Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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]

Impulso di scrittura giornaliero
Cosa vorresti poter fare di più ogni giorno?

Qual è la cosa per cui vorrei avere più tempo in una giornata? Partiamo da un assunto che per me non è filosofico, non è nemmeno esistenziale: è proprio meccanico.
Le 24 ore al giorno sono poche.
Punto.
Sono poche come certi gradini che non tornano quando li conti, che arrivi su e dici “ma com’è possibile che erano sedici ieri e adesso sono diciassette?”, e ti viene il dubbio che non sei tu che hai sbagliato a contare ma che qualcosa si è mosso sotto i piedi.
E quindi sì, io non sono mai stato troppo d’accordo con i comunisti quando cantano quella cosa lì: “eh ma otto ore vi sembrano poche? provate voi a lavorare!”
No. Otto ore sono poche.
E qui lo dico senza tutta la calma possibile: siete dei pazzinculo.

Non c’è altra spiegazione.

Perché poi, se andiamo a vedere bene, il comunismo — nella sua versione da bar, da assemblea, da slogan — è quella cosa bellissima che fai sempre col culo degli altri.
Pure io, eh!
E qui si apre una questione biologica interessante, perché a moltissime specie — umane comprese — piace fare roba col culo degli altri. A me lo sapete quanto piace, in senso etero, per cui. Comunque, etero, gay, poco cambia. Tranne — mi dicono i miei amici meno inclusivi di una riunione di condominio del ’77 — i gay passivi, che in questo schema risultano penalizzati. Perchè loro col culo proprio Hai-voglia(!), ma con quello degli altri, niente.

E quindi capisci che già il modello teorico scricchiola.

Ma se io penso così, è ovvio che loro hanno ragione: se mi piace fare il comunista col culo degli altri, certo che otto ore mi sembrano poche. Facciamone sedici. Facciamone venti. Facciamo pure che uno lavora sempre e io passo a controllare e basta.
Cazzo, sì, funziona!
Poi però torniamo sulla Terra.

Gli americani, prima di diventare stupidi, una cosa giusta l’hanno fatta: hanno vietato la schiavitù.
E quindi resta questo fatto qui, che è banale ma è anche l’unico serio: quando lavori per te stesso e fai una cosa che ti piace, otto ore non ti bastano e spesso non ti accorgi che sono già finite.

Non bastano proprio come unità di misura.

Io scrivo per lavoro. E scrivo anche per piacere. Che sembra la stessa frase ripetuta, ma non lo è. E se non lo capite, semplicemente non sapete scrivere e non c’è nulla di male ma dovete ammetterlo. Perchè chi non ama scrivere e non sa scrivere è parte del problema mio di cui parliamo, quando manda le sue cacate da valutare a me in casa editrice.
Scrivere per lavoro e per piacere sono due ecosistemi completamente diversi che condividono lo stesso strumento (una tastiera nel mio caso) e lo stesso organismo ospite: io.
Scrivere articoli.
Scrivere contenuti accademici sulla criminalità.
Fare correzioni, revisioni, note su proposte editoriali, quasi sempre di bastardi senza gloria e senza capacità scrittorie minime.
Scrittura, sì.
Ma è scrittura coltivata in serra. Controllata. Con irrigazione a goccia. Con la temperatura regolata.
Poi c’è quest’altra cosa.
Scrivere qui.
O.
Scrivere il romanzo.
Scrivere quello che insomma mi passa per la testa. E lì cambia tutto.
Lì esce fuori una parte di me che è — diciamolo — isterica. Accumula. Deraglia. Fa giri larghi. Si perde e poi torna indietro senza chiedere scusa perchè dentro casa ia ci giro a cazzo quanto voglio, anche nudo.
Fa quei voli pindarici che oggi in letteratura sono tipo vietati, o comunque tollerati solo se hai già dimostrato di essere qualcun altro.
Se hai già fatto il bravo. Se hai già venduto.
Se hai già una carriera.
Altrimenti per gente come gli editor e come me quando mi vesto da editor, quasi sempre sei solo “uno che si autopubblica e pensa di diventare il nuovo Strega premendo pubblica”. (eccezioni ce ne sono, tipo io, ma proviamo a fare falsa modestia!)
E invece no.
Io vorrei tempo per scrivere così.
Non meglio. Non più disciplinato. Non più “tecnico”.
Così.
E facendolo scegliendo una delle tante voci che mi piace sperimentare dentro. McCarthy — che è una roba che se la guardi bene ti viene il mal di testa solo a pensarla, cazzinculogravissimo, se vuoi scrivere come scrivo ora qui io. Ferrante. Lagioia. Ammaniti. La Vinci.
La Santacroce — che è zozza e quindi onesta.
Poppy Z. Brite — che ti fa proprio venire voglia di lavarti le mani dopo aver letto.
VanDerMeer — che è come se la realtà avesse preso una piega sbagliata e nessuno lo dicesse ad alta voce.
Ligotti — che è triste e claustrofobico tipo stanza ma senza aria.
E poi quella voce lì, da ufficio riservato, da stanza chiusa, dove qualcuno sa tutto e decide tutto e tu non capisci se ti stanno parlando o ti stanno già archiviando – sì devo tornare a giocare coi dossier qui.
Io vorrei avere più tempo per stare lì dentro.
E contemporaneamente — perché non basta mai una cosa sola — vorrei anche avere la forza di non rifugiarmi sempre lì.
Non farmici distrarre e assorbire troppo.
Perché poi c’è il romanzo.
E il romanzo è un altro animale.
Non è una palude. Non è un blog. Non è un posto dove puoi dire “vediamo dove va”.
Una camera a pressione perchè ho scelto che sia così.
Devi starci male dentro, il fastidio lo devi sentire. E devi sentirti in mezzo a una strada a fare cose brutte.
Claustrofobiche. A incremento costante.
Ogni frase aumenta la pressione della successiva.
E lì non puoi fare il simpatico.
Non puoi fare il digressivo.
Non puoi permetterti questi svarioni qui sopra. Non puoi.

