Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Cosa fai per essere coinvolto nella comunità?

Le comunità. Quelle cose che tutti ti raccontano come belle, sane, nutrienti, quasi una spremuta bio per l’anima. Quelle robe che “ti fanno sentire vivo”, “ti fanno sentire parte di qualcosa”. Sì, certo. A me, a volte, fanno sentire asfittico. A volte mi fanno sentire proprio in deficit erettile — che è una misura scientifica dello stato dell’anima, prendetene nota — anche quando attorno è pieno di donne interessanti. Che poi lo so, non faccio testo: ho fatto da tempo voto di monogamia serena e pure felice, anche perché qualcuno anni fa mi disse “ma non ti rompi il cazzo di sedurre e scopare a destra e manca?” — e manca vuol dire mancina, cioè sinistra, quindi pure lì una digressione politica involontaria — e io, conoscendomi, sapevo già che aveva ragione. Perché ho questo difetto/pregio: le cose che mi piacciono le faccio benissimo, mi ci butto, le ripeto, le moltiplico, le esplodo… e poi mi rompo il cazzo. Fine. Game over. Sipario.

E quindi sì, le comunità oltre a farmi sentire così, mi stanno pure un po’ sul cazzo. Perché — e lo sapete che lo dico spesso — in media bruta le cose finiscono sempre per essere un enorme bidone dell’umido: ci puoi buttare dentro di tutto, dalle migliori intenzioni alle peggiori miserie, ma alla fine puzzano. Sempre. Di uovo marcio.

Prendete per esempio la comunità e il mio impegno con la comunità larga del “scrivere su un giornale”. Gratis, ovviamente, perché siamo tutti missionari quando si tratta di sfruttare il tempo altrui. E senza nemmeno fare la cosa intelligente — cioè farmi intervistare — no, io mando il pezzo. Articolo. Firmato, sì, ma senza quella cornice che dice chiaramente “questo è uno che parla con un titolo, con una faccia, con una responsabilità”. E infatti che succede? Succede che una serie di stronzi patentati oggi si fanno belli con concetti miei. Miei. Presi, rielaborati, riciclati come plastica di bassa qualità. E nel frattempo a chi dirige non piace la mia critica generale alla stampa, perché io — pensa un po’ — mi permetto di dire che certe cose sono carognate fatte per inseguire la sensazione invece del giornalismo. E allora ciao, arrivederci e grazie. Da oggi solo interviste. Perché la comunità si aiuta, sì, ma si educa pure.

E qui arriviamo alla parte che dà fastidio, quella che nessuno vuole sentirsi dire: la comunità si merita la sferza. Forte. Fortissima. Non la carezzina, non il “bravi tutti”, ma la sferza da ubriaco — presente quei due caratteristi comici in The Passion of the Christ messi a fare i centurioni di bassa lega, etilisti e sadici, che picchiano Gesù riducendolo Ecce Homo? Ecco. Quella roba lì. Che a Bari quando dici “lo ha ridotto Ecce Homo” non stai citando teologia, stai descrivendo uno conciato male, proprio male, come le statue gore e trucissime delle processioni del Venerdì Santo — e se non le avete mai viste fatevi un giro, poi mi dite se dormite tranquilli.

Perché se tu — tu comunità — dici che io sono un “intellettuale”, che sono un “esperto”, allora io ho responsabilità. Aiutarti nei momenti di crisi. Suggerire direzioni. Ma anche — e soprattutto — usare la sferza quando fai a cazzo dopo che ti ho spiegato le cose mille volte, oppure quando mi tratti come quello che “eh vabbè l’intellettuale, quello che si vanta, quello inutile”. Quello che secondo te arriva su una scena con un morto crivellato e dice “ah sì, colpi di pistola, 3000 euro grazie”. E lì, capite, io cambio registro.

Perché a quella comunità lì io ricordo una cosa molto semplice, che ho imparato presto. Tipo quando da ragazzino uno più grande — di quelli che si vantano di competenze sadiche, che bullizzano perché possono — mi prese di mira. Io avevo quindici anni, parlavo, avevo argomenti, avevo pure un certo fascino con le ragazze — senza saper andare in bici, che è una cosa che ancora oggi mi sembra una metafora perfetta della vita: non sai pedalare ma comunque arrivi. E mentre lo picchiavo — sì, lo picchiavo davvero — gli spiegavo che gli ero superiore. Prima fisicamente, perché lo stavo riducendo Ecce Homo e lui implorava di tornare a casa dal figlio (errore gravissimo, mai tirare fuori il figlio mentre prendi botte, perché ti qualifichi subito come vigliacco e ne prendi di più). E poi perché non era colpa mia se lui a quell’età era già un coglione senza prospettive e io invece cercavo di rendere la vita qualcosa di serio, divertente e utile. Ecco. Io con la comunità, quando serve, uso quella sferza lì. Metaforica. Ma precisa.

Poi succede che arrivano momenti difficili — settimane, mesi — come quello che si sta vivendo a Bari con una guerra di mafia che esplode nel mezzo della festa di San Nicola, con centinaia di migliaia di persone in giro e tutti “ah la prego criminologo ci dica” come primitivi attorno al padrone del fuoco, o come aborigeni davanti a un accendino. E lì io la sferza la uso ancora, ma non è mai sadismo fine a sé stesso. Non è mai “inginocchiati e succhia”. È uno schiaffo metaforico, sì, anche brutale, ma rispettoso. Perché lo scopo è uno solo: metterti davanti allo specchio e dirti “guardati”. Guardati davvero.

E poi, certo, c’è pure l’egoismo sano. Perché io aiuto la comunità gratuitamente — sì, gratuitamente — per un motivo molto semplice: ci vivo. Voglio viverci meglio. Voglio che ci viva meglio mia moglie, mio figlio. E sì, lo so, probabilmente nessun malandrino ci toccherebbe perché c’è rispetto, perché il modo in cui tratto e racconto certe realtà è umano, non deferente. Ma non basta. Non basta la sicurezza della porta blindata. Serve una comunità che funzioni, che sia meno pericolosa, meno stupida.

E allora mi presto. Ma vi giuro che ogni tanto sarebbe bellissimo avvinazzarsi e contare in latino le sferzate con il gatto a nove code, ridendo come quei due comici travestiti da flagellatori — e tu non sai se ridere istericamente o dire “genio assoluto, casting satanico perfetto”. Oppure, per restare sul personale, lasciare qualcuno boccheggiante fuori dall’ingresso di un bar, così impara che i ragazzini non si bullizzano. Ma quella è un’altra storia. Forse.

E sì, lo so che questo sembra un delirio. Un ammasso di digressioni, deviazioni, interferenze. Ma è così che funziona. Perché anche le comunità funzionano così: disordinate, contraddittorie, puzzolenti. E ogni tanto, per farle funzionare, serve qualcuno con la sferza in mano.

Possibilmente sobrio. Ma non è obbligatorio.

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