Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

[
[
[

Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

]
]
]

C’è stato un tempo — solito tono da vangelo apocrifo che ormai ci siamo dati, “in quel tempo”, oppure “c’è stato un tempo”, che poi è sempre quello, quello che io archivio sotto la voce “quella primavera di un anno da cani” — in cui mi ero rotto una mano, e non per eroismo ma per quella mia tendenza a voler mettere ordine nelle cose in maniera spettacolare ma, nella mia testa, limitando i danni agli altri.

E infatti invece di sfasciare la faccia a qualcuno avevo dato un cazzotto a un muro, che è una di quelle cose che detta così sembra una battuta ma è proprio un muro, pieno, fermo, e io contro, e avevo perso. E ti rompi la mano.
E quindi gesso, con tutte le conseguenze anche lunghe, anche diciamo con derive che qui non servono, ma soprattutto con il fastidio enorme che il giorno stesso in cui avrebbero dovuto ingessarmi avevo un appuntamento con quella che all’epoca definivo — con enorme chiarezza lessicale — una “Biondoddio con quella che ci farei”, specificando pure, come nota metodologica, “pure se è una tossica chimica marcia, eh!”, dentro un progetto ridicolo e serissimo insieme del “poi la converto”, che è una frase che uno dice e mentre la dice già sa che non convertirà proprio niente.

Ma intanto gli serve per giustificarsi.

E come sapete se avete letto di là, che tanto i rimandi ormai sono parte del sistema, la cosa prese una piega precisa, e dentro quella piega c’è questo dettaglio che per me rimane centrale: lei prese il mio gesso — che già di suo era una specie di superficie narrativa verginissima — e lo trasformò in qualcosa che stava a metà tra un muro urbano e una confessione marcia e di coppia, con una densità tale che il Muro di Berlino, se fosse stato ancora in piedi come qualcuno ogni tanto con nostalgia un po’ sbagliata immagina, avrebbe avuto materiale per sentirsi messo in secondo piano, e non per quantità ma per qualità, perché lì dentro c’era una cosa che mi fregava completamente.
Questa oscillazione continua, programmatica, tra il più brutale vernacolare — ma non quello letterario e dantesco, proprio quello da scarico diretto, da “cazzinculo a chitemmorto”, da facchino con la F maiuscola come avrebbe detto mia nonna, cioè professionista della bestemmia e del rutto in simultanea (il facchino o il cocchiere, non mia nonna) — e un livello invece altissimo, quasi accademico, di citazioni e riferimenti, un passaggio senza soluzione di continuità dal gesto più basso a un sistema di rimandi.
E in questi rimando lei ci teneva insieme secondo alcuni Federico Fellini, la minimal italiana filtrata male ma con convinzione, Cormac McCarthy e Tadao Ando, con in mezzo questa figura mitologica che avevo intuito e dopo nei miei racconti avrebbe preso nome di Marialuce Dinterni che diventava quasi una minaccia performativa, il tutto poggiato idealmente su una chaise longue di Le Corbusier, che già da sola è una frase che se la prendi sul serio sei perso.

E quindi sul mio braccio comparivano queste scritte che erano allo stesso tempo citazioni e sabotaggi delle citazioni, tipo:
Signora Maddalena? — No vi prego lasciatemi stare!”,
che tu eri portato a ricondurre subito a La Dolce Vita, perché abbiamo tutti quella scorciatoia mentale lì, Maddalena, signora, sonorizzazione vintage – Felini. E invece no, perché il testo era quello ma la fonte reale era Maddalena, con quella splendida donna di Lisa Gastoni, di Jerzy Kawalerowicz – recensiremo – che già solo il fatto che lei sapesse questa cosa e la usasse così, senza spiegartela subito, creava quel misto di fascinazione e lieve angoscia che poi era la sua cifra.
E infatti dall’altra parte ti piazzava
Ah, eccoli lì, ci sono i suoi amici all’attacco!
e se tu chiedevi spiegazioni partiva con quella frase:
Lo sa che lei ha una vita strana: un giorno di questi a vivere così sul filo la violentano e muore” — che sembrava una profezia e insieme una diagnosi, anni dopo inverata nella canzone dei Baustelle Betty, e ti lasciava lì a ricalibrare tutto, a chiederti se fosse il caso di smettere di stare “sul filo” o se fosse già tardi, e nel frattempo aggiungeva cose come Ezechiele 25:17.
Ma senza il pezzo centrale, perché “se lo leggi muori”, e quindi lo trasformava in un oggetto apotropaico, e subito sotto ti scriveva tuttoattaccato quella frase chilometrica oscena che funzionava come controcanto:
ilcazzodelcanechescappadalgreggevainculoachilegge
ma appunto tutto attaccato, che è difficile.
Oppure “aiuta la fellatio” con tanto di disegno tecnico della borchia sulla lingua, oppure ancora dichiarazioni d’amore tipo “Amami forte fortissimo” con asterischi che rimandavano ad altre zone del gesso dove comparivano asterischi con istruzioni operative del tipo “lascialo, dagli il permesso, ti prego, così possiamo amarci forte fortissimo”, in un tentativo quasi strategico di intervenire sulla mia vita sentimentale tramite grafica applicata.
Sì, della storia del “Non te lo permetto!” vicino ai miei molteplici e educati tentativi di lasciare quella che mi teneva in ostaggio prometto che riparleremo, partendo dal “Non te lo permetto!”

