Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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]

o: come Rumiko Takahashi ha insegnato a intere generazioni di maschi a confondere desiderio, possesso e frustrazione

Autrice: Rumiko Takahashi
Titolo originale: うる星やつら (Urusei Yatsura)
Titolo occidentale: Lamù – la ragazza dello spazio

Diciamolo subito, senza carezze: Lamù non è mai stata innocua.
Per decenni è stata un manuale illustrato di addestramento sessista, una palestra visiva in cui milioni di maschi hanno imparato che la donna ideale è iper-visibile, rumorosa, disponibile, gelosa fino all’autodistruzione e sempre pronta a perdonare.

Lamu entra in scena vestita di animalier leopardato – che non è folklore alieno, è una dichiarazione di caccia. Il bikini non è costume: è marchio narrativo. Non serve a raccontare il personaggio, serve a tenerlo esposto, costantemente, come una vetrina illuminata notte e giorno.
Il corpo prima del carattere. Sempre.

E poi la gelosia.
Tossica. Umiliante. Coreografata come gag.
Lamu viene tradita, ridicolizzata, ignorata, usata come intermezzo comico… eppure torna sempre. Perdona sempre. Ama sempre.
Perché il messaggio è chiaro: la donna desiderabile è quella che resta, anche quando sarebbe più sano fuggire, scappare, scegliere altro.

Altro che romanticismo.
Qui siamo davanti a una pedagogia della remissione femminile.

E Ataru? Ataru è il sogno bagnato del maschio mediocre: irresponsabile, codardo, bugiardo, eppure eternamente assolto.
Lui può tutto. Lei deve essere compreso. Sempre.
Il padre di Lamu? Il solito patriarca burbero e complice, che legittima il possesso maschile e la riduzione della figlia a spettacolo, a posta in gioco, a carne narrativa.

L’unica vera minaccia all’ordine delle cose sarebbe stata una scelta saffica, un’alleanza tra donne, una fuga dal circo eterosessuale.
Ma, no!
Quella strada viene accuratamente evitata.
Eppure, sarebbe stata davvero sovversiva.

E ora parliamo di voi maschi.
Di voi che avete consumato Lamù chiusi in bagno.
Ore. Anni. Diottrie bruciate.
Avete eroticizzato un modello che vi ha insegnato a desiderare donne che non vi scelgono, ma vi tollerano. E vi siete pure convinti fosse amore.

Unica intuizione seria dell’opera?
Le scariche elettriche.

Perché se c’è una cosa che Lamù ha capito prima di tutti è questa:
per il maschio contemporaneo l’unico strumento educativo efficace è e resterà sempre il taser.

Fine della trasmissione.
Potete anche indignarvi nei commenti.
Vi leggiamo.


***

Livia K. Moreau
32 anni. Scrive con uno pseudonimo femminile per scelta politica prima che letteraria. Formazione accademica all’estero: laurea all’Institute for Critical Gender Ecologies di Reykjavík, con una tesi su linguaggio popolare e disciplinamento affettivo. Attiva da anni in circuiti transfemministi, collettivi di contro-analisi culturale, spazi autogestiti e riviste indipendenti; ha collaborato con archivi femministi, festival di scrittura radicale e piattaforme di ricerca militante. Non fa divulgazione: prende posizione. Scrive solo quando c’è qualcosa da attaccare.

Questo contributo è apparso sulla blogzine CARO EUNUCO, successivamente oscurata da uno zelante pubblico ministero di Nuoro.

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2 risposte

  1. […] però parliamo del film. E facciamolo con la voce giusta, che in questo caso è quella di una femminista militante con poca pazienza e un buon coltello […]

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