Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Quante volte dici “no” a cose che potrebbero interferire con i tuoi obiettivi?

Io quando penso ai no penso che non li dicevo mai. Non li dicevo proprio. Dicevo sì. Dicevo sempre sì. E questa cosa mi viene da quando ero bambino, che mi sentivo un poco solo, stavo nelle stanze di casa, tra il tavolo, le sedie, i piatti, e avevo queste malinconie piccole che però stavano lì e non andavano via.

E allora mi ero inventato questo metodo. Mi sembrava un metodo buono. Mi sembrava pure un superpotere di quelli fighi. Bastava dire sempre sì alle proposte degli altri. Sempre sì, senza fare storie. Io lo facevo e vedevo che funzionava. Non rompevo il cazzo. Non mi mettevo di traverso. Non dicevo no o lo dicevo rarissimo. E allora diventavo il bambino bravobravissimo. Proprio così, bravobravissimo.

E quando sei bravobravissimo le cose arrivano. Arrivano i permessi, arrivano i regali, arrivano le concessioni. Perché uno pensa: questo non rompe il cazzo, ti segue, viene, ti fa fare quello che vuoi, qualche cosa se la meriterà. E io lì infilavo le mie richieste, piccole, banali, e funzionava davvero. E questa cosa, detta così, si chiama pure in un modo che ho imparato dopo: rinforzo positivo. Entra così, semplice. Tu fai sì, il mondo ti premia. E allora continui.

E continuavo. Sempre sì. Sempre sì. E questa cosa, uscita dall’altra parte, diventa un’altra cosa ancora, che ho capito dopo: principio manipolatorio infantile. Una roba che se non la sistemi da grande diventi uno stronzo vero, un manipolatore narcisista tossico, bieco e merdoso. Io lo vedevo arrivare. Io ci stavo andando. Solo che pensavo fosse un superpotere.

E questa cosa cresce spesso dentro una cosa che dopo ho sentito chiamare famiglia disfunzionale. Io da bambino non lo chiamavo così. Io vedevo solo la casa, la cucina, le parole, le persone. Però dopo capisci che è quello. E questa cosa, per come l’ho vista io, capita spesso nelle famiglie colte. Anzi, soprattutto lì. E spesso anche nelle famiglie molto di sinistra, dove si parla tanto, si spiega tanto, si lascia spazio. Mentre in famiglie più rigide, anche di destra o di delinquenti, magari i valori sono pure peggiori o discutibili, ma sono chiari, sono dritti, hanno limiti netti. Non ti lasciano quegli spazi vuoti dove tu bambino ti infili e costruisci strategie pensando che siano superpoteri mentre invece stai già piegando tutto.

E questa cosa diventava una specie di giro. Una cosa che si chiudeva su se stessa. Dopo ho imparato quella parola, ouroboros, il serpente che si morde la coda. Ma da bambino non la sapevo. Però la facevo lo stesso. Era proprio così. Una cosa che gira e non finisce.

E io poi molto dopo ho capito che non era un superpotere. Era un cazzinculogravissimo. Proprio così. Cazzinculogravissimo. Perché un serpente che si morde la coda è come una cosa che si piega e non torna più dritta. E io me la immagino anche proprio fisica. Come un maschio che si modella l’uccello a manico d’ombrello. Proprio così, a manico d’ombrello, che si incurva e si richiude.

E uno quella forma la capisce dove va a finire. Non è che ci voglia molto. È una forma che si chiude, che si incastra, che torna indietro. E io questa cosa la dico così, sporca, ma non è pornografia. No. È proprio per capire. È una immagine concreta. E qui io mi fermo un attimo e penso che per le donne non so come funziona. Non lo so proprio. Io questa esperienza sul corpo mio non ce l’ho. Quindi chiedo aiuto. Chiedo aiuto da casa, casa vostra, per capire che forma prende questa cosa lì.

