Se mai stato in campeggio?
Mi chiedete se sono mai stato al campeggio. Pacchi se ci sono stato. Ci ho praticamente fatto la residenza emotiva, altro che weekend hippie del cazzo. Per un quinquennio buono è stata un’ossessione vera, di quelle che prima le guardi e dici “ma chi cazzo me lo fa fare” e poi ci entri e diventa “ma perché non sto sempre qui?”. Classico: le cose che non conosci ti fanno schifo finché non ci sbatti dentro il muso e scopri che sono una roba da sborrare proprio, senza mezzi termini.
Ovviamente arriva nel periodo più incasinato possibile della mia vita, quello tra i venti e i trenta, che già era un circo: setta-discoteca per chierichetti comunisti con la canna, sbevazzamenti strutturati, e io infilato in una relazione dove la frase era “non ti puoi permettere di lasciarmi” e la mia risposta mentale — ma pure detta eh — era “ok, tieniti le corna!”, che è molto più chiaro come programma politico sentimentale.
Il campeggio entra con un concerto degli Afterhours, periodo Ballate per piccole iene, io in modalità adepto totale, 300 km li facevo pure in retromarcia per seguirli. Nel gruppo c’era una con cui avevo progetti molto concreti e molto poco spirituali. Lei propone: dopo il concerto si dorme lì, campeggio. Io all’inizio storco il naso, perché il campeggio lo immaginavo come un raduno di disgraziati puzzolenti con i piedi marci e i gechi ovunque — e i gechi, sia chiaro, per me sono Satana in forma rettile — però ero molto d’accordo sulle attività collaterali tra me e lei, prima e dopo il concerto. E quindi tiro fuori la frase che è diventata un marchio di fabbrica, detta pure il giorno in cui accettai di sposarmi: “Facciamo quest’altra cazzo di avventura!” (cit.), sempre con quel tono finto ironico da uno che sa che sta facendo una cazzata ma vuole chiamarla esperienza.
Non avevo tenda, dettaglio irrilevante, mi infilo nella sua con finalità chiarissime: le cosacce, prima e dopo il concerto, senza scendere nei dettagli ma con tutto il necessario entusiasmo. Lei, tra l’altro, aveva vent’anni e una somiglianza inquietante con Francesca Neri, quindi capite bene che il campeggio partiva già con un bonus di gradimento non proprio neutro.
E lì scopro la verità: il campeggio non puzza di piedi, i gechi non ci sono (o almeno non mi hanno traumatizzato), e soprattutto non ci sono muri. E questa cosa dei non-muri è fondamentale: niente pareti, niente finestre, niente isolamento. Senti tutto. Risate, russate, gente che parla, gente che scopa, e tu che magari hai già fatto il tuo e senti altri che fanno il loro e dici “vabbè, si può sempre replicare”, perché tra i 18 e i 30 il corpo è una macchina che regge tutto, pure le ore piccole, pure le repliche.
E poi c’è la libertà totale sulle conseguenze immediate: puoi bere quanto vuoi, fumare quanto vuoi — io non fumavo sigarette ripiene, almeno quello no — e tanto casa tua è lì, una zip e sei a letto. Nessuna guida, nessun ritorno, nessuna responsabilità immediata. Una bolla perfetta.
Da quella notte parte la deriva. Per anni, fino ai 33 più o meno, tre o quattro vacanze in campeggio a estate. Attrezzatura da psicopatico: tenda Quechua 3 seconds (che era la 2 seconds ma più larga), luci, tappeti, roba da arredamento interno tipo casa abusiva ma con gusto, frigorifero a 12 volt attaccato all’accendisigari, cesso chimico elettrico preso in una fiera con due amici camionisti — che è un mondo parallelo che non vi spiego nemmeno — cucina da campo rubata a uno zio ex parà che evidentemente ha fatto il congedo svuotando il magazzino, e la zainosacca tubo dei marines americani, sempre dallo stesso zio, che non si sa in quale missione se la sia scambiata ma dentro ci entrava una stagione intera se sapevi piegare bene.
E poi gli episodi, perché senza quelli non sarebbe la mia vita.
Una volta, in tenda, in piena attività ricreativa — chiamiamola così, ma era chiaramente ginnastica orizzontale con grande partecipazione emotiva — con questa Francesca Neri ventenne, tenda camouflage perché il mio ego voleva pure mimetizzarsi, arriva un amico completamente devastato da birre e canne, due ore di ritardo perché da Bari a Lecce si era fermato tipo dieci volte, e parcheggia LETTERALMENTE sulla tenda. Si sente un “agio cazzo” e un botto secco, il paraurti che centra la zona occipitale della suddetta sosia mentre noi eravamo nel pieno dell’azione. Non siamo morti per puro caso e probabilmente per pietà divina verso gli idioti.
Un’altra volta, mattina presto, esco dalla tenda nel silenzio totale, faccio quello che ogni essere umano fa — non fate i finti pudici — cioè peto monumentale, grattata di culo liberatoria, e poi urlo “oh ma una Marlboro? che cazzo è sto mortorio?”. Tempo mezzo secondo, calcio in culo devastante dalla tipa con cui ero (altra, altra epoca, stesso anno ma giugno invece di agosto) che sibila “c’è il morto”. Io mi giro e vedo il carro funebre. Un tizio morto di infarto due tende più in là mentre io russavo come un trattore durante il caos generale. Tempismo perfetto, come sempre.
E poi il capolavoro: notte fonda, un amico che non poteva bere per via delle medicine ma ovviamente beveva e fumava come se non ci fosse un domani, crisi totale, incubo attivo, panico, comincia a urlare dentro la tenda dove dormiva con un altro — ospite pure, quindi doppia sfiga — parole senza senso, si agita, prova a uscire, l’altro cerca di calmarlo “oh fermati non è niente”, io apro la zip della mia tenda pensando sia il mostro di Firenze tornato in ferie, e vedo questo che esce completamente nudo e scappa per il campeggio urlando aiuto come un dannato, e l’altro dietro mezzo addormentato. Poi il tizio dentro che richiude la tenda e dice “ma vaffanculo sto coglione mo resti fuori”, e io piegato in due dal ridere mentre il panico correva nudo tra le tende.
Quindi sì, il campeggio è stato una roba pirotecnica, fondamentale, completamente fuori controllo ma viva come poche cose nella mia vita.
E spero davvero che mio figlio ci finisca dentro anche lui, magari con meno incidenti automobilistici sulle tende e meno funerali involontari, ma con quella stessa sensazione di libertà sporca e vera che certe esperienze ti danno solo così.
