Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Che tatuaggio vuoi e dove lo faresti?

Certe storie sono in qualche modo sacre.

E non puoi sporcarle scrivendo troppo di pancia. Ti fermi e scegli un altro registro, sempre molto (U)morale. E usi quello. Come un’altra voce del tuo stesso te stesso.

Perchè il momento lo impone. 

C’è una versione di questa storia che continuo a raccontarmi perché ha una forma decente: il filtro giallo sparito, la nicotina disciolta nel vapore che si disperde anche sopra il letto, nello svapo che non lascia odori nè problemi polmonari con la combustione.

C’è l’alcol trasformato in una contabilità ossessiva ma non più una schiavitù — Campari a cinquine, birre a decine, gin&tonic che vale tombole, sempre con quella & come se bastasse un segno a rendere rispettabile una deriva.

Sono tutte dipendenze che ho addomesticato, ormai.

Ma sotto questa superficie ordinata resta una cosa che non si lascia gestire.

La mia dipendenza è la pelle.

Il punto preciso in cui smette di essere confine e diventa passaggio. 

L’ago entra, esce, rientra, a una frequenza che non ti lascia il tempo di reagire. Ancor di più se sono sette aghi, in fila, più spessi, compatti: non punzecchiano, scavano per disegnare le sfumature – che ossimoro curioso. 

E lì succede qualcosa che non ha niente di dignitoso: io mi calmo. Mi lascio andare. Io godo di quella ripetizione. E quel fastidio che tanti chiamano dolore ossessivo.

Non è resistenza, la mia, comunque. È resa.

E mentre succede, mentre la pelle si apre e si riempie, io scivolo via col sangue fatto nero dall’inchiostro. 

Dormo. Non perché non sento, ma perché è l’unico momento in cui non devo tenermi insieme.

Quello che porto addosso non è un racconto ordinato. 

È un sistema che si incrina da più punti.

Le braccia non hanno più pelle vuota: una carpa che resta carpa, una Hannya che non protegge ma trattiene, un Tanto con una frase controllata fino allo sfinimento per non sbagliare nemmeno una sillaba – “Hai tempo a sufficienza per rimediare, se”(cit.) perché nessuno rischia di portare addosso con piglio autoriale ‘Tua nonna in bikini’ – un samurai, un sole che non scalda, quello della bandiera del Giappone dei Kamikaze a Pearl Harbour. 

Dall’altra parte una geisha seduttiva con ombrellino, una lotta eterna tra tigre e drago che non arriva mai a una fine, e un cane che non dovrebbe esistere lì — infatti è stato inventato, forzato dentro un linguaggio che lo rifiutava e non lo prevede in tutta la storia del disegno e del tatuaggio giapponese.

Il petto ha uno stile diverso. Dal Giappone si vola in Germania, Germania dell’Est, abbracciando il brutalismo bicromatico del Trash Polka. Partiamo dal centro: un cuore biomeccanico aperto, come quello del Cuore di Gesù ma con i pistoni in vista e quella scritta — H2SO4 — che non è una provocazione ma una dichiarazione pulita: l’amore come corrosione, per mia moglie, l’essere più caustico e anaffettivo che io conosca. 

Accanto un teschio sovrascritto in trasparenza al quadrante di un orologio, in cui il tempo si deforma, non scorre più diritto, attraverso lancette che hanno la forma dei baffi di Dalì e numeri confusi come sul quadrante dei Freank Muller Crazy Hour.

E dall’altra parte un corvo che non rappresenta, lavora: osserva per Odino quel che succede nella Terra di Mezzo, trattiene, riporta e spiega. E infatti il corvo ha tra gli artigli gli ingranaggi.

La schiena è dove le cose smettono  di stare al loro posto e si accumulano come i fustini dei giocattoli. Figure, animali, oggetti che non cercano più coerenza: si accumulano, si incastrano, diventano una specie di icona deformata che non salva niente ma non lascia andare nulla. Tutti vestiti con sai bizantini come impone la tradizione grafica del tatuaggio siberiano di malavita. Gli amori passati in forma di gattina con il pannolino Pampers, la mia cagnolona indimenticata a proteggermi con guantoni da boxe e AK47, un orso col viso di topo che gioca con balocchi, ciascuno capace di ricordarmi perfettamente madre, padre e nonni. Uno per ciascuno.

