Qual è una cosa che la maggior parte delle persone non comprende?
C’è una cosa che la gente non capisce — e prima che vi parta il solito riflesso pavloviano da bestie ignoranti tipo “ma questo arrogante di merda!” oppure “ma chi si crede di essere?”, vi fermo subito con un gesto tecnico, a gamba tesa: lo sapete benissimo chi mi credo di essere. Uno che ha capito una cosa in più di voi. Non mille, non cento, una. Che però, come spesso succede con le cose semplici, pesa come un macigno. E sì, capisco che questa cosa vi irriti — l’invidia è un sentimento umano, non elegante ma umano, quindi tranquilli, non vi giudico (o meglio, vi giudico, ma con metodo).
Sintesi: “io sono chi sono io, perchè (sottolineo perchè) voi non sapete un cazzo”.
E no, non è che sto qui a pontificare da solo, come un coglione qualsiasi che si è letto due libri e adesso si sente Friedrich Nietzsche in versione discount senza suocera buttata dalle scale.
C’è un signore, italiano — e già questo dovrebbe farvi sentire più a vostro agio, visto che tendete a fidarvi solo di chi parla la vostra stessa lingua e possibilmente con accento settentrionale — che si chiama Carlo Maria Cipolla, premio Nobel per l’economia (e sì, lo so, tecnicamente non è “il suo” Nobel ma non rompetemi il cazzo con le note a piè di pagina, il punto resta), che ha scritto un libello agile, chirurgico, devastante come un cazzo a manico d’ombrello, che si chiama “Saggio breve sulla stupidità umana”.
E no, non è semiserio. Non è una boutade.
Non è una roba da leggere sorridendo con l’aria di chi ha capito il gioco. È una lama.
E sulla lama ci torniamo.
Non qui, non subito. Magari in un’altra sede, quando avrò voglia di spiegarvi cose che vi salverebbero la vita e contemporaneamente mi faranno guadagnare qualcosa — perché sì, intrattenervi gratis ha un limite, non sono la Caritas del pensiero.
Per ora basta la prima legge, che dovreste tatuarvi in fronte a specchio così ogni mattina, sempre che riusciate a intercettare un rubinetto funzionante e non vi limitiate a passare una salvietta umida sulla faccia, ve la ricordate: sottovalutiamo sempre il numero di individui stupidi in circolazione.
Sempre.
Tatuatevela se vi difetta la memoria. Punto 14 Times New Roman per evitare l’effetto da “clausola vessatoria contrattuale”. Manco sapete cosa sono? Ecco che vi inculano male e voi gridate alla truffa intasando gli studi degli avvocati da due soldi che vi dicono “Vinciamo” e poi “L?hai presa al culo” perchè quando si tratta di mettere lo si fa in due, a prendere resti sempre solo.
E se partiamo da qui — e dovremmo, se non altro per onestà intellettuale, che è quella cosa che dite di avere ma poi dimenticate appena vi conviene — allora il resto viene quasi da sé.
Perché se una quantità significativa di persone non capisce, non coglie, non elabora (e non è una colpa morale, è proprio un limite operativo, come avere tre dita invece di cinque e pretendere di causare squirting o usare le ragnatele di Spiderman), allora è abbastanza ovvio che ci siano interi pezzi di realtà che vengono gestiti male.
E uno di questi — forse il più grottesco, il più diffuso, il più subdolamente accettato — è questo bisogno patologico di trasformare la vita in qualcosa da raccontare.
C’è stato un periodo — e qui entra la mia parte preferita, quella in cui mi autocelebro mentre mi do del coglione, che è l’unico modo onesto di raccontarsi — in cui anch’io vivevo così.
Una specie di laboratorio narrativo permanente. Facevo cose, certo, ma contemporaneamente le commentavo, le montavo, le rendevo presentabili.
Una doppia traccia: esperienza e voice-over.
Io che vivevo e io che decidevo come quella vita sarebbe stata raccontata, possibilmente meglio, possibilmente con più ritmo, possibilmente con una battuta in più.
Una merda.
Elegante, strutturata, anche brillante a tratti, ma sempre una merda.
Perché nel frattempo — e questa è la parte che vi sfugge, o che fate finta di non vedere perché vi conviene e tranquilli succedeva pure a me — non c’ero. O meglio: c’ero a metà. Con un piede dentro e uno fuori, come quei coglioni che ballano senza mai lasciarsi andare perché devono controllare se qualcuno li guarda.
E la cosa incredibile è che non c’era nemmeno nessuno.
O meglio, c’era, ma nella mia testa.
Regia, fotografia, montaggio, dialoghisti. Un piccolo studio di produzione interno che lavorava h24 senza che nessuno gli avesse mai dato un incarico formale.
E qui parte il gioco sporco, quello vero.
Vai a cena e non stai mangiando, stai già costruendo il ricordo del mangiare. Ti succede qualcosa e non lo attraversi, lo impacchetti. Gli dai un tono, un titolo, una possibile restituzione. Anche le cose più intime — sì, anche quelle, non fate i pudichi adesso che tanto lo so benissimo dove andate a parare — diventano materiale narrativo.
Roba da raccontare, da condividere, da usare.
E mentre fate questo, il presente se ne va.
