Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

[
[
[

Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

]
]
]

Diciamolo subito e senza eleganza: la salopette ha un nome osceno.
Rivoltante e patriarcale, violento e sessualizzato. Carico di morale pornografica.

Osceno non nel senso timido della morale borghese.
Nel senso più proprio dell’oscenità borghese.

Osceno nel senso etimologico: una parola che nasce nel fango linguistico della misoginia europea e che, con un colpo di bacchetta della moda, viene ripulita, stirata e rimessa in circolazione sulle passerelle.

La salopette — pantaloni con pettorina, bretelle, denim resistente — nasce come indumento da lavoro.
Operai. Contadini. Meccanici.
Gente che non aveva tempo per l’estetica perché aveva a che fare con il ferro, con la terra, con il grasso delle macchine.

Funzione prima dello stile, nel suo uso quotidiano e contestualizzato.

Poi succede il “miracolo” della moda:
il capo proletario diventa oggetto cool, passa dal fango dei cantieri alle vetrine illuminate dei negozi. E, soprattutto, entra nel guardaroba femminile.

A pieno diritto come strumento di contestazione.

Negli anni Settanta e Novanta la salopette diventa quasi divisa dell’autonomia femminile casual: jeans largo, tasche, niente vita strizzata, niente scollature programmate per lo sguardo maschile.
Praticità. Movimento. Spazio.
Non ti lascio guardare nulla che io non voglia tu guardi, maschio.

Un gesto politico.

Peccato che il nome racconti tutt’altra storia.

Perché “salopette” viene dal francese salope.

salope non è una parola neutra. No!

Salope è uno di quei termini con cui la cultura patriarcale ha storicamente regolato il comportamento femminile: una parola-spazzatura che serve a punire chi esce dal recinto della rispettabilità.

La traduzione italiana?

Tutti la conoscono.

Quella città in provincia di Foggia.
Quel campo di battaglia dell’Iliade.

Esatto.

Ma con quell’aggiunta detestabile del vezzeggiativo in -etta.

Indossi un capo che ha un nome preciso: troietta!

Quello che il francese toglie, in italiano ritorna.

Ed ecco il capolavoro patriarcale.

Un insulto di una oscenità violenta.
Addolcito. Miniaturizzato.
Trasformato nel nome di un capo di abbigliamento usato per contestare.

Come se la lingua dicesse:
“sì, sei quella cosa lì… ma in piccolo, dai, non prendertela”.

Eh, la grammatica del paternalismo.

E la cosa più ironica — quasi grottesca — è che nel tempo la parola si è separata completamente dalla sua origine.

Milioni di donne indossano la salopette come simbolo di libertà, comfort, indipendenza dal guardaroba costruito per lo sguardo maschile.

E sotto quel gesto di emancipazione continua a sopravvivere, fossilizzato nella parola, un insulto storico contro le donne.

Un fossile linguistico.

La moda finge di non sapere. La gente lo ignora.
I dizionari lo registrano con imbarazzante neutralità.

Eppure la storia è lì.

Ma c’è un dettaglio ulteriore, meno elegante e molto più rivelatore.
Perché salope non è rimasta confinata nei dizionari.

MaÈè una parola che circola, con insistenza quasi rituale, in una parte molto specifica dell’industria culturale contemporanea: il cinema pornografico europeo di Pierre Woodman.

Sì, chi ha incrociato — per curiosità antropologica o per caso — il nome di Pierre Woodman sa bene di cosa si parla.

Woodman è un produttore francese attivo da decenni nel settore del cinema per adulti, noto per un format di casting diventato quasi un marchio industriale: provini filmati con aspiranti e giovanissime attrici provenienti soprattutto dall’Europa orientale, un dispositivo narrativo ripetuto centinaia di volte che ha fatto scuola, nel bene e nel male, dentro quell’ambiente.
Casting per altro sempre segnalati per la loro evidente brutalità dell’agito, per la caratterizzazione esclusivamente anal delle performance e per un livello di intensità del rapporto portato in scena che a tanti ha fatto chiedere se non fossero stupri veri e propri quelli che andavano in onda.

Ed è proprio lì che la parola riappare.

Ripetuta. Scandita.
Quasi come un intercalare.

Salope!

Non come termine linguistico.
Come dispositivo di potere.

