Quali sono i tuoi emoji preferiti?
Se mi chiedi quali sono i miei emoji preferiti, la risposta breve è: nessuno. La risposta lunga è: nessuno, ma con una storia dietro che mi ha fatto odiare quelle faccine come si odiano le cose che non capisci e che continuano a presentarsi come se dovessero essere ovvie.
Io non sono mai stato un fanatico delle emoji. Anzi. Mi hanno sempre messo ansia. Panico proprio. Soprattutto all’inizio, quando non erano nemmeno emoji ma combinazioni di tasti messe lì da gente che evidentemente aveva deciso che la comunicazione umana non era già abbastanza complicata e quindi andava peggiorata. Parentesi, due punti, trattini, lettere a caso. Io guardavo quella roba e non capivo un cazzo. Zero. E la cosa peggiore è che ricevevo messaggi con dentro queste “faccine” che poi ho scoperto essere tenere, ironiche, a volte pure sessualmente allusive… e io nel frattempo stavo già in paranoia perché interpretavo l’esatto contrario. Gente che rideva e io pensavo mi stesse minacciando. Gente che flirtava e io credevo mi stesse insultando. Un disastro.
Per anni sono stato ossessionato da una cosa in particolare: XD. Io vedevo XD e non capivo. Mi dicevo: che cazzo è? Un codice? Una sigla? Un messaggio in codice dei servizi segreti? Poi ho scoperto che era una risata. Una grassa risata. E io nel frattempo ero convinto fosse Polifemo che mi mangiava. Non sto scherzando. Quella roba lì, nella mia testa, aveva un suono epico e terrificante, non comico.
L’unico che capivo era uno che mi ero inventato io: 8======D. Che, ecco, credo sia abbastanza evidente cosa rappresenti. Non è una faccina che ride. E infatti lo usavo poco. Non per pudore, ma perché anche lì capivo che non era esattamente uno strumento di comunicazione universale da tirare fuori in ogni contesto, diciamo.
Poi arriva la fase “minoreditre” tutto attaccato. Che scopri che vuol dire ti amo. Un cuore. Una roba pure carina, se vogliamo. Ma anche lì: è un emoji? Non è un emoji? È un simbolo? È una parola? Io già perso. Non mi appassionava. Non mi entrava.
Quando finalmente arrivano le emoji vere, quelle con il tastino dedicato sugli smartphone, io tiro un sospiro di sollievo. Dico: ok, adesso si capisce. E invece no. Subito dopo parte una serie di bestemmie in aramaico e in goto (cit.), perché quelle lacrime, quelle gocce di sudore, quelle sfumature minime tra una faccina e l’altra diventano un campo minato. Ma quanto sta sudando questo? Perché ride? Sta ridendo o sta piangendo? Piange dal ridere o piange male? E quella è vomito o è disgusto? E quell’altra è ironia o è cattiveria? Cioè, doveva semplificare e invece ha complicato tutto. Ha reso la comunicazione una roba ansiogena, piena di micro-interpretazioni del cazzo dove sbagliare è facilissimo e rimediare è peggio.
Ci sono alcune eccezioni. Quelle proprio basiche. Quello che vomita lo capisco. Quello che bestemmia pure. Li uso, soprattutto se sono di corsa. I baci li capisco, ma mi stanno sul cazzo. Perché quando eravamo fidanzati io e mia moglie, lei ha deciso di sterilizzare i baci. Quelli veri e quelli su WhatsApp. Quindi io ormai li guardo con diffidenza. Sono diventati una roba neutra, inutile.
I sorrisi maliziosi mi piacciono. Quelli sì. Perché almeno dicono una cosa chiara: sto facendo il cretino ma lo so. E le facce del dubbio, che sono i sorrisi maliziosi al contrario. Quelle le uso spesso. Come uso tantissimo l’occhiolino. Non perché mi piaccia, ma perché è una scorciatoia: invece di scrivere trenta righe per spiegare che sto facendo sarcasmo e non sto insultando tua madre, metto l’occhiolino e chiudo lì. Anche se poi so che qualcuno comunque non capirà un cazzo.
Alla fine, però, se devo essere onesto, gli emoji che uso di più sono altri. Quelli brutti. Quelli diretti. La merda, per esempio. Funziona sempre. È universale. E il simbolo del divieto ai minori di diciotto anni. Che uso tantissimo, spesso pure come codice interno in famiglia. Non per roba sessuale – malati! – ma per segnalare cose che mio figlio non deve fare. È più rapido, più chiaro, meno spiegazioni. E soprattutto evita discussioni.
E poi c’è un’altra cosa che me li ha fatti salire definitivamente sul cazzo. Quando hanno iniziato a farli “inclusivi”. Le varianti cromatiche. Il tentativo di rappresentare tutti. Che in teoria è pure una cosa giusta, ma in pratica è una porcheria fatta male. Perché i musi gialli non sono veri, i pellerossa non ci sono, alcune categorie spariscono, altre vengono rappresentate a metà. Non è inclusione, è approssimazione. È fare una cosa complicata male e poi pretendere pure che funzioni.
Quindi no. Non ho emoji preferiti. Li uso, certo. Perché ormai sono dentro il sistema. Ma non li amo. Non mi fidano. Mi sembrano sempre un modo per dire meno di quello che si dovrebbe dire, complicandolo pure.
E no, non si era capito che non mi piacciono, vero?
