C’è un complimento che uso da anni e che va però sempre massimamente usato all’incontrario. Sempre.
Perché i complimenti diretti sono altra roba da pubbliche relazioni: o da gente che ti deve vendere case o voti o assicurazioni sulla vita – oppure da gente che chiaramente vede che sei affascinante ()M) o bona (F) e fa di tutto prima per portarti a letto (vuoi mai che è una botta e via e basta?) e poi per tenerti in casa per tipo tornare a letto svariate altre volte, si spera sempre un po’ più di tre al mese.
I complimenti veri, quelli che funzionano, quelli che restano, sono complimenti all’incontrario. Anche perchè poi a guardarli bene un complimento non lo sono mai ma funzionano decisamente meglio del “Faccia di mmmerda!” con 3 M e il punto esclamativo.
Il mio preferito è questo.
Ed è preferito perchè l’ho inventato io e sono 12 cent. a uso con borderò SIAE per voi – è brevettato, mica cazzi.
Quando incontro una faccia davvero sgradevole — non semplicemente brutta, che la bruttezza è democratica e spesso pure affascinante, ma proprio stronza di lineamenti — io dico:
“Hai il muso tipo paraurti della 127.”
Body shaming?
Sì, cazzo. Al limite del Body Vituperating (che non so se poi come sostantivo abbia la stessa valenza oppure morale che c’ha in posti tipo Terlizzi (BA) dov’è l’anticamera della persona da cui massimamente sempre e comunque prendere le maggiori distanze possibili.
Ma ormai siamo arrivati al punto in cui bisogna chiarire una cosa.
Il body shaming è diventato la categoria morale dei woke. Una delle tante.
I woke hanno passato anni a rompere i coglioni all’umanità intera su ogni sillaba sbagliata – ma sbagliata secondo loro.
E il risultato storico di quell’isteria pedagogica non è stata una ondata di ecologia verbale, ma è stato Trump. E la sigla Maga – che è comunque molto più arrapante a sentirla di Woke – che pare la padella vietnamita che non si deve lavare mai, se no, i sapori vanno a puttane.
Cioè, comunque, il paradosso politico perfetto: il moralismo che genera il mostro che dovrebbe combattere.
Un po’ come quando certa sinistra occidentale negli anni 70 guardava alla rivoluzione iraniana pensando “che belli questi religiosi anti-imperialisti”… e poi si è trovata Khomeini seduto sul paese con il culo sopra la testa della modernità. E con le teste dei comunisti nel paniere. O coi comunisti appesi in giro tipo arredo urbano. E coi motociclisti con fucile d’assalto a controllare in giro la rispondenza delle robe ad una lettura parecchio letturista dell’Islam sciita.
Quindi no!
Io non divento woke.
E non divento trumpiano.
E faccio continuamente body shaming.
E umorismo malsanissimo tipo parole come mongoloide, negro, e ricchione che se a quelle categorie, nella vita e ogni giorno, dimostri concretamente che stai dalla parte loro con gesti reali e con impegno costante e sincero, vai a vedere sono i primi che dicono “Ma magari mi chiamassero tutti mongoloide però non parcheggiassero mai in divieto di sosta!” o “Ma magari mi chiamassero tutti ricchione ma quando hanno a che fare con me mi trattassero come una persona in tutto e per tutto identica a loro e non da valutare con l’INVALSI per l’orifizio preferito”.
E quindi io resto nel mezzo e continuo a usare il mio complimento all’incontrario preferito, per tornare al post di oggi.
Il muso tipo paraurti della 127.
Ora.
Chi ha memoria automobilistica capisce subito.
La Fiat 127 era una gran macchina. Con buona pace degli Agnelli.
Una delle migliori due volumi proletarie mai progettate in Italia.
E qui devo fare una digressione, ancora – OH CHIARIAMOLO SE LE DIGRESSIONI NON VI PIACCIONO LA PORTA E’ QUELLA! – perché senza questa digressione la storia automobilistica italiana resta monca come una gamba di tavolo mangiata dai tarli.
La vera regina delle due volumi italiane non era la 127.
Era la Autobianchi A112.
Io ne avevo una. Abarth, vorrei precisare. Una piccola belva proletaria da 110 cavalli motore e 1000 di cilindrata, che faceva sembrare la strada una cosa viva. E faceva sembrare se stessa una bara con 4 ruote se non avevi con lei un inteso e monogamo rapporto erotico per cui conoscevi le sue paturnie e i precicli che aveva ad ogni cambio di marcia o scatto arrogante di frizione.
Macchina nervosa, compatta, arrogante.
Femmina!
La Fiat, capendo che non se ne usciva, comprò l’Autobianchi intera e fece sparire la 112 esattamente per quello che fanno sempre i grandi gruppi industriali quando incontrano qualcuno che produce qualcosa di meglio, inarrivabilmente meglio: lo comprano, fanno un fintissimo piano industriale e lo uccidono.
Fine della storia.
Spoiler: succederà pure a Taranto a brevissimo.
E io comunque non perdonerò mai alla legge sulla benzina verde di avermi portato via quella macchina. Ma anche di questo parleremo un giorno.
