Quante volte dici “no” a cose che potrebbero interferire con i tuoi obiettivi?
Io quando penso ai no penso che non li dicevo mai. Non li dicevo proprio. Dicevo sì. Dicevo sempre sì. E questa cosa mi viene da quando ero bambino, che mi sentivo un poco solo, stavo nelle stanze di casa, tra il tavolo, le sedie, i piatti, e avevo queste malinconie piccole che però stavano lì e non andavano via.
E allora mi ero inventato questo metodo. Mi sembrava un metodo buono. Mi sembrava pure un superpotere di quelli fighi. Bastava dire sempre sì alle proposte degli altri. Sempre sì, senza fare storie. Io lo facevo e vedevo che funzionava. Non rompevo il cazzo. Non mi mettevo di traverso. Non dicevo no o lo dicevo rarissimo. E allora diventavo il bambino bravobravissimo. Proprio così, bravobravissimo.
E quando sei bravobravissimo le cose arrivano. Arrivano i permessi, arrivano i regali, arrivano le concessioni. Perché uno pensa: questo non rompe il cazzo, ti segue, viene, ti fa fare quello che vuoi, qualche cosa se la meriterà. E io lì infilavo le mie richieste, piccole, banali, e funzionava davvero. E questa cosa, detta così, si chiama pure in un modo che ho imparato dopo: rinforzo positivo. Entra così, semplice. Tu fai sì, il mondo ti premia. E allora continui.
E continuavo. Sempre sì. Sempre sì. E questa cosa, uscita dall’altra parte, diventa un’altra cosa ancora, che ho capito dopo: principio manipolatorio infantile. Una roba che se non la sistemi da grande diventi uno stronzo vero, un manipolatore narcisista tossico, bieco e merdoso. Io lo vedevo arrivare. Io ci stavo andando. Solo che pensavo fosse un superpotere.
E questa cosa cresce spesso dentro una cosa che dopo ho sentito chiamare famiglia disfunzionale. Io da bambino non lo chiamavo così. Io vedevo solo la casa, la cucina, le parole, le persone. Però dopo capisci che è quello. E questa cosa, per come l’ho vista io, capita spesso nelle famiglie colte. Anzi, soprattutto lì. E spesso anche nelle famiglie molto di sinistra, dove si parla tanto, si spiega tanto, si lascia spazio. Mentre in famiglie più rigide, anche di destra o di delinquenti, magari i valori sono pure peggiori o discutibili, ma sono chiari, sono dritti, hanno limiti netti. Non ti lasciano quegli spazi vuoti dove tu bambino ti infili e costruisci strategie pensando che siano superpoteri mentre invece stai già piegando tutto.
E questa cosa diventava una specie di giro. Una cosa che si chiudeva su se stessa. Dopo ho imparato quella parola, ouroboros, il serpente che si morde la coda. Ma da bambino non la sapevo. Però la facevo lo stesso. Era proprio così. Una cosa che gira e non finisce.
E io poi molto dopo ho capito che non era un superpotere. Era un cazzinculogravissimo. Proprio così. Cazzinculogravissimo. Perché un serpente che si morde la coda è come una cosa che si piega e non torna più dritta. E io me la immagino anche proprio fisica. Come un maschio che si modella l’uccello a manico d’ombrello. Proprio così, a manico d’ombrello, che si incurva e si richiude.
E uno quella forma la capisce dove va a finire. Non è che ci voglia molto. È una forma che si chiude, che si incastra, che torna indietro. E io questa cosa la dico così, sporca, ma non è pornografia. No. È proprio per capire. È una immagine concreta. E qui io mi fermo un attimo e penso che per le donne non so come funziona. Non lo so proprio. Io questa esperienza sul corpo mio non ce l’ho. Quindi chiedo aiuto. Chiedo aiuto da casa, casa vostra, per capire che forma prende questa cosa lì.
Io da bambino tutto questo non lo vedevo. Non vedevo il cazzinculogravissimo. Non capivo. C’erano degli episodi, sì. Il maglione che mi facevano mettere e che diventava bullismo da maglione da mongoloide, detto così come lo dicevano allora senza pensarci. E la bicicletta buttata giù dagli scogli, una roba da politeama da cadute per bici non usata correttamente su scogli, con lo zio adulto di riferimento mandato a fare in culo ma intanto io che cadevo. Però anche lì il no lo usavo solo come salvavita. Solo quando c’era il pericolo grosso. Il resto sì. Il no era una cosa estrema. Tutto il resto sì.