Io da bambino tutto questo non lo vedevo. Non vedevo il cazzinculogravissimo. Non capivo. C’erano degli episodi, sì. Il maglione che mi facevano mettere e che diventava bullismo da maglione da mongoloide, detto così come lo dicevano allora senza pensarci. E la bicicletta buttata giù dagli scogli, una roba da politeama da cadute per bici non usata correttamente su scogli, con lo zio adulto di riferimento mandato a fare in culo ma intanto io che cadevo. Però anche lì il no lo usavo solo come salvavita. Solo quando c’era il pericolo grosso. Il resto sì. Il no era una cosa estrema. Tutto il resto sì.

E io continuavo così. Senza capire.

Poi ho cominciato a capirlo tardi. Tardi davvero. Dopo la maturità. Io avevo delle idee. Storia in Toscana. Sociologia a Trento. Psicologia a Trento. Le vedevo come cose vere, con le aule, le persone. Però c’era lei. E lei non diceva “ci perdiamo” o “finisce”. No. Diceva proprio: “se te ne vai mi lasci di sicuro”. Così. Senza che io avessi detto niente del genere.

E quella frase mi restava in testa. Girava. E allora ho detto sì. Sono rimasto. Sono finito a Bari. A fare giurisprudenza. Una laurea del cazzo che non volevo mica fare. Io stavo lì. Seguivo. Alcune cose mi interessavano, poche, ma il resto no. E intanto stavamo insieme. Cinque anni. Cinque anni e lei ancora non si fidava. Questa cosa la ricordo precisa. Perché non si arrivava nemmeno a fare sesso. Io stavo lì, facevo tutto, sempre sì, sempre presente. E niente. Nemmeno vedere come eravamo fatti sotto il costume. Nemmeno quello. E questa cosa si accumulava. Si accumulava piano.

Poi è finita lo stesso. Dopo cinque anni. E io ero lì. A Bari. In una facoltà che non volevo.

E lì è successo qualcosa. Ho cominciato una terapia. Ho cominciato a farmi spiegare come si faceva a dire no e perché succedeva che non lo dicevo. Me lo facevo spiegare piano, come un bambino. Intanto ho parlato con i miei, ho detto che volevo cambiare facoltà. E loro non hanno detto no. Questo è importante. Non hanno detto no. Hanno parlato di fallimento, ma non per dire che era un fallimento. Per chiedermi se ero sicuro che poi non lo avrei vissuto io come un fallimento. Hanno parlato del fatto che dovevo essere sicuro, che cambiare si può ma deve avere un senso.

Parole. Tante parole.

E io dentro avevo un senso. Ce l’avevo. Ma non riuscivo a dirlo bene. E soprattutto non riuscivo a dire no. Non è che loro mi impedivano. Era una cosa mia. Una paranoia mia. Quella cosa che dire no rompe tutto, delude, ti toglie da mezzo.

E quindi ancora sì. Ancora restare.

Però intanto con la terapia qualcosa si muoveva. Piano. Ho cominciato a capire. Ho cominciato a fare cose diverse. A costruire la mia vita un poco lontano da quella roba che si era incastrata. E quando cominci a fare cose che funzionano succede una cosa semplice: funzionano. E quando non funzionano del tutto, le persone restano lo stesso. Non spariscono.

E allora capisci che i no ci possono stare. Che nella vita ci sono alti e bassi, ma che spesso i bassi arrivano proprio dai no che non dici. Da quelli che tieni dentro.

E allora ti eserciti. Dici no. Poi un altro no. Poi un altro. Diventa più facile. Ma non è mai naturale. È sempre un poco meccanico.

Perché dentro succede sempre quella cosa. Sempre. Io la vedo come una scena grossa, apocalittica e anche ridicola. Una roba sadomaso detta così, per capirci. C’è uno dentro che ride mentre ti leva il cazzinculogravissimo. Te lo toglie, sì, ma intanto ti fa male. E tu sei lì in mezzo. Me myself and I. Es, io, superio. Tutti insieme.

E tu dici no. Una parola piccola. Ma sembra enorme.