Chiunque abbia studiato seriamente quella produzione — non da spettatore ma da analista della cultura visuale — sa che la pornografia non è mai solo pornografia: è anche un laboratorio linguistico e simbolico dove il corpo femminile viene continuamente definito, etichettato, classificato.

salope è una delle etichette più persistenti.

Un insulto trasformato in appellativo.
Un marchio morale applicato al desiderio.

Ed è qui che il cerchio si chiude in modo quasi grottesco.

Da una parte hai l’insulto storico della misoginia francese.
Dall’altra hai l’industria pornografica che lo ripete come formula rituale.
Nel mezzo — nel pieno della cultura mainstream — hai la salopette, capo casual venduto nei negozi di denim come simbolo di libertà.

La stessa radice linguistica.

Tre universi culturali.
Tre narrazioni completamente diverse.
Il paradosso perfetto della cultura occidentale:

prendere una parola nata per umiliare le donne, farla risuonare nei contesti più esplicitamente sessualizzati dell’industria dell’immagine…
e poi cucirci sopra due bretelle di jeans per venderla come capo progressista.

Geniale.

Quasi poetico.

Quindi la prossima volta che qualcuno vi dirà che la lingua è neutra, che le parole sono solo parole, che l’etimologia è un passatempo da accademici…

Mostrategli una salopette.

Poi spiegategli da dove viene il nome.

E guardate la faccia che fa.

Bruciatele, le salopette!

Fine della trasmissione. 👖

Livia K. Moreau
32 anni. Scrive con uno pseudonimo femminile per scelta politica prima che letteraria. Formazione accademica all’estero: laurea all’Institute for Critical Gender Ecologies di Reykjavík, con una tesi su linguaggio popolare e disciplinamento affettivo. Attiva da anni in circuiti transfemministi, collettivi di contro-analisi culturale, spazi autogestiti e riviste indipendenti; ha collaborato con archivi femministi, festival di scrittura radicale e piattaforme di ricerca militante. Non fa divulgazione: prende posizione. Scrive solo quando c’è qualcosa da attaccare.

Lettera aperta inviata alla rivista Vogue e cestinata dalla redazione. Poi ripresa sul blog personale dell’autrice.

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14 risposte

  1. Avatar Sandro Battisti

    Sempre stato sul bip quel capo d’abbigliamento, mai usato né visto usare dalle mie prossimità

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Pure io per fortuna!

  2. Avatar valy71

    La salopette l’ho indossata qualche volta solo da piccola, non mi piaceva. Adesso non la indosserei, grazie per la spiegazione, molto interessante!

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Credo non se la meriti, una donna, una cosa che si chiama così. E non avevo dubbi non ti piacesse nemmeno prima. Mi sembri una con stile e femminilità

  3. Avatar valy71

    Ti ringrazio molto, mi piace avere cura della mia femminilità, la trovo antiestetica, con quel significato poi. Ti auguro una buona serata

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      A te dolcissima!

  4. Avatar valy71

    Grazie mio caro!

  5. Avatar gattapazza

    Già mi hai rovinato lo Spritz, a parte che io l’aperitivo lo faccio col
    prosecco, mo’ pure la salopette che d’estate indosso con i sandalacci e dajie!!!😂

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Non è colpa mia! E credo nemmeno di Versailles.

      1. Avatar gattapazza

        🙂

    2. Avatar Celia

      Per conto mio la indosserei eccome, la chiamerei con un altro nome.
      “Hai visto che mi sono comprata una tuta-da-sgobbo? Bella vero?”.
      Fine.
      Anch’io posso modellare le parole, mica solo quel Woodman. E non mi faccio togliere niente da nove lettere.

      1. Avatar Domenico Mortellaro
        Domenico Mortellaro

        E questa è una giustissima consapevolezza e un gesto più che rivoluzionario nella sua semplicità. Il problema è diffondere consapevolezza del problema. Perchè è un problema.

  6. Avatar F.L.

    Non conoscevo l’etimologia di questa parola. Grazie! Ne ho indossata una in gravidanza, a ripensarci mi disturba il ricordo. Devo averla ancora nell’armadio, roba di Prenatal. Ne farò stracci perché sono per il riuso consapevole.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Saggia scelta!

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