Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Quando certi racconti hanno un qualcosa di etologico, di sociologico ma più vicino al concetto di bestie, io prendo e chiamo (sì, il verbo prendere usato così come denuncia di urgenza dell’agire è tipico del barese) io prendo e chiamo in causa un amico americano sommamente capace, tra i miei amici inventati.

Lo avete già conosciuto.
Gli racconto il fatto e lui lo mette nel suo stile.
Va bene? Non fate pettegolezzi! (cit. che nessuno mai indovina e questo dispiace molto per l’autore)

La prima cosa che succedeva era una lettera.

Non un richiamo epico, non una chiamata alla patria, non una promessa di gloria. Una lettera del Ministero della Difesa. Quasi anonima.
Arrivava più o meno quando compivi diciotto anni e ti informava, con un linguaggio quasi gentile, che era arrivato il tuo momento: dovevi essere valutato.
Capire se eri idoneo.
Se potevi servire il tuo paese in armi. Se, in sostanza, eri utilizzabile. Anche nel caso peggiore. Tipo morendo.

Per la maggior parte dei ragazzi era poco più di una gran rottura di coglioni. Non perché non fosse serio, ma perché non sembrava reale. La guerra quasi non esisteva nemmeno nei telegiornali, nei racconti, nei documentari, in quel mondo di cui parlo.
Non esisteva di sicuro nella prospettiva concreta di chi riceveva quella lettera.

Le caserme erano percepite come luoghi sospesi, dove il tempo si consumava senza che succedesse nulla. Il paradosso era proprio quello: sapevi che dentro quel mondo non si sarebbero mai fatte guerre.
Se volevi obiettare di coscienza, diventava più complicato.
Carte, procedure, un anno intero da riempire di attività che spesso sembravano ancora più inutili della leva stessa.
Più noia, meno struttura.
E quindi molti rimanevano dentro il sistema, anche solo per attraversarlo.

Poi arrivavano quei tre giorni.
Tre giorni che non erano niente, ma sembravano tutto.
I primi veri giorni da “grande” fuori casa.
Non perché cambiassi davvero status, ma perché tutti intorno a te si comportavano come se fosse così. Tua madre ti guardava in modo strano, come se si accorgesse improvvisamente — troppo tardi — che eri ancora il suo bambino, e lo diceva anche, a volte, con quell’espressione fuori luogo: il mio piccolo bambino. Anche in pubblico, fino all’ultimo giorno, accompagnandoti in stazione.

Una frase che, in quel momento preciso, diventava quasi insopportabile.

Se eri fortunato, ti mandavano lontano abbastanza da far sembrare la cosa un viaggio.
Da Bari a Taranto, per esempio.
E Taranto non era solo una città: era il Maricoleva, un nome che girava da anni nei racconti, nelle versioni gonfiate, nei dettagli che nessuno verificava mai ma che tutti conoscevano.
Arrivavi lì e trovavi esattamente quello che ti aspettavi: gente annoiata, gente che urlava.
Gli inquadratori — comandati da sergenti con il vizio di gridare, come succede quasi sempre ai sergenti — avevano il compito di tenerti in riga.
Ti facevano compilare moduli, ti spiegavano le regole, ti dicevano dove stare e quando muoverti.
E nel frattempo ti estorcevano sigarette.
Era una dinamica abbastanza chiara: tu avevi le sigarette, loro avevano il potere. Le prendevano, le guardavano e commentavano.
Se tiravi fuori una Lucky Strike, poteva partire il giudizio: “chi si fuma quella merda di Vasco Rossi?” Vaglielo a spiegare il contrabbando, a quelli, la guerra in Kosovo, le rotte balcaniche che facevano arrivare solo certi pacchetti e non altri.
Che dall’Albania entravano Lucky Strike e Muratti, non altro.
Se gli davi una Muratti, probabilmente avrebbero tirato fuori la storia del nonno. Il tuo. Forse condendo il tutto con epiteti che non volevi sentire.

Poi c’erano i test.
Arrivavano imbustati, si diceva dal Massachusetts — che diventava “massacchusset” nei racconti — e avevano dentro una serie di domande costruite per incastrarti, o meglio per verificare se eri coerente.
“Ti piacciono i fiori?” – gay – , “Faresti il fioraio?” – se avevi risposto sì ma no a ti piacciono i fiori o viceversa incoerente -, “Vedi o senti cose che altri non percepiscono?” – gesuccristo o delirante – , “Hai mai la diarrea?” – se metti no mentitore bugiardo patentato.
Ecco, dmande apparentemente innocue ma con una logica sottostante che nei racconti tramandati non era mai quella della logica reale del test.
Per come ti veniva raccontata, bastava sbagliare la coerenza per risultare sospetto. Frocio, incoerente, con deliri mistici o inaffidabile.
Non abbastanza stabile, o troppo stabile.
E lì scoprivi anche un’altra cosa: che c’erano ragazzi analfabeti, esistevano ancora e davvero, e che a loro il test veniva somministrato a voce.

La parola “somministrare” restava impressa, forse più delle domande.

Perchè accanto ai test c’era un’altra narrazione che girava tra tutti: il latte. Un latte con riflessi strani, opalescenze sull’arancione. Si diceva contenesse bromuro. Serviva, nelle storie, a renderti impotente per qualche giorno, tre o forse quindici, dipendeva sempre da un cugino di qualcuno a cui era successo davvero.
La funzione narrativa era chiara: evitare che tra commilitoni succedessero cose che ufficialmente non dovevano succedere, tipo la sodomia.

Poi c’era la visita medica, il momento che tutti aspettavano e temevano.
Sarò abile? sarò handicappato? O malformazioni di cui non mi sono accorto mai?

Le storie erano dettagliate, troppo dettagliate per essere tutte vere ma abbastanza credibili da funzionare.
Controlli ai testicoli descritti come torture, sollevamenti improvvisi dello scroto per verificare il varicocele, ispezioni alla prostata raccontate come brutalizzazioni.
Quando ti chiedevano di girarti, di assumere una posizione precisa, di divaricare le natiche, la tensione saliva, anche se alla fine si trattava di controlli per le emorroidi.
E non ci pensavi subito, ma ci arrivavi dopo: alcune esclusioni per microfallicea non avevano a che fare con la guerra, ma con la gestione della convivenza, con le docce condivise, con gli spazi intimi che diventano pubblici.
Se venivi scartato era perché saresti stato esposto a un certo tipo di bullismo in un luogo in cui gli spazi dell’igiene intima sono condivisi.

Fuori dalla caserma, durante le libere uscite, esisteva un altro mondo.

Locali di cui tutti parlavano, luoghi dove le cameriere sembravano aspettare proprio quei gruppi di diciottenni, pronti a spendere troppo per esperienze troppo veloci ma decantate come sublimi, bagni di sale giochi trasformati in spazi di libertinaggio.
Il punto di riferimento era il Mix, una grande sala giochi-pizzeria diventata centro gravitazionale di quella esperienza.
Poco distante c’era il cinema a luci rosse, e lì fuori si muovevano figure ambigue, gente che ti intercettava con proposte semplici: entrare, vedere, controllare se il latte avesse fatto effetto. Ti vendevano biglietti sotto banco, coinvolgevano amici, offrivano pacchetti di fazzoletti come parte del pacchetto. Sembravano sempre toirppo loschi e malintenzionati, per essere veri.

Alla fine tutto si chiudeva con una cartellina.

Dentro c’erano i documenti, il giudizio e anche un piccolo pagamento, un compenso simbolico ma sufficiente a dare alla cosa una forma compiuta.

E lì poteva succedere qualcosa di inatteso.
Poteva succedere che tu avessi seguito alla lettera i consigli di qualcuno che il militare lo faceva davvero, un tuo cugino realmente esistente e realmente incursore di marina, uno che stava nei teatri di guerra veri.
Se ti diceva cosa rispondere e come comportarti, sembrava naturale fidarsi.

E invece ti trovavi in un ufficio, davanti a un generale con la fascia azzurra, a discutere del tuo futuro.
Sulla cartellina c’era scritto Brindisi e accanto il reparto: Battaglione San Marco.
Non era un errore, era una valutazione.
Dalle risposte, dai test, da come ti eri presentato, risultavi perfetto.

Se pensi di non avere il fisico, quello si costruisce, fidati!

All’epoca non era davvero un problema.
C’era sempre l’idea di obiettare, di rimandare, di restare fuori.
Poi, anni dopo, quando altre scelte iniziavano a chiudere le alternative, quando capivi che per fare davvero certe cose non potevi più permetterti di obiettare, quella cartellina tornava.
Non come ricordo, ma come concreto futuro a tempo determinato.

E, per la prima volta, con qualcosa che somigliava molto alla paura.

Thomas R. Halvorsen è un etologo statunitense e giornalista scientifico. Nato nel Midwest, si è formato tra biologia comportamentale e studi evolutivi, con un dottorato conseguito presso un’università pubblica della East Coast e periodi di ricerca sul campo dedicati ai primati e ai grandi mammiferi sociali. Ha collaborato con istituti di ricerca indipendenti e programmi di osservazione etologica in Nord America e Africa orientale.

