Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Impulso di scrittura giornaliero
Hai una citazione sulla base della quale vivi la tua vita o a cui pensi spesso?

Qual è la citazione che uso più spesso, quella che mi rappresenta meglio.

Io potrei dirtene una e chiuderla lì, pulito, ordinato, elegante.

Non lo farò, perché quando uno come me — e sottolineo uno come me, che ha una certa levatura e ogni tanto deve ricordarvelo usando locuzioni e autocitazioni che aumentano l’autorialità e l’autorevolezza — parla di queste cose, non può fare il minimalista. E poi questo post sarà più lucido degli altri, si sente: perché io voglio, voglio proprio, fortissimamente voglio che quando devo fare ordine le cose girino nel verso giusto, quello di chi non si fa fregare e, se serve, frega gli altri. Senza esagerare, ma neanche facendo il santo. Perché le cose dette per bene vanno dette per bene. Mortellaro — non Locatelli — fa le cose per bene. Se decide.

C’è stato un tempo.

Anzi, diciamolo come va detto: in quel tempo. In quel tempo io mi autocitavo con una frase che era una meraviglia coprologica, una sintesi perfetta: “poi m’è scappato da cacare”. Non è una battuta, è una categoria dello spirito. Era il modo con cui segnalavo che nel mezzo di una situazione — magari anche bella, promettente, di quelle che ti stai pure godendo — qualcosa si era messo di traverso. Una roba improvvisa, inevitabile, che ti obbliga a mollare tutto. E quindi via: distrarre energie, sedersi sul “rinale” — cioè sui reni, cioè sul cesso, chiamiamolo col suo nome — con la schiena nuda, postura strategica, e adempiere al bisogno. Metaforicamente, certo. Ma neanche troppo.

E lì partiva la liturgia vera: io piegato in avanti, aggrappato al termosifone — quello vecchio, in ghisa, coi tubolari grossi, i maniglioni da cacata, non quelle superfici lisce e inutili del termoarredo moderno che tutti ti vendono come design e che sembra di stare al salone del termoarredo di Stoccarda con le lastre lisce tipo specchio che irradiano calore e non ti danno niente da stringere quando serve davvero fare forza — perché sì, ne so di case e di pezzi, facevo il factotum di mio nonno quando costruiva palazzi, non parlo per sentito dire — e stringevo, spingevo, liberavo. Fuori tutto quello che si era messo di traverso. Poi si tornava. Fine. Funzionava. Spiegava tutto.

Poi, per fortuna, le cacate si sono regolarizzate.

In tutti i sensi. La vita si è rimessa su un piano più piacevole, meno interrotto da emergenze intestinali dell’anima, e io nel frattempo sono pure diventato padre, che è quella cosa che ti prende e ti ribalta le priorità anche quando pensavi di averle già capite tutte.

E allora la citazione è cambiata. O meglio: si è alzata di livello.

Oggi uso una cosa di Cormac McCarthy, che nel mio personalissimo pantheon ateo sta tra gli apostoli, uno che le storie le racconta come si deve, senza chiederti scusa. La citazione è questa: «

Sapeva solo che il bambino era il suo mandato. Disse: Se non è lui il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato.

Ecco.

Se mio figlio non è la parola di Dio, Dio non ha mai parlato. Ma qui non stiamo facendo la poesia. Qui stiamo dicendo una cosa scomoda. Perché tu puoi raccontartela come vuoi: metti passione, metti sforzo, metti sudore, metti anche altre cose che puzzano — e puzzano davvero — e dopo nove mesi, sangue, merda, piscia, liquidi che non vuoi nemmeno nominare, bestemmie che ti rimbombano nelle orecchie, esce fuori qualcosa. E sì, diciamolo proprio per bene, fastidiosamente: nel momento in cui nasce, tuo figlio è esteticamente una roba che definire brutta è poco. È gonfio, è storto, è incazzato, è la cosa meno instagrammabile dell’universo. È, in quel momento preciso, la cosa peggiore che potessi “produrre” a livello estetico. E te ne freghi. Te ne freghi alla Balbo. Perché quello è il gesto più provocatorio e futurista che esista: in mezzo al sangue, alla merda, alla piscia e alle bestemmie è uscita la vita. E l’hai fatta tu. Tu, che in quel momento somigli a Dio — quello che la vita la dà. E nel mezzo di quel delirio, con tua moglie che urla «non voglio più partorire rimettetelo dentro», tu sei lì a capire che non si torna indietro, che quella roba lì è già oltre te. Su Balbo e su questa storia del dare la vita e somigliare a Dio ci torniamo, tranquilli, con due post distinti perché sono due fatti distinti. Ma intanto prendila così.

E allora capisci anche l’altra metà della frase di McCarthy. Perché tu puoi anche dirti “l’ho fatto io”. E in parte è vero, ci hai messo quasi tutto. Ma non tutto. C’è una parte che non governi, una scintilla che non sai spiegare. Chiamala come vuoi: caos, forza primigenia, flow, energia, culo, bisogno, giramento di coglioni cosmico. Lui l’ha chiamata Dio. Tu magari no. Ma quella roba lì c’è, e senza quella, col cazzo che ti veniva fuori quel capolavoro, che sia un figlio o una cosa che hai creato con la testa e con le mani. E vale per tutto, non solo per i figli: ogni singolo tuo sforzo è la sintesi splendida di quello che ci metti tu — che può essere anche il 99,99 periodico per cento — e di quella parte minima, decisiva, che non controlli e che accende tutto. Quindi forse, ogni tanto, ringraziare non è una cattiva idea. Non sai bene chi o cosa, ma ringraziare. E ringraziare pure McCarthy, già che ci sei, perché se no, col cazzo che ti veniva in mente di esprimere così quel concetto.

La cosa più interessante è che quel “qualcuno” potrebbe essere un pezzo di te. Un pezzo tuo che non governi. Micidiale, tremebondo, fantastico pezzo di te, senza il quale col cazzo che facevi o avresti fatto quella piccola o enorme cosa di cui ti stai vantando adesso. Principio di modestia? Sì, ma con criterio. Perché non vi sfugga: il principio di modestia io lo applico solo davanti a quella roba lì, chiamiamola Dio per capirci. Con voi no. Con voi ho firmato un contratto bellissimo: io faccio quello arrogante, quello vanaglorioso, quello convinto di essere il migliore. E voi ci credete. E a me va benissimo così.

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6 risposte

  1. Avatar La Manu

    A dome’ qui mi taccio, che tra nonne cariola con le ruote, nonni flipper con le palle, arrivano quelle cose lì che ogni descrizione le riduce, che fai davvero le cose per bene, pure senza conservanti, per l olio di palma non mi pronuncio ancora

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Ce n’è a galloni, qui.

  2. Avatar valy71

    Mi hai fatto troppo ridere e chi ti fa ridere, si sa, ti salva la vita.
    Grazie Domenico, ti sono debitrice.
    “Chi salva una vita, salva il mondo.”
    Ne ho salvate di vite, in senso proprio letterale, ma questa è un’altra storia, te la racconterò quando sarai più grande!
    Mi fai venire in mente John Turturro, in Mac, un film che fece. Non so se tu l’abbia visto.
    Diceva sempre ai fratelli: “Ci sono solo due modi per fare le cose. O farle bene o farle come le faccio io, che poi è la stessa cosa”. A proposito di Mortellaro fa le cose perbene, eccome! 🫡

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Sei davvero dolcissima. E mi farà piacere crescere e ascoltarti.

  3. Avatar gattapazza

    Ci crediamo, lo fai molto bene!

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Di cuore, amica mia, grazie!

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