Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Come ti rilassi dopo una giornata impegnativa?

Cosa faccio nella mia giornata per rilassarmi?

Bella domanda del cazzo, perché già solo formularla presuppone che esista una cosa lineare, pulita, quasi igienica che uno fa per “staccare”, tipo yoga, meditazione, corsetta al parco con le cuffiette e la playlist motivazionale — tutte quelle robe che se le facessi io dopo tre minuti mi verrebbe da spaccarmi la faccia da solo per la noia e per la sensazione di stare perdendo tempo.

Perché no, il karate non conta. Quello è disciplina. È lavoro sul corpo, è lavoro sulla testa, è lavoro e basta, anche quando ti racconti che ti rilassa. Scrivere non conta, lo faccio già troppo e comunque è lavoro, anche quando sembra uno sfogo. Interessarmi a faccende criminali — anche solo guardarmi una serie tipo Gomorra — non conta, perché quello è esattamente il mio lavoro travestito da intrattenimento e quindi stai lì che ti dici “mi rilasso” e invece stai analizzando dinamiche, errori, verosimiglianze, e quindi stai lavorando e pure male perché non sei pagato.

Non conta nemmeno quella cosa che qualcuno di voi ha intuito — cioè stare lì su TikTok — perché anche quello è lavoro. Io su TikTok ho un profilo sotto copertura, lo uso per studiare dinamiche, linguaggi, micro-poteri che si muovono sotto traccia. E dentro quel mondo ci sono queste ragazze, giovani, perfettamente inserite in contesti mafiosi, cioè non “ai margini”, non “povere vittime inconsapevoli”, ma proprio integrate, funzionali, parte dell’ecosistema. E chiunque io conosca — tolti i filtri, tolta la morale da salotto, tolta quella rigidità un po’ ipocrita che ci raccontiamo per stare tranquilli — guardando certe dinamiche e certe presenze avrebbe pensieri molto concreti, molto partecipativi, diciamo così. Però io no. Non entro. Non interagisco in quel modo. Perché quello significherebbe mischiare lavoro e vita, far saltare la copertura e tradire una promessa che mi sono fatto: non tradisco più. E quindi niente. Anche lì, dove potrebbe sembrare evasione, è lavoro. E quindi è vietato.

Allora cosa resta?

Resta montare LEGO con mio figlio. Che sembra una roba tenera, e lo è, ma è anche una forma di resistenza passiva alla realtà, perché lì incastri pezzi, segui istruzioni, costruisci qualcosa che ha senso. Resta stare vicino a mia moglie, chiacchierare, ridere — con pochissima interazione sessuale, perché c’è un figlio presente, geloso, invasivo, che vuole stare in mezzo, perché mia moglie è acidissima quando vuole e perché ha questa idea quasi ottocentesca che le effusioni siano sospette se non portano dritte al sesso post-matrimoniale, e quindi ti ritrovi a vivere una forma di affettività che è più dialogo che contatto, più complicità che pelle.

Oppure — e qui arriviamo alla parte che non crederete ma che avete già intuito — nel pomeriggio, dopo pranzo, io dedico cinquanta minuti precisi, cronometrati, a un’operazione sporca, puzzolente, disgustosa per chiunque abbia ancora delle illusioni sulla dignità del tempo libero, ma fondamentale: la decompressione.

Perché quando lavori con il male — studiandolo, analizzandolo, respirandolo — il male ti entra dentro. Non come metafora. Proprio come residuo. Ti resta addosso. E insieme a quello ti restano le contraddizioni oscene di questo sistema che voi chiamate legale ma che è, nella sostanza, una macchina progettata per creare storture, spingere gente a delinquere e poi scandalizzarsi come una vecchia isterica gridando “O tempora, o mores!” o “Nessuno pensa ai bambini?!” — che è la frase più falsa dell’universo, perché io parlo proprio di toglierli ai genitori, a Bari, nei contesti che conosco, perché quello è un ecosistema mafioso che li forma prima ancora che crescano, e sono abbastanza sicuro che valga identico in ogni altro contesto geografico criminale — e poi sono quelli che maledici quando ti scippano o bullizzano tuo figlio.