Era, in sintesi che non è una sintesi, una creatività continua e invasiva, che funzionava anche a distanza: se le veniva un’illuminazione — che lei chiamava “viaggio senza biglietto”, e già la definizione dice tutto nel senso che o era strafatta forte oppure si era fatta ore e ore prima, ma un sacco — te la scriveva addosso se c’eri, oppure ti mandava un messaggio con “ricordami di scriverti” che è una frase che contiene già l’idea che quello che arriverà dopo sarà inevitabile, e infatti arrivava, e dentro questa cosa era praticamente automatico innamorarsi quel tanto che basta per far partire altre conseguenze pirotecniche che qui o là avrete letto, proprio pirotecniche, finché poi, come spesso succede, pochi giorni dopo la fine pratica — la rimozione del gesso — arriva anche la fine narrativa della cosa, che però non è mai un taglio netto ma una specie di spegnimento progressivo.

E quindi arrivi al giorno in cui devi togliere il gesso con questa idea, anche un po’ romantica, che forse dovresti conservarlo, o dividerlo a metà come proponeva lei, come reliquia condivisa di qualcosa che era stato, e invece entri in reparto con una certa fiducia perché nel frattempo c’è anche l’ortopedica con cui hai iniziato a vederti — dinamica che già da sola meriterebbe un capitolo a parte — ma quel giorno lei non c’è e ti affida a questo Franchino, nome che già di per sé ti mette in una disposizione sospettosa che non sai spiegare ma senti, e infatti Franchino prende il mio braccio e vede subito una cosa che io avevo completamente rimosso, una scritta laterale, di quelle che vedi solo allo specchio e quindi non interiorizzi davvero soprattutto perchè allora non ero tatuato e non mi facevo le seghe sui miei tatuaggi allo specchio — io sono quello che ancora legge “aznalubma” — e quando la individua gli si accende in faccia quel sorriso che io avevo già visto, identico, in Salò o le 120 giornate di Sodoma, nella scena iniziale con Aldo Valletti – guardatelo voi stessi – quando pronuncia quella battuta in risposta alla preghiera tanto remissiva di uno dei destinati alla monta a Salò, per altro nella narrativa dice che quello lì, Presidente è “un caro amico del babbo” o lo prega di non fargli del male e Valletti risponde che “non so se spetterà a me il compito di sverginarti, decideremo a tempo debito a chi spetterà questa gioiosa incombenza”, con quel tipo di entusiasmo che non promette niente di buono, e infatti la rimozione del gesso diventa un esercizio di sadismo applicato, tira e molla, lentezza studiata, dolore amplificato da un braccio fermo da trenta giorni, finché, solo dopo, quando ormai è tutto finito, mi torna in mente cosa c’era scritto lì, in quel punto preciso che lui aveva letto per primo, e che lei aveva segnato apposta perché “troppo divertente”.

E cioè: “Il gessista è gay e pure figlio di marciapiede”
senza nessuna punteggiatura – ma non credo il problema fosse quello.

,
4

4 risposte

  1. Avatar Francesca

    Addio commento poco male. C’è modo e modo di parlate di questioni serie con umorismo. Mi piace sei capitato in WordPress ma anche qua non c’è più il desiderio di confrontarsi. Ho letto anche i tuoi riferimenti ad atri post e film e video . Pasolini un visionario, inteso come eccellenza soprattutto perché diceva la verità è stato denunciato tante volte, non solo è vero . In ogni uomo ci sono aspetti contrastanti da comprendere . È tutto vero quello che scrivi , Guccini è stato un poeta irriverente ed eccellente ha protestato e forte, era di nicchia ! I comunisti …Per carità , dio ce ne scampi e liberi ! Dopo un po’ che lo ascoltavo su cassette e su nastri non riuscivo più a sopportarlo. È vero era pure un mattone Comunque è antipatico e diverso chi comunica in altro modo da quello abituale . La diversità non è stata mai ricchezza in Italia ormai ovunque . Il gesso la meraviglia del gesso ahahh ahh mamma mia che incubo . Ne avevo così tanto da scriverci tutte le cazzate e le diavolerie del mondo . Infatti c’è n’erano abbastanza. Toglierlo è stata una liberazione.Comunque un po’ di onestà e di cultura fa la differenza di questo e del divertimento del tuo raccontare, ti ringrazio assai .

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      sono felice e grato che tu ci sia, credimi!

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Grazie di più!

Rispondi

Scopri di più da quindi, sì, nudo e crudele

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere