Questa storia è mia.
Ma mi concedo il piccolo lusso — vagamente narcisistico e deliberatamente stilistico — di raccontarla con il tono con cui Maria Grazia Ferri, quando si firma Maria Luce Dinterni sulla rivista Pentacolo, descrive oggetti di design, mobili, cappotti o accessori: con quella devozione quasi carnale per il manufatto umano che sembra sempre sul punto di scivolare dall’estetica alla prostrazione sensuale. Quando osserva un oggetto — una sedia, una giacca, una cintura — pare ogni volta sul punto di inginocchiarsi davanti al pezzo e dedicargli attenzioni orali estremamente concentrate, con una specie di fervore pornografico sublimato nel linguaggio alto del gusto.
Ecco: lo stesso spirito di contemplazione, ma applicato agli outfit preadolescenziali di un bambino convinto — con diversi anni di anticipo sulla fisiologia — che la propria carriera sociale, erotica e carismatica dipendesse quasi esclusivamente da una cintura, da un jeans e da un giubbotto.
Per capire davvero quella stagione tessile bisogna però fare una digressione, un salto in avanti nel tempo fino al liceo.
Fu lì che capii davvero cosa significasse usare i vestiti come dispositivo narrativo del sé. Nei quartini e quintini dei licei classici — quei luoghi teoricamente destinati a formare la futura classe dirigente — la prima cosa che si impara non è il greco, né il latino, né la filosofia. Si imparano il bullismo, il nonnismo, i battesimi con la testa nell’orinatoio e una forma di venerazione quasi liturgica per persone che hanno fatto una fine pessima intorno ai ventisette anni e alla lettera J: Janis Joplin, Jimi Hendrix, Jim Morrison. Gente che con la musica qualcosa aveva pure da dire, sia chiaro, anche se i Doors rimangono uno dei casi più oscenamente sopravvalutati della storia del rock.
E naturalmente si imparano anche cose che hanno a che fare con le droghe.
Io scoprii il grunge e cominciai a vestirmi come un boscaiolo canadese depresso: camicie di flanella, postura malinconica, l’aria di uno che ha già capito che il mondo è un posto moralmente discutibile. E però, non si capisce in nome e ossequio a quale gusto estetico, ha successo con le ragazze. Anche quelle più grandi, esperte già avezze e inclini ad addestramenti canonizzati nel genere Histoire d’O. Forse perchè sotto quella superficie da legname nordamericano covava qualcosa di più sporco, perché dopo circa un mese di grunge ero già passato al metal estremo. Non il metal normale, che sarebbe stato troppo semplice, ma il black metal della black metal mafia norvegese, quella che non si limitava a cantare contro il cristianesimo o usare cerone bicolore sul viso in foggia dei Kiss, ma incendiava davvero le chiese con la benzina come un progetto artistico fin troppo coerente.
Sotto la camicia da boscaiolo cominciai così a indossare magliette sempre più provocatorie.
Una in particolare dei Cradle of Filth portava la scritta Fuck Me Jesus e raffigurava una vampira eccitantissima, languida e indecentemente porca, vestita da suora solo per gli accessori, per il resto nudissima, inginocchiata sopra una specie di crocifisso in una posizione che suggeriva un uso dell’oggetto liturgico decisamente non previsto dal catechismo. Tecnicamente quella cosa era già stata fatta ne L’Esorcista, quindi quando arrivò la prima nota con firma del genitore avviai una trattativa diplomatica: accettai che quella specifica maglietta fosse troppo, ma ottenni il diritto di indossarne altre con meno Cristo e più vampire zozze. Era un compromesso teologico-estetico.
Questa digressione è importante perché dimostra che la costruzione della propria identità tessile — quella che al liceo passa attraverso flanelle, nichilismo musicale e pornografia satanica con enorme successo in termini di addestramento sessuale e amicizie con benefit ben prima della canonizzazione del rapporto — comincia molto prima.
Comincia nella preadolescenza.
Comincia con la convinzione assoluta che il proprio destino umano, sociale ed erotico dipenda dall’abbigliamento. Io arrivai a questa convinzione quando il mio guardaroba era ancora un protettorato amministrato da mia madre e vigilato da mia nonna, donna capace di fare il segno della croce con la velocità di un pistolero ogni volta che qualcuno pronunciava una frase anche solo lievemente blasfema. Una sera, dopo aver elaborato — con quella crudeltà mentale tipica dei bambini leggermente intelligenti — una serie di osservazioni di humor nerissimo su persone evidentemente sfortunate e maglioni con toppe indecenti, si produsse una piccola crisi domestica. Mia madre capì che la creatura angelica che aveva portato in giro fino a quel momento stava sviluppando un gusto per l’ironia cattiva e per il linguaggio brutale che probabilmente richiedeva una nuova strategia educativa.
