Di quali argomenti ami discutere?
Di cosa mi piace discutere?
Il problema è un altro: a me piace parlare. Tanto. Troppo, forse. E mi piace pure scrivere — tipo qui — che è la stessa identica cosa ma senza fiato, senza saliva e senza dover reggere lo sguardo di chi hai davanti mentre gli stai smontando un’idea come fosse un mobile dell’Ikea montato da un cieco ubriaco. Mi piace perché mi piace tirare fuori le mie idee, farle girare, metterle in mezzo al tavolo come carte sporche e vedere chi ha il coraggio di rilanciare. E mi piace pure — diciamolo — perché so discutere. E quando sai discutere, stai al centro. E quando stai al centro, nella testa di uno come me scatta quella levetta un po’ animalesca, un po’ narcisistica, che ti fa salire un certo compiacimento sotto la cintura — roba da barzottismo intellettuale, diciamola così.
E sì, mi piaceva — prima di sposarmi, che è una cosa che civilizza ma limita certi esperimenti sociali — discutere soprattutto in mezzo alle donne. Perché io cambiavo argomento come un caleidoscopio impazzito e loro, puntualmente: “eh ma come sei affascinante”. Che è una frase che detta da una coetanea ha un suo perché, ma detta da una che potrebbe essere tua madre — o peggio, che lo è anagraficamente — diventa quel misto di complimento e anticipo pensionistico. Il grande classico: “bello e tenebroso”. Vent’anni che me lo sento dire. E per un certo periodo — diciamo tra i 25 e i 35 — pure piacevole. Poi inizi a guardare chi te lo dice e pensi: sì, ok, magari dieci anni fa… ora anche no. Perché il “bello e tenebroso” funziona, ma ha bisogno di un pubblico giusto. E io, come sempre, sono capitato nel turno sbagliato.
Ora, veniamo agli argomenti. Io non sono uno che si improvvisa. Non sono un tuttologo. Ho delle passioni precise che tracimano anche dalle mie competenze professionali — che già non sono poche — ma non vado in giro a fare il santone della qualsiasi. Se mi vieni a parlare di virologia o patologie, io ti dico due cose, sempre le stesse, come un mantra. La prima: non guardare su internet. Perché internet è un medico bastardo che ti prende dodici sintomi, sceglie quello più lieve ma più indicativo della malattia peggiore possibile e ti dice che stai per morire male. E tu ci credi, vai in ansia e magari ti viene pure qualcosa davvero, tipo una fibrillazione da panico. La seconda: rivolgiti con fiducia al tuo XXX — dove XXX è lo specialista che mi pare più sensato a spanne — che è esattamente la frase che ripeteva un medico in radio, tipo Medicina 33, la mattina mentre tornavo da Lecce. E quella frase lì non è solo buon senso: è pure autodifesa penale. Perché oggi basta poco a passare da “consiglio” a “esercizio abusivo della professione”. Guardate i fuffaguru: hanno imparato a mettere disclaimer più lunghi dei contenuti. “Queste informazioni non costituiscono incentivo…” eccetera eccetera. Tradotto: ti sto dicendo di buttare i soldi su una crypto del cazzo, ma se li perdi sono affari tuoi. E tu, magari, ci butti pure la liquidazione di tuo padre — che per fortuna tua è troppo vecchio per venirti a prendere a zappate.
E infatti di crypto io non parlo. Le uso, anche con qualche soddisfazione, ma non ne parlo. Perché qui entra una logica semplice: se trovo una miniera d’oro, non vengo a dirlo a voi. Non perché vi odio — anche un po’, ma non è quello il punto — ma perché sarebbe da coglioni. Solo un perfetto coglione direbbe: “stanotte non ho dormito per pensare a come farti diventare ricco”. O sei un idiota, o sei un bandito. E io non sono né uno né l’altro.
