Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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]
]

Scrivi della casa dei tuoi sogni.

PENTACOLO

Catalogo di interni, seduzioni tattili e pratiche dell’abitare

Introduzione al Catalogo

(la curatrice parla di abitare come si parla di un vizio che non si vuole smettere)

Io sono la curatrice e so riconoscere quando l’attenzione diventa una forma di eccitazione.

All’inizio è solo uno sguardo che indugia, poi è uno sguardo che preferisce, infine è uno sguardo che sostituisce.

Abitare non significa entrare in uno spazio, ma lasciargli occupare il tempo che prima era destinato ai corpi.

Le docce di design non sono fatte per accogliere nudità vere.

Sono fatte per essere spiate.

Per essere guardate mentre restano vuote, perfette, asciutte.

La fantasia non si concentra mai su chi potrebbe esserci dentro, nudo e distratto: si concentra sulla doccia stessa, sul vetro immacolato, sul metallo freddo, sull’idea di un getto che non bagna nessuno.

È lì che l’immaginazione si ferma.

È lì che qualcun altro, altrove, si tocca pensando non al corpo, ma alla possibilità di entrarci senza mai farlo.

I lavandini, invece, esigono una disciplina più severa.

Non devono conoscere catarro.

Non devono sapere nulla del dentifricio sputato al mattino, di quella schiuma sporca che tradisce la bocca come apertura animale.

Il lavandino è un piano di esposizione: accoglie solo il volto, il riflesso, l’immagine pronta per essere inviata.

Il pensiero di sputarci dentro resta mentale, come una fantasia che si eccita proprio perché non deve essere compiuta.

Poi l’acqua scorre, anche se non ce n’era bisogno, e cancella un gesto che non è mai avvenuto.

Le cucine di design sono il punto in cui l’abitare rinuncia definitivamente alla vita.

Non hanno piastrelle perché non devono sopravvivere agli schizzi.

Il sugo, quando esce dalla padella, lo fa sempre con una violenza indecente: schizza, macchia, lascia tracce viscide, come un corpo che perde controllo.

Qui no.

Qui niente deve eiaculare fuori posto.

Le padelle sono fredde, pulite, decorative.

Cucinare davvero sarebbe una forma di pornografia inaccettabile.

La penisola, invece, è concessa.

È liscia.

È pronta.

La si palpeggia al mattino, distrattamente, mentre si beve il caffè.

Non serve a lavorare, serve a sentire che qualcosa è lì e non oppone resistenza.

È il primo contatto della giornata, più affidabile di qualsiasi pelle.

E poi c’è il letto.

Il letto che si guarda prima ancora di guardare chi ci dorme accanto.

Il letto che viene stirato, raddrizzato, venerato.

Il letto che diventa l’immagine più intensa della stanza.

C’è chi arriva a fare l’amore con quell’immagine, ed è il sesso più passionale della sua vita.

Perché il letto non interrompe.

Non chiede.

Non si gira dall’altra parte.

La persona accanto respira, tossisce, occupa spazio.

Il letto resta lì, disponibile, muto, perfetto.

E quando finalmente ci si sdraia, non si entra davvero.

Si resta sopra, attenti, come ospiti.

Come se il corpo fosse un incidente da limitare.

Chi può permettersi tutto questo lo chiama stile.

Chi non può permetterselo compra le copie.

La piastrella finta di ardesia.

Il parquet di laminato, l’acero sbiancato che non è legno ma lo finge.

Su quelle superfici ci si muove in modo diverso.

Si striscia.

Si cammina piano, quasi rasente, come vermi che hanno imparato a non lasciare segni.

È un contatto senza dignità, senza illusione, simile a certi accoppiamenti cercati per stanchezza più che per desiderio.

Non si ama.

Si aderisce.

Tutto questo, mi dicono, è amore per la casa.

Cura.

Attenzione.

Gusto.

Io, che curo questo catalogo, vedo altro:

vedo il desiderio spostarsi, lentamente, dai corpi agli oggetti,

vedo l’erotismo diventare superficie,

vedo l’abitare trasformarsi in una forma di possesso silenzioso che non ha bisogno di urlare.

Chi non può permettersi la casa dei sogni la desidera con una dedizione assoluta.

La percorre mentalmente.

La spia.

La accarezza senza toccarla.

Questo catalogo è per te.

Non ti insegnerà a vivere meglio.

Ti mostrerà come imparare a trattenerti con eleganza.

Io ti mostro le stanze.

Tu, senza accorgertene, smetti di cercare altro.

Curatrice

Maria Grazia Ferri, 46 anni

(firma: Maria Luce Dinterni)

Maria Grazia Ferri ha tentato più volte di laurearsi in Architettura senza mai riuscire a completare il percorso. Gli studi si sono interrotti in seguito a una serie di incidenti psichiatrici profondi, tutti riconducibili a ciò che lei ha sempre definito crisi mistiche del progetto: episodi di iperfocalizzazione sul disegno industriale, sulla purezza delle superfici, sulla promessa di controllo contenuta negli interni ben riusciti.

Ha scritto per diverse riviste di settore occupandosi di case, materiali e tendenze dell’abitare contemporaneo. È stata progressivamente allontanata da tutte per l’impossibilità, dichiarata dai direttori, di mantenere una distanza professionale dagli oggetti descritti. I suoi testi venivano giudicati “eccessivamente coinvolti”, “tatticamente seduttivi”, “inclini a sostituire la funzione con il desiderio”.

Dopo l’ultima esclusione ha deciso di fondare una rivista propria.

Pentacolo nasce come dichiarazione editoriale già nel titolo: un’eco consapevole di Ottagono, di cui richiama l’impianto catalogico e l’autorità formale, ma da cui si separa immediatamente per intenzione e sguardo. Qui il design non è celebrato come soluzione, ma osservato come pratica di seduzione, disciplina del corpo, riorganizzazione dell’intimità.

Maria Grazia Ferri firma come Maria Luce Dinterni.

Sostiene che abitare non sia una competenza tecnica ma una disposizione affettiva, e che certe case, se guardate troppo a lungo, imparino a farsi preferire.

Vive sola.

La casa è sempre in ordine.

E non è mai del tutto chiaro chi custodisca chi.

Nota redazionale

Nel presente articolo è stata rilevata una divergenza interna non segnalata tra alcune affermazioni teoriche e il loro sviluppo narrativo.

Tale discrepanza non compromette la coerenza formale del testo, ma introduce un elemento di disallineamento concettuale che potrebbe essere interpretato come errore, lapsus o interferenza autoriale.

L’autrice non ha fornito chiarimenti in merito.

La redazione ha scelto di non intervenire.

Si invita il lettore attento a individuarla autonomamente e, qualora lo ritenga opportuno, a segnalarla nei commenti

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Una risposta

  1. […] e deliberatamente stilistico — di raccontarla con il tono con cui Maria Grazia Ferri, quando si firma Maria Luce Dinterni sulla rivista Pentacolo, descrive oggetti di design, mobili, cappotti o accessori: con quella […]

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