Fu allora che riuscii a negoziare il primo cambio di guardaroba della mia vita.
La mia teoria era limpida: la mia “vincenza”, cioè la mia capacità di affermarmi nel consesso umano, passava attraverso coordinate sartoriali molto precise.
Cinture El Charro.
Pantaloni Uniform — ma esclusivamente quelli con la toppa a ferro di cavallo in velluto sulla tasca destra del culo, dettaglio fondamentale, quasi un organo simbolico cucito nel denim.
Felpe Best Company.
E ai piedi Timberland da barca, che mia madre accettò anche per ragioni ortopediche perché montavano i plantari per i piedi piatti.
Mia madre comprese che se un bambino normalmente educato si metteva a dire cose tremende nei negozi costringendo la nonna alla croce d’emergenza, probabilmente era arrivato il momento di concedere qualcosa sul piano estetico, e acconsentì.
Il problema arrivò quando entrò in scena l’ideologia. Mio padre era comunista con quella rigidità teorica che negli anni ottanta poteva trasformare anche l’acquisto di un giubbotto in un dibattito politico. Il marchio Uniform, per lui, era già nel nome stesso una dichiarazione di resa alla dittatura dell’omologazione capitalistica. Alla fine passò il principio secondo cui un jeans è pur sempre un jeans, e in quella breccia intervenne mio zio — fratello minore di mio padre — che nutriva verso i comunismi dei fratelli maggiori una repulsione quasi passionale. Gli zii piccoli dei padri hanno spesso questa pulsione competitiva per cui regalano ai nipoti oggetti costosi come se stessero litigando con i fratelli attraverso il corpo del bambino. Tipo madre e padre divorziandi.
Così mi arrivarono addirittura dei Dondup.
E pensai e ripensai che forse addirittura la sorella ventenne di un caro amico che io di nascosto spiavo mentre provava i costumi da bagno con una sua amica avrebbe perso la testa tra lucette fluorescenti e glitter sulla pelle per me.
Il vero fronte ideologico, però, diventò il giubbotto. Il capo più importante, nelle stagioni scolastiche che di solito hanno a che fare con parole come inverno, climi rigidi e grembiuli sotto il giubbotto.
Io desideravo un Moncler smanicabile rosso fuoco, o nero.
In alternativa diminuente, al massimo, un bomber di pelle con toppe proprio come i Top Gun del celebre film reganiano e statunitense.
Con quello addosso avrei attraversato le scuole come una creatura eletta, una specie di Iceman in miniatura — perché i copiloti degli F14 erano quelli veramente tosti, non quei Maverick piglinculo.
Sarebbe stato un magnete erotico ante litteram, una promessa fluorescente di carisma.
Mio padre lo considerava invece il simbolo supremo dell’omologazione. La soluzione che escogitò fu teoricamente raffinata e praticamente diabolica: mi comprò una cerata Henry Lloyd. Una cerata nautica perfettamente coerente con il trend paninaro dell’epoca, ma nella sua versione iperborghese e adulta, totalmente inadatta al corpo di un bambino di otto anni.
Con quella addosso non sembravo un giovane imprenditore urbano ma il costume di carnevale di un pescivendolo.
Il problema non era solo l’idea ma i dettagli: i bottoni enormi, larghi come monete; i risvolti delle maniche in velluto a coste — una fissazione tessile che nella mia infanzia tornava con la regolarità di una maledizione; e soprattutto i colori. Fuori senape, ma non il senape elegante: un senape aggressivo, quasi offensivo, il colore di una mostarda metafisica. Dentro viola, viola drappo funebre ma fluorescente, come se il lutto avesse deciso di andare in discoteca. Indossando quell’oggetto compresi con un anticipo ormai stagirita una verità fondamentale.
Come assioma cartesiano.
La perdita della verginità non viene rimandata dalle partite a Dungeons & Dragons. Viene rimandata da certi comunismi paterni che si mettono tra te e un magnifico Moncler rosso fuoco e ti condannano al Golgotha estetico di una cerata da barca senape fuori e viola dentro, trasformandoti nel pescivendolo metafisico e non nel contrabbandiere mancato – che comunque sarei potuto apparire con un bomber nero addosso – del tuo stesso destino erotico.
Dovetti aspettare il satanismo e i Cradle of Filth.
Cinque lunghi anni.
Di sogni di baci e mai sapore di saliva.
O magari più ferroso, più sotto. Mela un po’ ossidata e non senape.
Ma niente.