Non parlo più di calcio. Il lockdown mi ha disintossicato. E io ero interista, pure di quelli malati. Forse è perché sono diventato padre e non avevo voglia di passare quella maledizione a mio figlio. Meglio il karate. Che infatti è una cosa di cui parlo, ma il giusto. Perché lì c’è quella componente quasi mistica: racconta solo quello che può avvicinare, il resto lo scoprono loro, se hanno voglia. Se no è inutile. Non parlo mai di bonsai, anche se li pratico con discreto successo, perché quella è roba mia. Intima. Non si condivide tutto, a meno che tu non sia uno che si filma pure mentre caga.
Parlo invece — e qui goduria pura — di cose brutte, raccapriccianti, disturbanti. Quelle che fanno dire “ma perché mi stai raccontando questa cosa?” e poi però resti lì ad ascoltare. Tipo perché Pietro Pacciani non è il Mostro di Firenze, ma era comunque una persona talmente deviata, sadica e pervertita che certe cose che faceva ti restano attaccate come l’umidità nei muri. E da lì partono le richieste: raccontami di cannibali, di gente che trapana corpi, di banchetti sui “poveri resti” — sì, citazione — di incidenti assurdi che diventano cronaca nera. Tipo due fratelli veneti — e quindi ubriachi già per definizione — che si tagliano una gamba con la motosega per prendere l’assicurazione e poi muoiono: uno dissanguato, l’altro di crepacuore. Oppure Pietro Maso, che mi ha infestato i sogni da adulto perché ero convinto che volesse uccidermi pensando che fossi suo padre. E fidatevi: 38 colpi di bistecchiera mentre uno dice “ce ne mette il porco a crepare” non è roba che metabolizzi facile.
E poi, per darmi un tono — ma nemmeno troppo, perché è pure lavoro — parlo di camorra barese. Parlo di storie feroci, ma anche incredibilmente umane. Parlo di come ci si convive, di come ci si parla, di come si sopravvive senza fare gli eroi da film. E soprattutto parlo di quanto quelle storie dicano di noi. Di tutti. Anche di voi che vi credete lontani. E un giorno vi racconterò pure certe dinamiche sulle donne, che non sono solo vittime ma spesso custodi silenziose, strutturali, quasi sacerdotesse di certe organizzazioni. Roba da Bene Gesserit in salsa barese. Con dentro famiglie, tragedie, e ogni tanto pure un po’ di commozione vera. E sì, anche soddisfazioni: tipo sapere che uno su cento riesce a uscire da quel mondo. Uno su cento. Che è pochissimo, ma è anche tantissimo.
Poi ci sono i libri. Il minimalismo che amo. Le robe truci da intrattenimento. Le serie. I film. Tutta quella roba lì che serve a riempire il cervello senza svuotarlo del tutto.
E poi, ovvio, il porno. Che è un argomento meraviglioso perché se lo butti lì senza filtri crea un disagio iniziale che è poesia pura. La gente si irrigidisce, si imbarazza, non sa dove guardare. E poi, superato quel primo scoglio, tutto diventa più facile. Perché se hai parlato di quella cosa lì, senza arrossire, cosa ti può più mettere in difficoltà? Niente. E sì, ne parlo anche con le donne. Anche davanti a mia moglie, che ormai ha fatto il callo. Davanti a mio figlio ancora no — tranquilli — ma quando sospetterò che guarda porno, probabilmente gli dirò: “ok, sediamoci, guardiamone uno insieme, però commentato”. Perché certe cose è meglio spiegarle. Anche se non abbiamo gli stessi gusti — tranne per Elettra Lamborghini, su cui ho idee poche ma chiarissime.
Ecco, forse ci siamo. Anzi no, ultima cosa, la più bastarda da spiegare: la sociologia. Ma storta. Non quella da manuale, pulita, ordinata. Quella delle contraddizioni. Delle cose che non tornano. Di questo mondo che funziona in modo sghembo, misterioso, quasi difettoso. Io la chiamo “anoide”. Cioè a forma di culo. E se ci fate caso, alla fine parlo sempre di quello: di cose che succedono, che puzzano, che disturbano, ma che raccontano esattamente chi siamo.
E lì, credetemi, la discussione non finisce mai.