Parallelamente all’attività accademica, scrive da anni per quotidiani e riviste di area generalista e culturale, occupandosi del rapporto tra uomo e animali, delle derive antropomorfiche nella divulgazione scientifica e delle contraddizioni etiche della convivenza interspecifica. Ha sempre rifiutato la partecipazione a programmi televisivi di divulgazione mainstream, che considera spesso riduttivi e spettacolarizzanti, e guarda con crescente sospetto anche ai grandi marchi editoriali, ritenuti sempre più allineati a narrazioni emotive e semplificate.

Tra le sue pubblicazioni figurano saggi e reportage su primati in cattività, addomesticamento estremo e violenza “accidentale” nel contatto uomo–animale. Vive con la moglie e due figli in una cittadina del New England. Suona il pianoforte, restaura vecchi mobili e pratica birdwatching all’alba, convinto che l’osservazione silenziosa dica più di qualsiasi spiegazione.

Ah roba importante che sanno in pochi: la leva in Italia è stata SOSPESA non ABOLITA. Per cui visti i tempi se ci tenete ai vostri figli già a diciotto anni è un giorno preventivamente mandateli all’ufficio anagrafe e fate loro consegnare una dichiarazione preventiva a futura memoria che attesti indisponibilità a prestare servizio militare per obiezione di coscienza.

Fidatevi, mai stato più serio in vita mia.

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8 risposte

  1. Avatar Vittorio Tatti

    Mi chiedo ancora come abbia fatto a uscirne indenne da un punto di vista mentale.
    Se ricapitasse oggi compierei una strage.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Dai però, era per i suoi versi una esperienza interessante.

      1. Avatar Vittorio Tatti

        Certo, trascorrere ore in piedi sballottato da un ufficio all’altro senza poter fare nulla nel frattempo.
        Questo durante i tre giorni e durante il mese di CAR.
        Molto stimolante.

      2. Avatar Domenico Mortellaro
        Domenico Mortellaro

        E non so ma a me entrambe le esperienze come detto non andarono così. CAR Battaglione San Marco per altro

  2. Avatar Antonio Gaggera

    Non ho fatto il militare, per una colossale botta di fortuna (con la C maiuscola): un terremoto, senza morti, feriti e crolli significativi, al mio paese, mentre già non ci abitavo più, anche se avevo mantenuto la residenza. Ho fatto un anno di servizio civile, che mi ha aiutato a capire come approcciare il mondo del lavoro.
    A metà anni ’70 avevo fatto i “tre giorni” a Palermo e me li ricordo come una bella esperienza. Come dimenticare le scofanate di cozze, anche crude (che incoscienza), ricci e polpo bollito a Mondello, i giri per la città, le trattorie veramente tipiche, i panellari. Non era la prima volta che andavo via di casa da solo, ma ho apprezzato l’intermezzo alla solita vita di paese.
    Non ho particolari ricordi delle attività svolte in caserma. Anche lì il sergente gridava (cosa che mi ha fatto decidere che avrei cercato in ogni modo di non fare il servizio militare, iniziando a cannare, apposta, i test), ma la visita medica non è stata choccante.
    A Palermo si trovavano le Marlboro di contrabbando. I ragazzini della Vucciria le “abbanniavano” a mille lire due pacchetti.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Mille lire due pacchetti è un’era geologica fa. E qui ti è vietato dire che le cose crude sono da incoscienti: se vengono dal mare sono solo il modo giusto di mangiarle. Anche io avrei volentieri obiettato ma ero ancora in quel periodo in cui non ero sicuro di non voler fare il concorso da commissario, dunque non potevo.

      1. Avatar Antonio Gaggera

        Quando, scherzando, dissi al ragazzino (secondo me non aveva ancora dieci anni) che gli davo 1.000 lire per tre pacchetti, mi rispose: “milli funciuneddi di minchia li vuole?” (almeno mi ha dato del lei). Sì, è un’era geologica fa (oggi ho 67 anni).
        Le cose di mare crude le mangio solo se so da dove arrivano.
        Ho fatto il servizio civile in forza di una legge, non perché obiettore, cosa che, comunque, avrei potuto prendere in considerazione.

      2. Avatar Domenico Mortellaro
        Domenico Mortellaro

        Non sapere da dove arrivano le cose di mare è molto più erotico, non trovi?
        E comunque, parlo così perchè da fiero e orgoglioso barese a 10 anni avevo già incassato guarigioni da patologie che mi permettevano di fare io da solo paura a vibrioni e ischerichia…

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