Qual è la tua vacanza preferita? Perché è la tua preferita?
Qual è la mia vacanza perfetta e dove sarebbe?
Non esistono vacanze perfette. La perfezione è di Dio e io mi sto ancora attrezzando per diventarlo — per i miracoli sono in fase studio, abbiate pazienza, mica posso moltiplicare i pani e i pesci così, a buffo, tra una stesa e una gambizzazione.
Giusto ieri, per dire, mi hanno chiesto se andavo in campeggio. E se vi recuperate il post di ieri — che ovviamente non avete letto perché siete quella categoria meravigliosa di lettori che mette like come se fosse un tic nervoso e non so perché per ora sono così composto e poco volgare (sottolineo per ora) — capirete che in una certa fase della vita il campeggio era non dico perfetto ma, ecco, parecchio vicino.
La verità, quella proprio nuda e crudele, è che solo un coglione autentico può pensare che esista una e una sola forma di cosa preferita.
Sono quelli che poi infestano la vita altrui con quella litania della coerenza, della incrollabilità, del “io sono fatto così”.
Biondoddio che gente pesante.
Io capisco lavorare su se stessi, avere due o tre principi minimi — proprio due o tre, non un’enciclopedia Treccani di rigidità — che funzionano da bussola nella tua cazzo di esistenza. Che già di suo, diciamolo, è miserrima come quella di tutti: un bidone dell’umido con retrogusto costante di uovo marcio.
Però ecco, quei principi che ti tengono orientato verso il nord della polare (cit., ma tanto voi siete qui a scrollare e a pensare alla prossima story da pubblicare, quindi figurati se vi accorgete).
Ma oltre quello? Oltre quei due o tre paletti?
Davvero mi vuoi dire che non cambi mai idea, gusti, esigenze, desideri?
Che sei sempre identico a te stesso mentre il tuo corpo si aggiorna continuamente tipo software in background e tu invece fermo, bloccato, immobile perché “io sono coerente”? Mentre le esigenze della tua vita e di quelli intorno tu
No.
Tu non sei coerente. Tu sei un capriccioso coglione che ha paura di uscire dal personaggio che si è costruito. Paura di dubitare, paura di perdere quelle belle sbarre che ti tengono prigioniero ma che ti fanno sentire così al sicuro.
È la sindrome del carcerato di lungo corso: esci e ti caghi addosso perché fuori c’è troppa libertà.
E quindi no, non esiste la vacanza ideale.
Esiste la vacanza ideale per il te stesso che sei in quel momento preciso in cui fai la domanda. Cazzone. Perché sì, certo, per me il campeggio offriva una quantità industriale di stimoli: scopare come un luccio, bere come una fogna etilica e fare cazzate da quindicenne con quindici anni di ritardo.
Bellissimo. Ora ne ho 47.
Il campeggio ha ancora il suo fascino, quella libertà sporca, disordinata, ma non mi attira più allo stesso modo. Perché ora chiedo altro al tempo libero. Chiedo altro al silenzio, al distacco, al “vaffanculo” che dici al mondo quando parti.
Uno dei viaggi più belli che ricordo è stato a Istanbul, in albergo, con la mia famiglia. Città d’arte, cultura diversa, roba che mi accende il cervello. Compagnia giusta, albergo giusto, tutto perfetto — perfetto per quel momento lì.
Oggi? Io in albergo non ci riesco a stare. Giuro, nemmeno una notte. Provato quando giravo l’Italia per concerti con quella che poi è diventata mia moglie. Tu e l’albergo oggi siete due estranei che si guardano male, tipo ex che si incontrano al supermercato. Tu e la tua “sala TV” di Cattolica a ottobre. Dai, su.
E poi cambiano le esigenze, cambiano i desideri. E qui arriva la cosa seria, quella che ti frega davvero: costruire ricordi per mio figlio. Esperienze che gli restino dentro. Ed è per questo che non ho ancora organizzato Norvegia e Islanda. Perché a sette anni rischia di non coglierle, di non ricordarle, di buttare via — insieme a me — un pacco e mezzo di soldi e di senso. E allora che faccio? Lo porto lo stesso per fare la foto? O lo lascio ai nonni e me le godo davvero? Perché sì, spoiler: io lì sarei felice. Ma proprio felice felice.
Stesso discorso per il Giappone. Ci voglio andare, eccome se ci voglio andare. Ma viverci? No. Perché c’è una distanza emotiva, culturale, comunicativa che rispetto ma che so che mi farebbe sentire fuori posto. E non è solo un problema mio: sarebbe anche una forma di irrispetto verso di loro. E io posso essere stronzo quanto vuoi, ma non sono scemo.
Quindi no, rifiuto proprio l’idea che esista una vacanza ideale. Se volessi rispondere davvero alla domanda, dovrei scrivere un post al giorno. E già lo so: a blocchi di mesi cambierebbe tutto. Perché cambia la testa, cambia il corpo, cambia la vita. E per fortuna.
Sì, amo viaggiare. Ma proprio perché viaggiare è cambiamento, movimento, trasformazione, non è una fotografia fissa da appendere al muro e dire “questa è la mia vacanza ideale”. Quella roba lì è per chi ha bisogno di rassicurarsi, non per chi ha voglia di vivere.
Ah, sì, ultima cosa. Su quanto sia ottuso e autolesionista non cambiare mai e convincersi che esistano esperienze ideali, giuro che prima o poi vi scrivo un post neuroscientifico — ma di quelli cattivi — per spiegarvelo. E se poi non cambiate idea, fate una cosa semplice: cambiate blog. Perché con gli ottusi, di solito, mi diverto a fare cose molto poco gentili.
E credetemi, lì sì che mi viene fuori una certa creatività.