E quindi il paradosso è questo: vorrei più tempo per scrivere libero e più tempo per scrivere vincolato ma le cose che non sono tecnicamente ancora “lavoro”.

E vorrei la forza per fare entrambe le cose senza che una distragga dall’altra. Che è invece quello che succede sempre.

E quindi sì, se devo rispondere alla domanda in modo minimale, ma minimale proprio tipo McCarthy:

Dio, un altro rigo solo.

E ora qui sotto arriva lo stronzo che non sa leggere, non sa scrivere, non sa apprezzare le voci e ti dice come se niente fosse: “E che cazzo ci vuole a scriverlo così? Dio, un altro rigo solo. Che ci voleva?”
E lì capisci che il problema non è il tempo.
Il problema è aver reso democratico il sapere e aver abolito la schiavitù intellettuale.
Perchè se uno pensa così non sa leggere, non sa scrivere, non sa distinguere. E però pretende di scrivere.
E mi toglie con i suoi manoscritti scritti con questa logica ogni giorno 127 minuti del mio tempo (60+60+5 pomodoro pausa +2 micropepsiero zozzo del momento).

Non ci vuole niente? Allora facciamo così. Proviamo davvero.
Voce secca. Niente scappatoie.
McCarthy.
La candidata donna descriva l’odio per la sindrome premestruale.
Il candidato uomo descriva il raffreddamento del pene dopo l’eiaculazione. Avete la mia attenzione.

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9 risposte

  1. Avatar @desire760

    Demenziale l’ ultima parte !

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Quale?

  2. Avatar @desire760

    Per la donna la sindrome premestruale e per l’ uomo l’ afflosciamento dopo una eiaculazione. È demenziale per me…Non ho mai avuto né risentito di una tale sindrome,molte si lamentano di tutto e non perché stanno male ,ma perché sono lamentose e viziate.
    Io lavoro di più in quei giorni e non mi lamento mai.👍🏻💪🏻

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      E pure questa é una cosa che McCarthy, Carver o un altro autore minimal saprebbe scrivere. Anche la assenza di una cosa. Ma detta minima. E non banale. Prova.

      1. Avatar @desire760

        Ho letto tutto, ma sei troppo dispersivo per me e poi ho pochissimo tempo e faccio fatica a seguirti… Adesso è tardi e per mie esigenze non posso farmi vedere scrivere da mio marito perché altrimenti mi sequestra i miei dispositivi …i due PC e l’iPhone

      2. Avatar Domenico Mortellaro
        Domenico Mortellaro

        Non devi fare nulla. Se non N quello che vuoi. Ma mettiti d’accordo: se scrivo poco pensi che perculo se scrivo troppo sono dispersivo e prolisso eeeeeeeeeee Oh sembri mia madre! (Cit.)

      3. Avatar @desire760

        Dici che ti sembro tua madre ?
        Ma una madre allunga sempre il tempo dei figli perché li protegge da tutto anche dal tempo che passa.
        Ho tre figli e non li ho mai condizionati, li ho sempre lasciati liberi e mai ho interferito con quello che è il loro tempo e quello che desiderano fare e li ho abituati a non farsi sfruttare da nessuno e mai ho fatto fare qualcosa a casa, ho sempre fatto tutto io.
        Mia madre invece a casa non faceva nulla e fin da piccola ho fatto i servizi di casa , prima di andare a scuola lasciavo tutto in ordine e a volte davo anche la cera si pavimenti che erano di marmo, mi alzano prestissimo e riuscivo a fare l’ impossibile, i miei compagni venivano a scuola ancora mezze addormentati e si meraviglia ano perché ero sempre organizzata e ordinata e spesso copiavano le mie versioni latine e i compiti di matematica.
        Il mio tempo era per gli altri e mai per me.

      4. Avatar Domenico Mortellaro
        Domenico Mortellaro

        Ok adesso comincio a non seguire più il discorso. Ed è simpatico perchè spesso mi fai notare che divago, ma qui…

  3. Avatar @desire760

    Comunque credo che mai siamo padroni del tempo e sul lavoro comanda chi assume e per loro si dovrebbe fare di più e non siamo al tempo in cui c’era chi con la frusta ti faceva remare per andare più veloce…Il tempo fin dai tempi andati non era dell’uomo ma di chi diceva che si poteva fare di più e ad oggi nulla è cambiato,si viene sfruttati da sfruttatori e bisogna fare l’ impossibile per far quadrare il tempo.Detto questo non avrei nulla da eccepire se non che il tempo schiavizza e non è mai il nostro tempo per cui a volte siamo noi ad essere schiavi del tempo , è come essere inseguiti .
    A me il tempo non è mai bastato, c’è sempre qualcosa che non riesco a fare e anche se durasse di più non basterebbe lo stesso.
    Perché ognuno si organizza il tempo e i conti non tornano mai.
    Non sei stanco di fare l’ onomastico ogni Domenica… Ciao Dom!🤍

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