Io le Olimpiadi le ho sempre guardate male.
Male proprio, nel senso sbagliato, nel senso che mentre la gente normale aspetta i cento metri, la finale dei cento metri, il record del mondo, le seghe per dieci secondi di visione e io mi ritrovavo incastrato alle undici e quaranta di mattina, tipo gruppi di mezzogiorno del concerto del Primomaggio, a guardare il lancio del martello femminile con Silvia Salis che faceva girare quel coso come se fosse una collana e non un’arma impropria da demolizione condominiale.
E lo preciso subito per gli idioti di centrosinistra che rincorrono i personaggi, la Salis è una eccellente sindaca, la migliore che avremmo, ma deve restare a fare la sindaca di Genova perchè lì l’ha messa il popolo genovese e perchè spostarla significherebbe forse migliorare l’Italia, non lo sappiamo, ma sicuramente sacrificare Genova.
Quindi no!
Oppure le siepi, che sono una disciplina da psicopatici — corri, inciampi, acqua, ginocchia, rialzati e continua come se fosse tutto perfettamente sensato.
Oppure il salto con l’asta quando c’era Sergey Bubka che non gareggiava, amministrava in modo comunista e dittatoriale.
Tipo monopolio di stato.
Tipo che se esisteva un’asta, lui la superava e poi decideva se alzarla ancora giusto per far capire che poteva. Se no, sediziosi nemici del popolo, “Preparate il cappotto pesante: A Novosibirsk! (tipo lo Spallanzani prima che cominciasse il Covid) Di corsa!”
E poi la lotta greco-romana, che è mille volte più onesta del judo — lì non ti raccontano la favoletta, lì ti prendono e ti spostano.
Punto.
E la scherma sì, ma la sciabola, che è più ignorante, più da gente che se deve scegliere tra eleganza e colpire sceglie decollarti – cioè staccarti la testa dal collo in medicina legale (cfr. Puccini) – senza manco pensarci.
Poi arriva il Giappone.
E io, da coglione, mi illudo. Mi illudo davvero. Dico vuoi vedere che stavolta quei cornuti di marciapiede del Comitato Olimpico Internazionale fanno una cosa giusta?
Vuoi vedere che per una volta smettono di fare i custodi dell’ordine mondiale dello sport e infilano dentro qualcosa che abbia un senso, qualcosa che non sia deciso da quattro riunioni in cui si parla più di sponsor che di gente che si allena davvero?
Perché nel frattempo io avevo mollato la boxe.
E quindi per non soffrire non la guardavo più.
Non per scelta nobile, non perché avevo capito qualcosa — perché mi ero rotto.
Fisicamente rotto.
Mani finite, palestra del cazzo, ambiente di quelli che se non sei il predestinato nessuno ti guarda, nessuno ti corregge, nessuno ti salva da te stesso e finisci per diventare una versione un po’ storta di quello che volevi essere.
Non un pugile. Uno che sa menare e fare male. A se stesso e pure agli altri. Che è diverso. Molto, dalla Nobile Arte.
E quindi mi sono infilato nel karate.
E lì mi sono proprio perso.
Perché il karate fatto bene è una roba lenta, cattiva in modo silenzioso, una roba che ti entra sotto pelle mentre pensi di stare solo facendo una posizione di merda che non ti riesce.
E quando vedo che alle Olimpiadi di Tokyo 2020 Olympics c’è il karate, io ci casco.
Mi ci butto dentro come un cretino. Guardo tutto.
Kata, kumite, robe che fino a un anno prima manco sapevo distinguere.
E mi innamoro pure, perché poi succede quello: ti innamori di chi lo fa bene.
Tipo Terryana D’Onofrio, tipo Viviana Bottaro, che fanno sembrare semplice una cosa che semplice non è per niente, che è tutta controllo, tutta tensione trattenuta, tutta roba che se sbagli di un centimetro diventa una caricatura.
Guardatevi lo Scorpion Kick di TerryAnna contro la Serbia – che su YouTube trovate – guardatevi l’espressività da combattimento in un kata di Viviana, guardate la bellissima coreografia di combattimento di un kata a squadre che Kill Bill buttati al cesso!
E mentre io sono lì che penso “ok, ci siamo, finalmente una cosa sensata”, questi cosa fanno?
La levano.
Via. Sparita.
Il Taekwondo resta, il karate no.
Quello sport infame nemmeno della Korea del Nord atomica che avrebbe senso, ma della Korea del Sud sì – per evidenti ragioni politiche – e il Giappone, dopo Hiroshima e Nagasaki nemmeno una retribuzione che sia una? Con tutte quello che abbiamo retribuito e permesso ai sionisti?
