Col cazzo!
Io ascolto le pantofole. Perché gli spiriti non le usano. Gli spiriti non fanno ciab ciab sul parquet. Gli spiriti al massimo fanno quelle robe da film dell’orrore, i sussurri, le correnti d’aria, le porte che cigolano.
Ma le pantofole no.
Quindi, sì, nudo e crudele, io sto lì e mentre lei parla io penso: sì ok la voce, ma fammi sentire i piedi.
Fammi sentire che pesi.

Mio figlio invece dorme.
Sempre.
Beato lui, incosciente.
E io vado lì e ascolto. Il respiro. I piccoli rumori. Il minimo segnale vitale. Non lo sveglio, eh, mica sono un pazzinculo.
Però controllo. Tipo guardiano notturno della morte mancata.

Perché faccio questa cosa?

Semplice.

Deriva da anni e anni di rinforzo positivo di mia nonna paterna.
Non quella dei maglioni da mongoloide — quella è un’altra saga — ma l’altra, quella dello stabilimento balneare.
Quella che io chiamo la nonna della notte. Perché era quella da cui dormivo o che, più spesso, si trasferiva da noi in inverno visto che i miei avevano orari da professionisti della prima mattina.

E nonna, tutte le sere, 
tutte,
quando ci mettevamo a letto, ripeteva sempre la stessa frase:
Speriamo che domattina ci svegliamo e siamo tutti vivi, gioia di nonna! Buonanotte!

Ora.
Capirete che per un bambino questa cosa all’inizio è pure simpatica.
Una specie di mantra. Quasi una filastrocca.
Poi diventa buon senso.
Cioè: siamo vivi? Bene. Ottimo punto di partenza per la giornata.
Tautologico. Banale. Pulito.

Eh però. . .

Intanto ti entra dentro l’idea che la morte è sempre lì dietro l’angolo, come uno che aspetta il suo turno alla posta. Aspetta, non proprio il tuo. . .
E per l’appunto ti entra dentro un concetto ancora più raffinato: che possono morire gli altri. Tu no. Perchè tu domani devi controllare, no?
Il sotteso è quello.
E quindi tu ti becchi tutti i cazzinculo del soffrire mentre loro fanno la morte migliore possibile, quella nel sonno.
Eleganti. Discreti. Puliti.
Tu invece lì, a raccogliere e pagare tutti i cocci emotivi come un coglione.

Ma queste cose le capisci dopo.

All’inizio io facevo come sempre e come da contratto con me stesso il bravo bambino.
Bravobravissimo.
Mi mettevo nel letto, mi giravo di lato, infilavo le due manine giunte sotto il cuscino come “un angioletto” — (cit.) — e ripetevo anche io:
Speriamo che domani ci svegliamo e siamo tutti vivi!

E cominciai a farlo pure quando dormivo altrove.
Tipo dall’altra nonna.
Quella dei ladri e dell’eroismo domestico — recuperatevi l’arretrato perché merita.

Quell’altra nonna, giustamente, rimase un attimo perplessa.
Non mi disse niente, ma andò a riferire a mia madre.
Perché va bene il bambino bravobravissimo, ma “Certi discorsi atroci!”(cit.).

Mia madre mi prese da parte e provò a fare il lavoro educativo standard:
“Non c’è bisogno. Non succede.”

E io:
“Col cazzo. L’hai detto tu che non puoi promettermi che non morirai mai. Quindi può succedere. Anche nel sonno.”

(Ok, il “col cazzo” è un’aggiunta mia adulta, ma il concetto era quello. Io ero già una persona intelligente e profondamente sensibile alle contraddizioni delle narrazioni altrui, visto che poi averi fatto il criminologo sebbene ancora non lo sapessi ma una certa sequela di eventi stava già lavorando.)

E mia madre:
“Sì, ma tu non ci pensare.”

Col cazzo!
Nel senso di col cazzo non ci pensare.

Alla fine intervenne mio padre, che conosceva bene sua madre e le sue… come dire… inclinazioni narrative verso la tragedia.
E mi disse: guarda che tua nonna è fatta così, vede tutto nero, ha paure di cose che non sono mai successe.

“Col cazzo mai successe! Mamma ha detto che può darsi che lei muoia quindi.”

Per spiegarsi e provare a confutare la cazzata sesquipedale che con quella promessa mancata mia madre aveva fatto, mi raccontò un fatto.

Quando era piccola, sua madre — cioè mia nonna, quella del “speriamo che domattina bla bla bla” — sapeva esattamente che strada faceva suo padre – il padre di lei – ogni giorno per tornare “dalla terra” – leggi fondi agrari che mandava avanti – con il carro.
Un grande carro, cioè proprio enorme. Un cazzo di carro enorme!
E se il padre tardava – tipo X Agosto del Pascoli che si legge Dieci Agosto, mi raccomando – lei usciva e gli andava incontro.
Perchè era un grande carro, cioè proprio enorme.

Ora, uno pensa: che carina, la bambina che va incontro al padre per farsi un giro sul carretto.

Col cazzo!

Lei andava perché era già assolutamente certa che se il padre tardava c’era solo una spiegazione possibile: era sicura che era morto.
E lei andava a riconoscere il cadavere.

