Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Bari. Non diremo dove, ma tanto è sempre lo stesso posto: quello in cui le cose diventano importanti solo quando fanno abbastanza rumore da costringere tutti a girarsi.

C’è un giornalista — uno qualunque, uno che a un certo punto si stanca di far finta — che decide che una cosa la deve dire. Non per fare il diverso, non per atteggiarsi: perché semplicemente non torna. E quando non torna, per come è fatto, parla. Dice che in giro, a Bari, di gente che sa davvero fare cronaca nera ce n’è poca. E di sciacalli, invece, ce n’è troppa. Sciacalli veri, con quell’aria operosa di chi si muove veloce appena sente odore di qualcosa che può diventare titolo.

Prima però mette un punto fermo, per evitare la scorciatoia più comoda: Bari non è in guerra. Perché la guerra ha una sua logica, perfino una sua geometria. Qui no. Qui c’è una violenza diffusa, determinata, che non ha più bisogno di dichiararsi, né di scegliere da che parte stare. Sta e basta. E proprio per questo è più difficile da raccontare. Lui ci ragiona da mesi, ma negli ultimi giorni si ritrova costretto a scrivere in fretta, a fare analisi immediate, che sono sempre le meno utili quando il contesto è complesso. E allora si ferma, stringe il campo e sceglie una storia più piccola. Più umana. Di quelle che, se le guardi bene, spiegano tutto il resto.

Qualcuno, in questi giorni, ha deciso che la notizia era uno sfogo. Un post rabbioso, feroce. Lo sfogo di un figlio. E già qui basterebbe fermarsi. Ma no: si va oltre. Perché quel figlio è un bambino. E questa è la parte che scompare. Nessuno la scrive, nessuno la evidenzia. Si prende la frase, la si isola, la si pulisce da tutto ciò che la rende scomoda — il contesto, il dolore, l’età — e la si mette in prima pagina. Funziona, certo. Ma è solo voyeurismo. Di quello peggiore, quello che affonda le mani dove dovrebbe limitarsi a guardare da lontano.

Quel bambino ha perso un padre, e lo ha perso nel modo più violento possibile. E reagisce con l’unica lingua che conosce: quella della rabbia, della vendetta, quella che ha imparato crescendo. Una lingua detestabile, sì, ma coerente con il mondo che lo ha formato. Il problema è che quel mondo nessuno lo ha mai davvero messo in discussione. Non le istituzioni, non la scuola, non i servizi, non la stampa. Nessuno ha costruito un’alternativa concreta, praticabile. E allora pretendere che un bambino reagisca “bene” diventa una forma di ipocrisia collettiva.

Nel frattempo, la macchina dell’informazione fa quello che sa fare meglio quando perde la bussola: corre. Qualcuno firma pezzi per non restare indietro, qualcun altro rilancia, amplifica, semplifica. Il lutto diventa contenuto, consumabile e veloce. Senza contesto, senza cautela, senza rispetto. E poi ci si stupisce se, dall’altra parte, qualcuno reagisce male. Se vola una parola di troppo, o anche una mano. Si invoca la civiltà, ma si dimentica di chiedersi che cosa sia stato costruito, negli anni, per renderla possibile.

E intanto, mentre tutti guardano dentro il buco della serratura dei social convinti di fare informazione, le cose vere restano fuori. Le dinamiche reali, le trasformazioni in corso, quello che davvero sta cambiando Bari e che richiederebbe tempo, studio, responsabilità. Troppo complicato. Molto più semplice inseguire lo sfogo di un bambino che spiegare perché, ancora oggi, qualcuno cresce pensando che quella sia l’unica lingua possibile.

Alla fine resta una cosa sola, che non farà titolo. Una specie di scusa, detta senza retorica. A quel bambino — di cui non viene fatto il nome — qualcuno dovrebbe dire che non è mai stato messo nelle condizioni di scegliere parole diverse per stare dentro un dolore così. E che forse, prima di giudicarlo, bisognava partire da lì.

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Una risposta

  1. Avatar elyas

    pretendere, rilanciare, aplificare e semplificare sono, per come la vedo io, 4 ingredienti per vivere una vita di merda. tanto di merda che il salvifico “ognuno vive come può o come gli pare” diventa poco salvifico.

    ma è una mia opinione, non pretendo che sia vera

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