Non con un’esplosione, non con un dramma degno di Twin Peaks, ma con una discrezione quasi offensiva. Tipo dialogo in uscita dal casino di puttana: nemmeno sai perchè stai parlando del tempo che fa fuori o di cosa hai mangiato a pranzo, che tecnicamente, a te e a lei frega un cazzo.
Sparisce mentre siete occupati a decidere come raccontarlo.
E voi nemmeno ve ne accorgete, perché siete troppo impegnati a fare gli autori della vostra stessa vita, come se qualcuno vi avesse mai chiesto un soggetto.
E qui apro una parentesi che sembra scollegata ma non lo è — e se non capite perché, tornate sopra e rileggete, magari più piano.
Chiedetelo agli attori porno.
Sì, avete capito bene, agli attori porno — che già il fatto che vi faccia questo esempio vi mette a disagio è un segnale interessante, ma lasciamo stare, ci torniamo un’altra volta magari con più cattiveria.
Non è vero che pensano alle nonne morte per durare di più. È una cazzata colossale. Ci ho provato — per scienza, ovviamente — e il risultato è che non solo non duri di più, ma ti si spegne proprio tutto il sistema operativo. Fine. Schermo nero. Niente applausi perchè non hai spruzzato e quindi non c’è stato atto e quindi non è porno ma perdita entropica di energia, fluidi, dialoghi.
Loro fanno un’altra cosa.
Respirano.
Respirano e stanno lì. Dentro. E fuori. E dentro e fuori.
Non stanno raccontando, non stanno montando, non stanno pensando a come quella scena verrà percepita da chi la guarderà su un sito di dubbio gusto alle tre del mattino. Fanno il loro lavoro stando nel momento — che è paradossale, se ci pensi: gente che scopa per lavoro è più presente di voi che scopate per piacere.
E questo dovrebbe dirvi qualcosa.
Ma non ve lo dice, perché siete troppo occupati a decidere se quella scopata sarà raccontabile, condivisibile, memorabile. Se avrà una forma. Se potrà diventare qualcosa da dire dopo.
E quindi, di nuovo, non la vivete.
La preparate.
Spoiler opportuno: meglio non condividere niente di quella roba, nemmeno se siete venuti veramente bene. Io sul gruppo dei trucidi, quando si era presa questa brutta piega di ricondividere robaccia zozza che arrivava da altri amici che l’avevano ricevuta da altri amici ma era credibile, genuina, non monetizzata precedentemente – cioè le zozzerie che altri facevano con altre riprendendosi senza chiedere all’altra “ne facciamo materiale condivisibile” ho imposto il divieto. Perchè è da infami. E perchè configura per tutti il reato di concorso in revenge porn.
E a questo punto dovrebbe essere chiaro — ma non lo è, e torniamo sempre lì, Cipolla, la statistica, la distribuzione dell’intelligenza come tragedia greca — che il problema non è la perdita di lucidità, non è la mancanza di gratitudine, non è nemmeno questa parola inflazionata e ormai inutile che è “presenza”.
Il problema è che state delegando la vostra esistenza a una narrazione.
Siete quello che raccontate, non quello che fate.
E vivete le vite degli altri attraverso i loro racconti, non attraverso l’esperienza.
Una specie di documentario continuo su voi stessi, dove siete contemporaneamente soggetto, autore e spettatore — e la cosa più comica è che spesso fa pure schifo.
E quindi sì, poi arrivate a dire “non mi sento”, “non provo”, “non sono connesso”.
Grazie al cazzo.
Se mentre vivi stai già pensando a come raccontarlo, hai già acceso quella parte lì — quella random, quella che rimescola, che costruisce, che ottimizza — e il presente è andato. E già noi occidentali, di per nostro, siamo educati dalla religione e dall’etica religiosa ad attivare la parte random del pensiero ogni 3×2 ossia una volta in più del necessario in ogni momento (ed è questa la ragione per cui chiunque a queste longitudini dica che si impara facile la mindfulness è passibile di circonvenzione di incapace). Voi pretendete di mettercela di per vostro trasformando l’attivazione in un 4×2 che nemmeno ad un asta fallimentare nessuno proporrebbe mai come offerta.
Finito.
Salutato senza nemmeno un cenno, il tuo presente.
E assieme la gratitudine, e assieme il piacere delle piccole cose, e assieme la tua Umanità.
Che è la capacità di sentire la vita, propria e altrui, non interpretarla da un racconto.
Ecco perchè i negri muoiono in mare a camionate, in tenera età, da donna e con le pance piene di altre vite, e tu non te ne freghi una sega. Non ti si è spento il cuore. Hai semplicemente smesso di sentire quel cuore che batte. E quel cuore che si spegne è il negro in meno che ti violenta la moglie del racconto di qualcun altro.
Punto.
(cfr. bambini gazawi che sono terroristi kamikaze eliminati prima del corso)
E il tuo io umano non c’è semplicemente più.
Entri in scena come personaggio.
Coerente, spiegabile, narrabile.
Che è la cosa più triste che possiamo diventare.
E quindi la domanda resta lì, sporca, un po’ volgare, sicuramente scomoda, e non ve la risolvo — non oggi, non gratis almeno:
ma voi, esattamente, quando cazzo vivete?
