Ho finito di vedere M – Figlio del Secolo qualche giorno fa. Non subito, non appena uscita. Ci sono arrivato di traverso, come spesso succede con le cose buone. Perché io Sky l’avevo mollata da tempo immemore – ladri, senza troppe circonlocuzioni – e ho riattivato il pacchetto Now solo per una cosa precisa: Gomorra le Origini. Motivi professionali, sì. Il libro. E soprattutto perché la narratologia di Gomorra, piaccia o non piaccia, è una garanzia: quando si scrive bene lì, c’è mestiere. Poi il pacchetto costa poco, non l’ho disdetto, mi sono detto “recupero un po’ di roba che mi interessava” e, girando, inciampo in questa serie. Dopo aver letto i libri di Antonio Scurati, che mi avevano convinto ma fino a un certo punto – perché quando un libro si vende come opera storica e poi si concede svarioni non proprio veniali, tipo il cazzo di samurai di d’Annunzio che samurai non lo era manco per sbaglio, a me gira un po’ il cazzo – però scritti bene, capaci di restituire un clima. E il clima è tutto: quello del fascismo, dalla nascita alle ultime propaggini.
E poi c’era lui. Luca Marinelli. Uno dei grandi attori italiani, soprattutto quando fa il disagiato. Non essere cattivo, Lo chiamavano Jeeg Robot: lì è a casa. Quindi mi prendo due pomeriggi e mi guardo la serie.
Cazzo. Bellissima. Cazzo, spacca davvero.
Ed è un peccato, un peccato grosso, probabilmente carico di responsabilità politiche indecorose, che quella serie sia stata lasciata lì. Cancellata, sospesa, non ripresa. Consegnata a quel silenzio finale della prima stagione che non è un finale, è una sospensione. E ci perdiamo un capolavoro nel limbo, come succede sempre quando una cosa è troppo viva per essere comoda.
Perché Marinelli lì dentro non è solo bravo. È credibile. È autoriale. È “Lui”. Ma non è solo lui. È tutta la macchina che funziona: fotografia, montaggio, regia che sperimentano, che rischiano, che restituiscono perfettamente la follia, la ferocia, la gratuità oscena con cui una forza politica si impone. Volgarità, violenza, negazione del pensiero. Non teoria: pratica. E insieme ti fa vedere anche l’altra faccia, quella che fa più male: l’assoluta inadeguatezza di chi avrebbe potuto fermare tutto prima. Facilmente. E non lo ha fatto.
E poi c’è quella cosa lì, che secondo me è il vero motivo per cui questa serie dà fastidio: quando Marinelli rompe la quarta parete e parla in camera, non sta solo raccontando il fascismo. Sta parlando di oggi. Di autoritarismi, di populismi contemporanei. Di quel modo di sedurre che è sempre lo stesso, cambia solo il vestito. Le metafore e i parallelismi sono troppi. Troppo evidenti per essere ignorati, troppo scomodi per essere lasciati correre. E allora via, si toglie l’ossigeno.
Ho letto anche critiche del tipo “è grandguignolesca”, “è compiaciuta nella violenza”. Mah. Basta leggere due cronache dell’epoca per capire che quella roba lì era pane quotidiano. Primo quinquennio del fascismo: uno Stato che guarda altrove, bande pagate, gente ammazzata o umiliata per le idee. Senza riflessione, senza rispetto. Con una linea chiarissima: o è violenza, o non è. La serie copre dagli inizi dei fasci di combattimento fino al discorso dopo Matteotti. E lo fa bene. Molto bene.
E lo fa anche lavorando su personaggi che normalmente restano sullo sfondo. Tipo Margherita Sarfatti, che qui, incarnata da Barbara Chichiarelli, ti restituisce tutto quel mondo decadente, osceno, affascinante del primo Novecento. Un intellettualismo che ha prodotto capolavori – architettura, futurismo – e porcherie gigantesche – superomismo, gerarchie, razze. E insieme ti butta addosso anche quell’estetica lì, la donna anni ’20: capelli, trucco, vestiti. Una roba che, se devo dirla tutta, a me fa impazzire proprio a livello ormonale.
Poi ci sono gli altri. Cesare Rossi, reso perfettamente: macchiettistico il giusto, sempre presente, sempre a soffiare sul fuoco. Roberto Farinacci, che però qui mi lascia perplesso: ridotto quasi a macchietta dialettale, rozzo che compare quando c’è da fare il rozzo. Che per carità, rozzo lo era, ma non solo quello. E poi Italo Balbo.
E qui per me scatta il problema grosso.
Balbo è reso bene dal punto di vista storico: dress code delle camicie nere, olio di ricino, uso creativo degli stoccafissi per spaccare teste – roba che sembra uscita da Okinawa quando usavano gli attrezzi agricoli contro i samurai. Tutto corretto. Ma viene calato in un personaggio esteticamente troppo affascinante, troppo giovane, troppo… bello. E uno potrebbe dire: è la seduzione del male. Sì, ma a metà. Perché si ferma all’estetica. Non arriva mai a quella cosa fondamentale: il male, per essere davvero seducente, deve sapersi confondere col bene. Deve avere un gesto che ti frega, che ti convince. Questo Balbo no. È male e basta. Compiaciuto, gratuito. Non cura, non inganno raffinato. E quindi la parte di me che ragiona in termini narrativi, quasi dittatoriali se vogliamo, qui si incazza. Perché o il Diavolo è bello davvero, o non funziona. E il bello non è la faccia. È il gesto.
Per capirci: il male che funziona è quello che diventa gesto, che ti trascina, che ti sembra quasi giusto mentre ti distrugge. Non è quello che entra e fa la cosa più schifosa possibile tanto per farla. Quella è merda. Punto. È la differenza tra il gesto rivoltante ma con un senso e la merda pura. Tra cagarti sulla tavola a un pranzo di gala – gesto, messaggio – e venire a casa tua a cagarsi sotto nel cesso – che è solo squallore.
Quindi sì, se devo trovare una nota stonata, è Balbo. Forse perché avrei voluto farlo io, quel personaggio. E lo avrei spinto un passo più in là. Avrei reso quel male davvero con la maiuscola. Non solo estetico. Seduttivo.
Ma al netto di questo, resta il punto: è un peccato enorme che non ci sia una seconda stagione. Abbiamo perso una grande occasione di fare cinema italiano come si deve. E soprattutto di usare il cinema per far riflettere sulle cose serie. Quelle che danno fastidio.
Peccato. Ma del resto, abbiamo il ministero della cultura che ci meritiamo.