Adesso i no li dico. Li dico più spesso. Però sento che è una cosa costruita. Una tecnica. E quel cazzinculogravissimo un poco lo togli, lo sciogli, ma mentre lo togli qualcuno dentro continua a farti male. E quella cosa resta.

E allora io questa cosa la guardo e penso a mio figlio. Io provo a farli dire a lui i no. Glielo dico proprio. Puoi dire no. Glielo ripeto.

Perché io questa cosa l’ho capita tardi. E io sono un poco rovinato, anche a 46 anni lo sento.

Però a qualcosa posso servire. Posso non creare i presupposti. Posso evitare che quella roba lì, quella roba disfunzionale che nasce in assoluta buona fede, si formi uguale.

Perché i no li dico, sì. Sono belli. Servono. Ma dietro ci stanno strategie, tecniche, esercizi. E questo vuol dire che il problema sta dentro. È rimasto dentro.

E se sta dentro così, io penso che è cronico.

Rimane. Rimane e gira.

Sempre uguale. Sempre uguale. Sempre uguale.

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15 risposte

  1. Avatar crossingways

    Io ho detto no ai generatori automatici di prompt…

    Al netto di questo bellissimo post. 👏

    ☮️🙏

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Grazie di cuore.

      1. Avatar crossingways

        Un piacere ☮️🙏

  2. Avatar Walter

    Cazzarola. Un post del genere ispirato da un semplice prompt di WordPress…

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Spesso e bene raro avviene

  3. Avatar baron litron
    baron litron

    io vedo tutte quante le mie amiche
    son tranquille più di meeee
    (…)
    ricevono regali e rose rosse
    per il loro compleaanno
    dicon seempre di sìììì
    non hanno mai problemi
    e son convinte che la vita è tutta lì

    io come quarto di sei ho dovuto imparare abbastanza presto a dire no, insieme a svariate altre tecniche di sopravvivenza infantile. c’è da dire che i miei preferivano l’obbedienza ma ascoltavano e a volte concedevano il dissenso, purché ragionevolmente motivato, e li ringrazio ancora adesso per questo.

    quanto ai treni persi, credo che ciascuno di noi sia pieno di biglietti scaduti, spesso quello che non fai ti condiziona di più di quello che hai fatto, in entrambe le direzioni. l’importante è dar loro il giusto peso, e fantasticare sulle alternative unicamente come gioco della mente quando si sta aspettando il tranvai per esempio, ma non va bene come politica dell’esistenza perché è cosa che fa male insisterci

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Non ci insisto. Semplicemente mi faccio la mappa mentale per non tornarci.

      1. Avatar baron litron
        baron litron

        no, ma mica insinuavo tue insistenze…..era solo un consiglio generico e non richiesto, pura e semplice tutela della preziosissima anima di chiunque

  4. Avatar La Manu

    Che adesso sto pensando all equivalente femminino del serpente che si morde coda e tutto il resto, che per conformazione anatomica ed emotiva che veniamo da Venere, siamo già uns circonferenza di buco che dal tunnel nn ne esci perché tutto è quel tunnel… Ma confido in un ispirazione (e magari espirazione)… Però quella roba lì di doversi sforzare, che sento tutta anch io, la vedo come una grossa operazione di scrub da eseguire su pelle e ossa, finché diventera che io sono tipo il cesso da disincrostare ( madonna che brutte similitudini)

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Umane troppo umane

      1. Avatar La Manu

        Allora mi tocca scrivere manu troppa manu così mi firmo e tu non vai in acido 😉

      2. Avatar Domenico Mortellaro
        Domenico Mortellaro

        No perché in acido?!

      3. Avatar La Manu

        Che son più citazionista di fabio volo;)

  5. Avatar La Manu

    Che premo invio pure a caso .. insomma automatismi da scardinare…nn so se mi son capita

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Ti ho capita ma sta da capire se ti sei spiegata a te stessa. Ma penso di sì con lo scrub non si sbaglia. Gratta, quello.

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