E mio padre chiuse con:
“Dai papà, si vive male così. Lascia stare le barzellette della morte di tua nonna. Mio nonno non è morto sul carro, è morto nel letto di casa sua.”

Credete che potessi lasciare stare?

Col cazzo!

Io alla prima occasione tornai dalla nonna della notte e approfondii.
Con gran dovizia di particolari.
Perché io sono curioso.
Io voglio capire.
Io voglio dettagli.
Io voglio proprio il film completo.

E venne fuori che era tutto vero. Ma non solo vero.

Era molto peggio.

Perché mia nonna mica si limitava a temere la morte del padre.
La sceneggiava proprio.

Ogni giorno una variante. Ma sempre alla stessa curva.

Una volta il carro si ribalta per evitare un altro carro contromano.
Una volta arrivano i banditi e lo fucilano – sì, fucilano (cit.).
Una volta un cane randagio, sterzata, scarpata, fine.
Una volta una frana dalla Montagna – leggi Vesuvio perchè i fatti narrati avvengono in un comune della Circumvesuviana che si chiama Boscotrecase.
Una volta si stacca la ruota, il carro – quel grosso carro, quel cazzo di carro enorme – di traverso, col papà sotto.

Un campionario che teneva insieme ingegneria, cronaca nera, codice della strada e una fantasia splatter degna di un regista disturbato e spagnolo alla Balaguerò.

E attenzione: non c’era mai il “forse è ferito”.
No.
All’arrivo di mia nonna mia nonna era certa che suo padre avesse già esalato l’ultimo respiro.
Era sempre già crepato.
Pulito. Risolto.

Col cazzo!

Nella narrazione ci stava sempre tanto sangue.
Tantissimo sangue. Un cazzo di sangue enorme.

E io e lei quella sera ne parlammo a lungo.
Io chiedevo dettagli.
Lei rispondeva con una serenità disarmante. E con tutti i dettagli necessari al caso. Senza pensare che avevo tipo sette anni.
Come se fosse perfettamente normale non solo parlarne, ma vivere proprio così.

E lì è successo.

Mi ha passato questa cosa. Questa luccicanza tipo lo Shining del film.
Che io oggi da quel santo giorno applico su di me e mai sui miei cari ma su persone di cui mi frega giustappena il giusto — perché la mente, quando parte, è comunque capace di una qualche selezione etica.

Tipo che se mi ci applico, tu muori!
E non può essere colpa di altri se non sua, eh!

E insieme alla luccicanza mi ha passato due missioni fondamentali.

La prima: controllare che siamo vivi al risveglio.
La seconda, ancora più importante: la cartellina.

La cartellina “Se io dovessi morire”.

Ogni anno aggiornata.
Numeri utili.
Istruzioni.
Indicazioni pratiche per sopravvivere alla mia dipartita.
Magari pure per trarne profitto, perché oh, che cazzo, già muoio, almeno fatemi essere utile fino in fondo.
Un personaggio generoso, sostanzialmente.

Ma di questa cartellina io e voi parleremo in un altro post.

Prima che giustamente perchè vi preoccupate per me voi me lo chiediate: sì, ne ho parlato con la mia psichiatra.
Che mi ebbe e mi ha non in cura, ma in consulto trimestrale obbligatorio dalla professione che faccio — che è una formula molto elegante per dire “vieni che vediamo come stai messo”.

E lei mi ha spiegato che questa cosa non si chiama passaggio di competenze.
Si chiama trauma.

Trauma.

Perché se no. . .

Col cazzo che ve ne parlavo!
Sarei stato lì, sereno, convinto che fosse solo una mia raffinata sensibilità alla morte, una specie di talento. Una luccicanza, appunto.

Invece no.

Solo che ogni mattina, prima del caffè, io devo verificare che il mondo non sia già finito senza avvisarmi.

E se mi fate girare il cazzo muovere piano piano il dito vicino agli occhi con viso da bambino profondamente disturbato e pensare a chi mi ha fatto girare il cazzo e visualizzare su di lui la scritta REDRUM (cit.) – possibilmente vergata con quello stesso dito, ma intinto nel sangue.

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6 risposte

  1. Avatar Nemesys

    Sei unico Domenico! E comunque condivido il tuo sentire, la tua sensibilità perché è vero si è certi di andare a dormire ma il risveglio non è poi così altrettanto certo, non si sa mai… Buona serata.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Ma proprio mai, eh!

  2. Avatar 2010fugadapolis

    OK. Con la cartellina mi hai dato una mazzata. Mi hai fatto tornare su una cosa rimossa da vent’anni.
    Problema mio, naturalmente 😉
    Hai presente quella cosa dei cassetti che devono restare chiusi? Ecco.
    Vabbè, andiamo avanti.
    La prima cosa che faccio io non è molto dissimile dalla tua, però da una prospettiva egoistica: anche se solo mentalmente, dico “che culo, mi sono svegliato anche oggi”.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      La cartellina è una cosa serissima.
      E va fatta con metodo.

  3. Avatar Sandro Battisti

    …in “The OThers” i morti si comportavano da vivi, e pensavano di esserlo…

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Mannaggia a quel film!

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