E quindi, siccome questa roba ti ottura il cervello esattamente come la merda ottura il cesso quando si mette di traverso e l’acqua sale e tu stai lì a guardare pensando “ok, adesso esonda”, io ho elaborato un metodo. Molto tecnico. Molto concreto. Molto idraulico.

Prima metti tre fogli di carta da cucina. Servono a non sporcare troppo, a fare da filtro, a evitare che i residui si attacchino ovunque. Poi spingi. Con lo scopettone. Spingi tutto giù. Fino a quando sembra che hai peggiorato la situazione. E lì arriva la parte che gli idraulici ti fanno pagare cento euro: la ventosa. O come la chiamiamo a Bari, lo sfolciacessi. Due, tre colpi, e si libera tutto. Tre scarichi, e il WC torna a funzionare come se niente fosse.

Il mio sfolciacessi?

Uomini e Donne. Ovviamente.

Il programma del vedovo di Costanzo, sì, quello. Soprattutto il trono over. I vecchi. I vecchi che si corteggiano. Perché lì dentro non c’è niente di normale. Niente. È tutto costruito, suggerito, manipolato da una redazione che crea accoppiamenti, tensioni, innamoramenti, tradimenti, liti tra milf e gilf — mother, grandmother I’d like to… avete capito — e diciamolo chiaramente: in quel contesto finto, televisivo, filtrato, certe figure farebbero venire pensieri di un certo tipo a chiunque. Poi però bisognerebbe vederle la mattina dopo, struccate, dopo due parmigiane mangiate con convinzione, nella vita vera, e capire se quella suggestione regge o se era solo un effetto scenico ben confezionato.

E io cosa faccio?

Gioco.

Scommetto con mia moglie. Non sulle battute, ma sul senso. Sul movimento del plot. Indovino dove va a finire una dinamica con un anticipo che va dai quindici minuti a cinque puntate. Perché è tutto così scoperto, così ripetitivo, così volutamente degradato che diventa prevedibile come un algoritmo scritto male.

E lo faccio perché per buttare via il male vero devi usare un male inutile.

Sporco. Inutile. Gratuito.

Come Uomini e Donne.

Come l’autodegradamento compiaciuto di gente inadatta alla vita che si mette lì a farsi usare. Come la circonvenzione ridicola di vecchi convinti di diventare famosi e invece diventano solo fenomeni da baraccone per un pubblico che li consuma come freaks.

E potete dire quello che volete.

Saltatemi addosso. Giudicatemi. PROVATE — sì, appunto PROVATE — a farmi sentire in colpa.

Qualcuno dirà: “potresti scacciare il male col bene”.

No.

No, no, no.

Perché quello significherebbe impegnarsi. Sudare. Faticare. Stressarsi. E io non ne ho nessuna voglia. Anche perché — spoiler — il bene, quando lo fai seriamente, ti presenta sempre fatture a tre anni, cinque anni, dieci anni, chiedete al mio commercialista, mentre le tasse le vuole subito, possibilmente in anticipo.

Quindi no.

Meglio il male minimo.

Non minore. Minimo.

Quello che mentre fa male agli altri si traveste da intrattenimento. Quello che sembra innocuo ma è solo una versione socialmente accettata di un sadismo collettivo. Una roba da servizi sociali al contrario: non quelli che aiutano chi sta male, ma quelli che prendono chi potrebbe stare bene e lo espongono, lo consumano, lo svuotano.

E la verità è che questo è l’unico nazismo che accettiamo senza problemi.

Quello sociale.

Quello che non manda nessuno nei campi, ma li manda in studio.

E li fa applaudire mentre si fanno male da soli.

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3 risposte

  1. Avatar IN DIES

    Quanti spunti per riflettere, da queste tue schegge di vita! Mi piace questo post.

  2. Avatar gattapazza

    🙄

  3. Avatar La Manu

    E comunque… Il futuro è l anziano

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