E dentro tutto questo caos c’è un punto preciso, centrale, che tiene insieme tutto anche mentre sembra tagliare a metà.

La colonna vertebrale.

Lì c’è un pilastro edile in sezione, disegno tecnico, freddo, strutturale — qualcosa che dovrebbe reggere, sostenere, dare ordine. Non è decorazione: è un asse. È l’idea stessa di stabilità, di costruzione, di eredità. La sintesi di mio nonno che nella vita era imprenditore edile e che la struttura e la verticalità da pilastro me l’ha insegnata.

Dentro quel pilastro passa un animale.

Un’orca.

Non appoggiata sopra, non accanto. Dentro. Interpolata, fusa, costretta a passare attraverso quella struttura come se dovesse attraversarla per esistere. Non è un simbolo pulito. È una frizione. L’animale guida, il mio — che dovrebbe orientare, dare direzione — costretto dentro una forma che viene da prima, da fuori, da un’origine familiare che non puoi scegliere.

Costruzione e istinto. Struttura e attraversamento. Sangue e cemento.

E io lì, sotto gli aghi, mentre questa cosa prendeva forma sulla mia schiena, mentre la pelle si apriva lungo la colonna — che è già di per sé un punto che non si concede facilmente — io mi addormento.

Perché quello è il punto più vicino alla verità: non scegliere tra le due cose, ma lasciarle coesistere anche se si disturbano, anche se non tornano.

Quando mi sono svegliato la tatuatrice era terrorizzata. Io ero quasi dispiaciuto.

“È finito?”

Come se stessi perdendo quel punto esatto in cui tutto, per un attimo, mi ricentra.

E poi il resto continua. 

La fascia che gira attorno al polpaccio destro – la destra è il futuro – i topoi giapponesi del Fuji, della Pagoda, del Tempio e della cascata che si rincorrono attorno come se bastasse nominarli per contenerli, e a contemplarle, all’interno, due figure rosse, minime. 

Io e mio figlio. Mano nella mano. Non è tenerezza. È tenere vicino ora e sapere che dovrò lasciare.

E intanto penso già al prossimo.

Un bonsai grande.

Una figura sotto.

Respiro nella forma del Sanchi. O lama sguainata nell’esercizio della Katana. Devo ancora decidere.

E continuo a dirmi che poi basta. Che lo spazio è finito.

Ma non è vero.

Perché non è la pelle che sto riempiendo. È qualcosa che continua a spingere da sotto.

Sono sempre io, tranquilli.

Ma volevo scriverlo diverso, oggi, il delirio mattutino. Sincero come sempre, peró.

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7 risposte

  1. Avatar almerighi

    Non ti tatuare il pin del bancomat ….

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      No. quello no sta tatuato in fronte con un meccanismo di cui un giorno vi palrerò

  2. Avatar 2010fugadapolis

    Ci vuole tanta pazienza. Io non ce la farei, non sopporto mani altrui o strumenti da mani altrui condotti sul mio corpo per più del tempo necessario ad operazioni urgenti ed indifferibili (tipo un’estrazione dentale).
    C’è da aggiungere che per un certo periodo della mia vita i tatuaggi sono stati vietati, poi in un altro sono diventati solo inopportuni e alla fine ho imparato a farne a meno.
    Però non mi dispiacciono, sugli altri. 😉

  3. Avatar Evaporata

    Quasi tutti i miei amici e conoscenti, essendo anche musicisti, hanno minimo un tatuaggio, tanti hanno più tatuaggi che pelle intonsa. Io, essendo sempre stata indecisa su che cosa tatuarmi, ho sempre rimandato e adesso non me ne frega niente dei tatuaggi. 😉

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Tu mi dai sempre profondissime idee… vi parlerò qui o altrove di quello che mi chiese una cosa troppo comica. E della mia educatissima risposta.

      1. Avatar Evaporata

        😂

  4. […] c’è riuscire a dare un bacio che non sia a stampo a mia moglie, che sembra una cosa semplice ma non lo è, è una missione con ostacoli, una roba da videogioco a […]

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