E io continuavo così. Senza capire.
Poi ho cominciato a capirlo tardi. Tardi davvero. Dopo la maturità. Io avevo delle idee. Storia in Toscana. Sociologia a Trento. Psicologia a Trento. Le vedevo come cose vere, con le aule, le persone. Però c’era lei. E lei non diceva “ci perdiamo” o “finisce”. No. Diceva proprio: “se te ne vai mi lasci di sicuro”. Così. Senza che io avessi detto niente del genere.
E quella frase mi restava in testa. Girava. E allora ho detto sì. Sono rimasto. Sono finito a Bari. A fare giurisprudenza. Una laurea del cazzo che non volevo mica fare. Io stavo lì. Seguivo. Alcune cose mi interessavano, poche, ma il resto no. E intanto stavamo insieme. Cinque anni. Cinque anni e lei ancora non si fidava. Questa cosa la ricordo precisa. Perché non si arrivava nemmeno a fare sesso. Io stavo lì, facevo tutto, sempre sì, sempre presente. E niente. Nemmeno vedere come eravamo fatti sotto il costume. Nemmeno quello. E questa cosa si accumulava. Si accumulava piano.
Poi è finita lo stesso. Dopo cinque anni. E io ero lì. A Bari. In una facoltà che non volevo.
E lì è successo qualcosa. Ho cominciato una terapia. Ho cominciato a farmi spiegare come si faceva a dire no e perché succedeva che non lo dicevo. Me lo facevo spiegare piano, come un bambino. Intanto ho parlato con i miei, ho detto che volevo cambiare facoltà. E loro non hanno detto no. Questo è importante. Non hanno detto no. Hanno parlato di fallimento, ma non per dire che era un fallimento. Per chiedermi se ero sicuro che poi non lo avrei vissuto io come un fallimento. Hanno parlato del fatto che dovevo essere sicuro, che cambiare si può ma deve avere un senso.
Parole. Tante parole.
E io dentro avevo un senso. Ce l’avevo. Ma non riuscivo a dirlo bene. E soprattutto non riuscivo a dire no. Non è che loro mi impedivano. Era una cosa mia. Una paranoia mia. Quella cosa che dire no rompe tutto, delude, ti toglie da mezzo.
E quindi ancora sì. Ancora restare.
Però intanto con la terapia qualcosa si muoveva. Piano. Ho cominciato a capire. Ho cominciato a fare cose diverse. A costruire la mia vita un poco lontano da quella roba che si era incastrata. E quando cominci a fare cose che funzionano succede una cosa semplice: funzionano. E quando non funzionano del tutto, le persone restano lo stesso. Non spariscono.
E allora capisci che i no ci possono stare. Che nella vita ci sono alti e bassi, ma che spesso i bassi arrivano proprio dai no che non dici. Da quelli che tieni dentro.
E allora ti eserciti. Dici no. Poi un altro no. Poi un altro. Diventa più facile. Ma non è mai naturale. È sempre un poco meccanico.
Perché dentro succede sempre quella cosa. Sempre. Io la vedo come una scena grossa, apocalittica e anche ridicola. Una roba sadomaso detta così, per capirci. C’è uno dentro che ride mentre ti leva il cazzinculogravissimo. Te lo toglie, sì, ma intanto ti fa male. E tu sei lì in mezzo. Me myself and I. Es, io, superio. Tutti insieme.
E tu dici no. Una parola piccola. Ma sembra enorme.
Adesso i no li dico. Li dico più spesso. Però sento che è una cosa costruita. Una tecnica. E quel cazzinculogravissimo un poco lo togli, lo sciogli, ma mentre lo togli qualcuno dentro continua a farti male. E quella cosa resta.
E allora io questa cosa la guardo e penso a mio figlio. Io provo a farli dire a lui i no. Glielo dico proprio. Puoi dire no. Glielo ripeto.
Perché io questa cosa l’ho capita tardi. E io sono un poco rovinato, anche a 46 anni lo sento.
Però a qualcosa posso servire. Posso non creare i presupposti. Posso evitare che quella roba lì, quella roba disfunzionale che nasce in assoluta buona fede, si formi uguale.
Perché i no li dico, sì. Sono belli. Servono. Ma dietro ci stanno strategie, tecniche, esercizi. E questo vuol dire che il problema sta dentro. È rimasto dentro.
E se sta dentro così, io penso che è cronico.
Rimane. Rimane e gira.
Sempre uguale. Sempre uguale. Sempre uguale.