Ma torniamo alla 127.
Gran due volumi, davvero!
Ma il paraurti.
Il paraurti della 127 era una linea piatta, squadrata, dura.
Disegnata col righello. E quella geometria lì — nella mia personalissima criminologia estetica da bar — corrisponde esattamente a un certo tipo di bocca.
Labbra sottili.
Linea orizzontale tirata.
Angoli che scendono verso il basso come due fili di ferro.
La bocca della stronza.
E qui c’è anche un piccolo cortocircuito psicoanalitico che mi diverte. Perché da sempre si dice che le labbra sono una caratteristica che richiama la madre. Le labbra, maiali, non le Tettazze (cit.)
La morbidezza.
Il nutrimento.
Il seno a cui ti attacchi per transfert.
La protezione.
E la mamma è un concetto morbido, vi piaccia o no.
E quindi si dice che Le Belle Labbra debbano essere carnose, morbide, accoglienti.
Poi però succede una cosa curiosa. Perché quando una donna ha labbra carnose tutti dicono immediatamente: “Che bocca da pompino.” E lì succede il corto circuito freudiano definitivo. Perché nello stesso oggetto — le labbra — si incontrano due immagini incompatibili ai sensi di tutta una serie di articoli del vivere comune, non solo della chiesa:
la madre e il sesso orale.
Ed è una roba così edipica che Freud probabilmente si sarebbe messo un topo nel sedere per far pace anche con la fase anale preventivamente.
Comunque.
La bocca del paraurti della 127 non ha niente di tutto questo.
Solo una bocca che tira verso il basso. Un paio di labbra rinsecchite, poco avvezze ai movimenti qualsiasi, incapaci di comunicare sicurezza, affetto, sentimenti.
Ed è quasi sempre quella bocca accompagnata da un altro segnale lombrosiano. E dunque criminale – o pornografico come vedrete o avrete già avuto modo di vedere.
Gli occhi pisciati.
Piccoli.
Liquidi.
Leggermente inclinati verso il basso.
Lo sguardo di chi, se potesse, chiamerebbe i carabinieri pure perché il vicino ha scorreggiato (Cfr. memorabile articolo del 1992 “Il petomane rombo di tuono” comparso su Gazzetta del Mezzogiorno nelle pagine della cronaca locale, manco fosse Santi Lichieri e Forum).
Nel mio sistema pseudo-scientifico questa combinazione significa due cose:
infame
e pure massimamente frigida.
Ora.
Io non sono così merda come sembra. Giuro. Io ai difetti estetici non do quasi mai peso.
Mia moglie è bellissima A DISPETTO del naso importante e un po a patata e della voce da trans ma ancora prima di cominciare la transizione. Eppure per me resta bellissima. Perché i difetti non sono i difetti. Sono le proporzioni dell’anima geometrica della faccia.
Ed è lì che il paraurti della 127 non funziona.
Quella geometria è una tragedia di disegno industriale. E la cosa ironica è che la 127, come automobile, funzionava benissimo. E infatti la Fiat non le attaccò mai il culo.
Errore che invece commise con altre creature. La Duna, per esempio. Che era una Uno a cui qualcuno aveva cucito dietro un sedere grande come una dichiarazione dei redditi. Oppure la Tempra, che sembrava una Tipo che aveva mangiato male per vent’anni. E già della Tipo non si sentiva il bisogno che c’era la Uno 5 porte, vai a vedere tu una versione già inutilmente chubby della Uno, per altro con un culone, per altro immotivatamente alto rispetto alla line a generale, quindi proprio fintissimo.
Due culone inguidabili e inchiavabili — Merkel, cit. Cavalier Berlusconi Silvio, Martire.
Perché non a tutte le due volumi dovresti attaccare un culo. E non a tutte le donne dovresti suggerire di lavorare sul culo. Perchè il culo o te lo da la matita di madre natura quando ti progetta – prendi un qualsiasi capolavoro di design italiano – o devi rimanere due volumi e basta!
Tipo Valentina Nappi, che negli anni è diventata da Ritmo una Regata.
Macchina rispettabile, per carità. Ma con quella coda un po’ pesante che sembra progettata da uno che stava pensando ad altro.
E quindi sì.
Io continuerò a usare il mio complimento all’incontrario preferito.
“Hai la bocca del paraurti della 127.”
Perché alla fine il paraurti, poveraccio, non serve nemmeno al design.
Serve agli urti. Agli attriti. Ai tamponamenti. Serve quando le macchine si incontrano violentemente e si incastrano una dentro l’altra, con sommo erotismo secondo alcuni. Come nel film Crash di Cronenberg, dove le carrozzerie scopano tra loro con quel porno metallico che sta a metà tra incidente stradale e pornografia industriale.
Il paraurti serve a quello. Ad assorbire il colpo. A sopravvivere allo schianto. A somigliare a mia madre, a baciare, a fare espressioni dolci. Pure a fare un pompino.
E quindi sì.
Anche il paraurti vuole il suo occhio.
E chi ha quello della 127 ha una faccia di mmmerda!
