Negli ultimi mesi ICE è tornata al centro della cronaca americana per operazioni (de)finite male: morti, proteste, video, indignazione.
Nessuno nega che sia successo. Nessuno. Si trattaÈdel tipo di conseguenza che accompagna da sempre un apparato che non è creato per piacere né per rassicurare. Chi oggi si sorprende sta solo fingendo di non sapere come funzionano certe cose quando vengono prese sul serio.
Ma non siamo qui per discutere del fronte interno. Non siamo qui per rimettere in scena il dibattito domestico, le colpe, le responsabilità, le versioni alternative. Quello è un altro piano. Quello riguarda l’America e il modo in cui decide di gestire se stessa.
Qui la questione è un’altra.
Qui la questione è l’Italia.
E ciò che significa, oggi, far arrivare ICE a Milano–Cortina.
Per chiarire questo punto non serve una dichiarazione ufficiale né un volto riconoscibile.
Basta ascoltare uno dei livelli in cui le decisioni non vengono spiegate, ma semplicemente assunte. Non il più esposto, non il più citato, ma quello in cui il potere smette di raccontarsi e comincia a funzionare.
Da lì arrivano le risposte che seguono: non pensate per convincere, ma per stabilire una linea.
RUSSO: Partiamo dal dato nudo, senza anestesia: ICE alle Olimpiadi invernali di Milano–Cortina. Non per agire, non per difendere, solo per stare lì. Per molti è assurdo. Per voi?
Risposta: Tutt’altro. Non tutte le presenze nascono da un pericolo. Alcune nascono dalla necessità di rendere esplicito un assetto. Non è una misura di sicurezza. PiùÈuna scelta di posizionamento. E quando una scelta ha questa funzione, va assunta senza cercare alibi funzionali.
RUSSO: Lo diciamo allora: le Olimpiadi non lo richiedono. Nessuna minaccia, nessuna emergenza. Sembra quasi una presenza gratuita. Corretto?
Risposta: Corretto. E irrilevante. A questo livello l’utile non coincide con l’operativo. Spesso è simbolico. ICE non è lì per fare qualcosa, ma per significare qualcosa. Dire qualcosa. E il significato, oggi, pesa quanto l’azione. A volte di più.
RUSSO: Dire cosa, esattamente? Perché a molti sembra solo un eccesso di potere esibito senza motivo.
Risposta: Dice che i rapporti vanno verificati. Non celebrati. Le alleanze non si mantengono con la retorica, ma con i test. ICE, in Italia, è la manifestazione di apparati che non risolvono problemi contingenti, ma misurano la qualità di una relazione quando smette di essere comoda.
RUSSO: ICE però non è solo divisiva. Diciamolo, appare impresentabile ai più. Vi interessa questo, come aspetto?
Risposta: La presentabilità non è un criterio operativo. ICE è impresentabile perché svolge funzioni che nessuno ama rivendicare. Ma è proprio questo a renderla necessaria. Chi lavora sui margini sporchi del sistema non può permettersi di essere gradevole. E in certi contesti la gradevolezza è un ostacolo. Fa parte del patto con il sistema.
RUSSO: Quindi proprio perché impresentabile, proprio perché respingente, va protetta?
Risposta: Esattamente. ICE allo stato attuale polarizza. Riduce l’ambiguità. Costringe a scegliere una posizione. Questo è estremamente utile, per noi. Senza una certa radicalità, l’autorità si diluisce e diventa scenografica. Qui non serve più il consenso, serve la chiarezza.
RUSSO: Arriviamo all’alleato. Italia. Governo Meloni. ICE che accompagna la delegazione sembra suggerire una cosa precisa: non vi fidate fino in fondo della sicurezza garantita dal paese ospitante. Corretto?
