Annota la prima cosa che ti viene in mente.
La prima cosa che mi viene in mente non è mai una cosa normale.
Ve lo aspettavate, eh?
Mai.
Non è un ricordo pulito, una risposta educata, una di quelle robe che dici e tutti annuiscono.
No.
È una frase.
Sempre quella.
Inchiodata lì da quando ero piccolo, tipo terza media, quando l’Italia era ancora un posto dove i pomeriggi avevano senso e i fumetti non erano roba nostalgica ma attrezzatura di sopravvivenza.
Parlo di quando c’erano al barbiere Tex, Zagor, Mister No.
Roba dove la gente si prendeva a schiaffi, a cazzotti, a calci in culo e ti bestemmiava i morti. Ma tutti a modo loro “Satanasso” – “Diavoli!” – “Tuanonnafalepomperigate!”
E poi c’era lui, il fighetto della situazione.
Non bestemmiava: Martin Mystère.
Infatti diceva “Santo cielo!” – e che palle, capite perchè me ne stancai subito?
L’indagatore dell’impossibile.
Quello per quelli che volevano fare gli intelligenti senza rinunciare al casino.
Parapsicologia, complotti, “non vi dicono le robe”, archeologia, cervello, misteri.
Un minestrone assurdo che però funzionava. Senza puzzare di uovo marcio, eh!
Io lo leggevo per fare scena. Diciamolo.
Non perché capissi davvero tutto.
Era una posa.
Gli altri leggevano Dylan Dog, che era vietato perché mia nonna era convinta che dopo due numeri mi sarei messo a evocare il demonio e a sgozzare gente come i serial killer. Io facevo il diverso. Poi ovviamente dopo sei mesi ho iniziato a comprare Dylan Dog di nascosto e oggi ho la collezione fino al 200, tutti originali, pagati come se stessi comprando organi al mercato nero. E me li ricordo. Tutti. Se volete facciamo la prova. E non sono diventato satanista ma ateo e non sono diventato serial killer ma criminologo e se volete adesso capite perchè a mio figlio do il permesso di guardare Diletta Leotta e dire Tettazze.
Ma torniamo a quella frase.
Perché di quell’albo di Martin Mystère non ricordo un cazzo. Niente. Zero.
Trama sparita. Personaggi evaporati. Però quella cosa lì è rimasta. Piantata.
C’era questo tizio che diceva di aver inventato una macchina per leggere o trasmettere il pensiero. Una roba così. E per dimostrare che funzionava, chiama Martin Mystère – che nel suo mondo è tipo uno che risolve l’irrisolvibile – e gli dice: scrivi una frase. Ma non una frase normale. Una frase impossibile. Di quelle che non indovini neanche se ti vendi la madre facendo impazzire Gasparri.
Una roba da cazzinculo gravissimo.
E lui scrive:
“Sulle franose piane dell’Afghanistan piovono elefanti a pallini.”
Fine. Basta quello.
Io non so perché. Non so cosa sia successo nel cervello in quel momento. Ma quella frase mi è rimasta incollata. Come una bestemmia figherrima.
Come una cosa che non serve a niente ma non riesci a toglierti di dosso.
E quindi oggi succede questo.
Che se qualcuno mi chiede: “Dimmi la prima cosa che ti viene in mente”, io non rispondo.
Io sparo quella frase. Sempre. Senza pensarci.
Oppure, se mi sento particolarmente elegante, passo al piano B:
“Il cazzo del cane che scappa dal gregge va in culo a chi legge.”
E qui qualcuno ride, qualcuno si offende, qualcuno capisce troppo tardi.
Perfetto così.
La versione ufficiale per questa seconda frase è che ho un trauma.
Che questa cosa mi ha segnato.
Che è una risposta automatica a qualcosa di irrisolto.
Tutte cazzate.
La verità è molto più semplice e molto più sporca: sono stronzo.
E sapevo benissimo che stavate leggendo.
Il resto, il perché vero di quell’altra frase, quello con un minimo di struttura e non solo cattiveria gratuita, arriva più avanti.
Non adesso.
Tra qualche settimana. Quando serve.