E non è nemmeno una scelta che ti puoi spiegare con la logica, è proprio una scelta da gente che decide cosa deve esistere e cosa no in base a criteri che non hanno niente a che vedere con quello che succede in un dojo, in una palestra, in un posto dove la gente si spacca davvero per imparare qualcosa.
E allora capisci che sì, sei stato scemo tu a crederci. Ancora una volta.
Ma non nel Karate, perchè quella è La Via.
E dunque nel frattempo io continuo.
Piano, male, storto.
Con un corpo che non è fatto per questa roba, con anche che fanno quello che vogliono, con una mobilità che sembra negoziare ogni movimento come se dovesse firmare un trattato internazionale. Però continuo. Se ce l’ha fatta KungFuPanda – che il Karate da lì arriva, dalla Cina, e non è nemmeno vecchio di secoli ma solo di un cento anni nemmeno – il Goju Ryu è nato tra il 1931 e il 1934 per dirne una.
E mi tengo stretto quello che il karate ti mette in testa senza chiederti il permesso.
Tipo sta cosa che “il karate non conosce primo attacco”.
Che è bellissima finché resta teoria.
Poi esci, traffico, uno dietro che suona il clacson mezzo secondo dopo il verde — mezzo secondo, capisci? — e lì devi ricordarti che no, non esiste primo attacco, ma esiste tutta una gamma di opzioni che devi decidere di non usare dopo il suo primo attacco.
Che è la parte difficile.
Poi c’è quell’altra roba, Onko Chishin.
Che detta così sembra una citazione da poster, invece è una mazzata: riscalda il vecchio per comprendere il nuovo.
Guarda indietro per capire dove cazzo stai andando.
E nel karate questa cosa non è filosofia da bar, è pratica.
Non sai che fare? Torna al Sanchin. Respirazione, tensione, struttura.
Tre battaglie.
E dentro quelle tre battaglie c’è tutto.
Non per diventare bravo, ma per smettere di essere completamente incapace.
Che è già tanto. E infatti i maestri veri ti tengono lì.
Ti inchiodano lì. Anni a fare la stessa cosa. A togliere, a ripulire, a rifare mille volte un gesto che pensavi di aver capito e invece no, non avevi capito un cazzo.
Io ho il mio dojo.
Ci vado con mio figlio che da quando ha 4 anni pratica ed è cintura giallo arancio, già.
E questa è la fregatura finale.
Perché quando fai una cosa così con tuo figlio ti rendi conto che non è più solo una roba tua.
Diventa un linguaggio. Diventa un tempo condiviso.
Io sono cintura ancora arancio e ci sto.
Non chiedo esami, non chiedo scorciatoie, non chiedo niente.
Quando sarà il momento qualcuno me lo dirà. Fino ad allora si lavora, si sbaglia, si rifà.
Perché la via — parola grossa, lo so, ma è quella — non è arrivare prima.
È smettere di essere quello che eri prima.
Combattere allo specchio, che c’è sempre in un dojo per guardare quello che eri e migliorare.
Che è molto meno romantico e molto più faticoso.
E nel frattempo impari anche un’altra cosa, che è forse la più utile di tutte: ti fai i cazzi tuoi.
Che sembra poco, invece è enorme.
Perché smetti di guardare cosa fanno gli altri, smetti di misurarti continuamente, stai nel tuo.
E questa cosa, fuori dal dojo, è quasi rivoluzionaria.
Poi però torni alle Olimpiadi, a quelli che decidono, e ti ricordi che no, non gliene frega niente.
Che possono tenere fuori uno sport intero senza che succeda nulla.
Che possono decidere che una cosa che per te è disciplina, vita, percorso, per loro è una parentesi sacrificabile.
E allora sì, ti girano i coglioni.
Perché pensi che se più gente facesse karate — ma fatto sul serio, non fitness con il kimono — forse il mondo sarebbe un posto un filo meno isterico, un filo più onesto.
Non migliore, che è una parola inutile. Più onesto.
Ma no.
Comitato olimpico del cazzo, decisioni del cazzo, e noi qui a parlare di loro pure quando vorremmo parlare d’altro. E che loro siano gente del cazzo lo sapete: i sionisti e le loro nazionali ancora fieramente dentro ogni manifestazione e nessuna selezione nazionale palestinese, per dirne una.
Tranquilli però.
Ci torniamo.
Perché questa roba qui, prima o poi, ve la faccio amare anche a voi.
Anche se fate resistenza. Anche se non capite. Anche se all’inizio vi sembra una stronzata.
Che poi, è sempre così che inizia.