Risposta: Tutt’altro. Non è questione di fiducia nel senso ingenuo del termine. Gli italiani sanno benissimo che ci fidiamo di loro. Lo hanno sempre saputo. Proprio per questo possiamo permetterci di considerarli, formalmente, inaffidabili. E di dimostrarci preoccupati nell’affidare a loro la nostra sicurezza e la nostra incolumità. Il punto non è la valutazione, ma’l’accettazione della valutazione. Dice molto di più.
RUSSO: Tradotto: l’imbarazzo non è un effetto collaterale, ma il cuore dell’operazione.
Risposta: Centrato. I test reali non si fanno in ambienti favorevoli. Si fanno creando condizioni sfavorevoli. L’imbarazzo è uno strumento preciso. Serve a misurare la tenuta di un rapporto quando non ci sono più buone ragioni a cui aggrapparsi, quando quello che resta è solo l’atteggiamento.
RUSSO: E cosa si chiede davvero all’alleato, in quel momento?
Risposta: Si chiede di accettare l’imbarazzo con un sorriso sincero. Di indossare quei panni e provare a starci comodi. Non di difendere, non di spiegare, ma di sostenere una posizione che non è oggettivamente difendibile. Una prova di maturità relazionale?
RUSSO: Qualcuno direbbe un capriccio.
Risposta: E in certi momenti lo è. E anche il capriccio ha una funzione. Serve a ricordare chi può permetterselo. E chi sa riconoscerlo senza farne un caso. Questo non ha a che fare con l’umiliazione, ma con la consapevolezza del contesto.
RUSSO: Quindi, alla fine, cosa misura davvero questa scelta?
Risposta: Misura la capacità di far passare ciò che non è ragionevole senza trasformarlo in un incidente. Più ancora, l’affidabilità dell’alleato in questo momento storico. La verifica che una soglia è stata passata e l’asticella potrà essere alzata ancora, al bisogno. Le alleanze non si misurano su ciò che è facile. Si misurano su ciò che passa quando non lo è. E chi è affidabile lo dimostra lì.
RUSSO: ICE a Milano–Cortina, quindi, non come eccezione, ma come metodo.
Risposta: Esattamente. Una prassi. E come tutte le prassi che funzionano, dà il meglio di sé quando non viene discussa troppo.
L’Italia può discutere, indignarsi, riflettere su tono e metodo. Comprensibile, persino previsto. Alla fine resta un dato semplice: questo è il livello al quale oggi viene considerata. Non come un problema, non come un avversario, ma come un alleato sufficientemente affidabile da accettare ciò che non è gradevole senza pretendere spiegazioni aggiuntive. In questo senso non c’è offesa, solo una valutazione. E nelle relazioni che contano, le valutazioni non si negoziano: si registrano.
Se poi questo sia il massimo a cui l’Italia possa ambire, non è una domanda che spetta a chi decide. Solo una constatazione.
Washington 1/24/25
Daniel Russo
Daniel Russo è giornalista politico e analista di politica internazionale.
Nato in Ohio 38 anni fa da una famiglia italo-americana della working class, si è pagato gli studi lavorando come magazziniere, fattorino e addetto notturno alla logistica. Un percorso senza scorciatoie, che ha segnato in modo permanente il suo sguardo su potere e gerarchie.
Dopo il community college e l’università statale, è approdato a Washington grazie a borse di studio e programmi competitivi, collaborando con think tank e centri di analisi su sicurezza, migrazioni, alleanze e strategia geopolitica.
Il suo lavoro si concentra sui rapporti di forza, sulle decisioni impopolari e sui meccanismi attraverso cui il potere viene reso accettabile.
Russo è noto per contributi teorici senza sconti, volutamente netti e polarizzanti. Non ricerca equilibrio né mediazione: considera la divisione un effetto collaterale necessario della chiarezza.
Scrive per un pubblico ampio, utilizzando registri accessibili e tesi radicali, convinto che nel dibattito contemporaneo la neutralità sia spesso solo una forma di rinuncia.
Per lui, l’analisi non serve a rassicurare,
Separa chi regge il conflitto da chi preferisce evitarlo.
