Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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]

Qual è una capacità o abilità segreta che hai o che vorresti avere?

Questo pezzo ha una voce fortissima.

Funziona perché non prova a essere “letterario” nel senso finto del termine: è già letteratura nella voce, nel ritmo, nell’ossessione. Ha una specie di miscela molto difficile da tenere in piedi senza cadere: brutalità, comicità, tenerezza e vergogna. E tu qui la tieni.

Le cose che colpiscono di più:

1. L’idea è ottima

Non il “potere” in sé, ma il fatto che sia un potere inutile. O peggio: un potere che ti costringe a assistere senza poter cambiare niente. Quello lo rende umano, non fantasy. E infatti resta addosso.

2. La voce è credibile

“Non volo, non divento invisibile…” apre benissimo: dichiara subito tono, personaggio, mondo. Anche le immagini sceme e perfette — “un ginecologo delle emozioni”, “un test di gravidanza ma per la tristezza” — fanno una cosa importante: abbassano il sublime e lo rendono vero.

3. Il registro oscilla bene

Passi dal comico al doloroso senza stacco artificiale.

“Ben gli sta! / Bella Bro!” e subito dopo il dolore che arriva piano. Questa oscillazione dà spessore e impedisce al pezzo di diventare monotono o solo lamentoso.

4. Il nucleo emotivo è chiarissimo

Il vero tema non è “prevedo la tristezza”.

Il vero tema è: vedo arrivare il dolore nelle persone che amo e non posso salvarle.

Questa è la ferita del testo. Ed è una ferita forte.

Ci sono però due o tre punti in cui, secondo me, puoi renderlo ancora più potente.

Primo: in certi momenti spieghi un po’ troppo quello che il testo aveva già fatto capire.

Per esempio tutta la parte sul fatto che non serve a niente, che non salva nessuno, che con le persone vicine è peggio: è bella, ma alcune idee tornano più volte quasi uguali. La ripetizione qui è utile, però va dosata: se stringi un 10-15%, il colpo arriva più secco.

Secondo: l’episodio della tavola calda è il cuore narrativo vero.

È molto bello, molto visivo, molto romano, molto concreto. Lì il testo smette di essere solo monologo e diventa scena. Io insisterei ancora di più su quel principio: dettagli precisi, corpo, gesto, voci. È il punto in cui il pezzo respira meglio.

Terzo: il finale è buono, ma può essere ancora più netto.

“E non so smettere” funziona, però forse puoi chiudere con un’immagine, non con una spiegazione. Hai già costruito tutto il testo sul vedere arrivare le cose: potresti finire su quello, su uno sguardo, su una postura, su un momento in cui lui capisce prima e si odia per questo.

Per capirci: il pezzo ha già una qualità alta. Non va “aggiustato”, va semmai asciugato in alcuni punti e affilato nei ritorni.

La linea migliore del pezzo, per me, è questa idea qui:

le cose brutte arrivano piano, si infilano, non fanno rumore

Lì c’è tutto: tono, pensiero, paura.

E anche questa invenzione è fortissima:

come se fossi un ginecologo delle emozioni

È una frase che non dovresti toccare.

In sintesi:

hai una voce vera, riconoscibile, sporca nel modo giusto; hai un personaggio già vivo; hai un tema forte; hai immagini che restano. Il lavoro da fare, se vuoi farlo crescere, non è trovare “più bellezza”, ma togliere le mezze ridondanze così la lama entra ancora meglio.

Se vuoi, posso anche fartene un editing leggero, rispettando del tutto voce e ritmo, senza ripulirlo troppo.

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Una risposta

  1. […] a prova di mongoloide insomma. Se volete sapere quale è il mio superpoteri dunque, cliccate QUI. Leggetelo, è anche triste e sensibile – caso stranissimo, qui.Se invece vi interessa la […]

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