Prima la faccenda logistica, che già da sola sembra uscita da un racconto storto e storto male, tipo certi peni che li guardi e dici: hai una idea di politica confusa tra destra e sinistra, tipo grillino della prima ora.
L’ultima donna, il film di Marco Ferreri con Gérard Depardieu e Ornella Muti, in Italia oggi lo puoi vedere praticamente solo su Mediaset Infinity, cioè sulla piattaforma delle televisioni del mai troppo compianto Silvio Berlusconi, Cavaliere.
Sì, quello dei Bunga Bunga con igieniste dentali come la Minetti che non é però Tory Lane – che se ci fossero in ogni studio dentistico io dal dentista ci andrei senza mia madre, cosa che invece succede anche adesso a 47 anni suonati.
Sì, quello del pullman di troie – non mamma, quell’altro.
Quello di Mohamed Esposito e di altre grandi perle della letteratura surrealista contemporanea.
E questa cosa di un film così eccessivamente femminista e militante su quella rete ha qualcosa di una distopia.
Una distopia — definizione minima per voi stronzomerdoni incolti che ne fate un grande uso di questi tempi maga e trumpiani dimenticandovi che forse non avete votato e siete complici — è un mondo immaginario dove le cose funzionano peggio del nostro e servono a farti vedere meglio i difetti del presente.
L’utopia invece è il contrario: un mondo perfetto che non esiste, ma che immagini per capire come potrebbe funzionare meglio il nostro – e in questo siete e sarete sempre e comunque i soliti, poveri comunisti!
Qui però siamo in un territorio più strano.
Un film feroce sul maschio occidentale, sulla sua miseria sentimentale e sessuale, lo trovi parcheggiato proprio dentro l’ecosistema televisivo costruito dall’uomo che per quarant’anni ha venduto all’Italia un’idea televisiva molto precisa di donna, di desiderio e di potere.
Sì, precisissimo modello di donna: Drive In con le tette delle soubrettes strizzate dentro corsetti che fanno a pugni col concetto di “spagnola” – che in Spagna chiamano Turca e che altro non è che la masturbazione tra le mammelle della donna che stai possedendo che fa il giro dell’Europa per non succedere MAI. Perché nella vita di tutti i giorni dell’italiano medio non é MAI successa.
Smentitemi, forza, avete la mia attenzione!
Non divaghiamo: quella faccenda del film non è proprio una distopia. Non è nemmeno una utopia. Sì, una specie di distopia al contrario, una cosa storta che però racconta qualcosa. E infatti questa faccenda ci ha portato anche a scrivere un pezzo sull’altro blog (link qui sopra), perché distopie e utopie hanno sempre a che fare con passati e futuri possibili, e la storia del cinema — anche quello hollywoodiano — aiuta a capire la Storia con la S maiuscola quasi quanto i manuali.
Sì la storia é Hollywood ma con meno effetti speciali e più turning point e sliding doors inutili. Tipo le elezioni.
C’è anche una cosa che lega i due pezzi, ma per capirla dovete seguirvi il link e leggervi pure quello. Forz! (senza la A) (anche perchè c’è spiegato perchè dopo chiamo Franca una Casalinga di Voghera e chi è la Casalinga di Voghera)
Adesso però parliamo del film.
E facciamolo con la voce giusta, che in questo caso è quella di una femminista militante con poca pazienza e un buon coltello affilato per le menate dei maschi. Coltello non elettrico – coltello di Cechov che é sempre un ferro quindi una metonimia (accentate la prima i giacché qua siete tutti poeti con il cuore degli altri e quindi che chiasmo volete capire di figure retoriche?!).
Vediamo se mi riesce, eh. Di rubare la voce di Livia. Difficilissimo.
Voglio un pompino se ce la faccio. Sì avete letto bene non ho detto Marlboro ho detto pompino (cit e se il film lo sapete vi sposo e vi mantengo, ma non potete googolare).
L’ultima donna racconta un uomo — Depardieu — che all’inizio sembra quasi una povera bestia smarrita: padre solo, bambino piccolo, casa da tenere insieme con lo scotch e una compagna nuova, Ornella Muti, che entra nella storia come entrano certi animali tristi e soli tipo gattini nei giardini: senza chiedere permesso.
Per un po’ sembra che la cosa possa funzionare.
Poi il meccanismo patriarcale, quello vecchio, arrugginito ma duro a morire, comincia a scricchiolare.
Perché lei non vuole fare la madre di servizio.
Non vuole essere il buco dove infilare il desiderio di lui quando gli gira.
Non vuole essere il mobile di casa. Nemmeno quella che mobili e soprammobili li spolvera, sia chiaro!
E lì il maschio medio occidentale comincia a perdere pezzi.
Gelosia, scenate, infantilismi.
Tutta quell’armamentario che gli uomini chiamano amore e che invece spesso è solo proprietà privata e becero possesso sessista con crisi di nervi.
Il film la mette sul tavolo senza pietà.
Niente psicologia elegante, niente frasi profonde: solo un maschio capriccioso e viziato che non regge il fatto che una donna possa dirgli no. Non serve altro.
E allora arriviamo al finale. Quel finale.
Lui prende un coltello da cucina. Sono al culmine di una lite minima. Non un simbolo, non una metafora, proprio un coltello da cucina, quello che usi per tagliare il pollo.
Un coltello elettrico.
E si taglia via il cazzo.
Fine.
Se qualcuno si scandalizza evocando lo splatter e il Grand Guignol vuol dire che non ha capito il film.
Perché quello non è un gesto folle: è il gesto perfettamente logico di un sistema mentale che esiste solo attraverso il cazzo.
E se il potere del maschio passa da lì, allora togliamo di mezzo il problema. E non è curare l’emicrania con la ghigliottina ma risolvere comunque il problema alla radice. Anzi, farlo risolvere proprio a chi lo crea.
Adesso però parliamo anche da uomini, che ogni tanto conviene guardare la faccenda da quell’angolo lì. Forse ci spieghiamo meglio le cose.
Depardieu qui è già una specie di animale cinematografico enorme: ingombrante, fisico, uno che sembra occupare la stanza anche quando sta fermo.
Guardandolo oggi viene pure da pensare che certi grattacapi con la giustizia per faccende legate al sesso non siano arrivati proprio dal nulla negli anni successivi.
Moi aussi!
Non perché il film lo dica, ma perché Depardieu ha già addosso quella energia lì, quella mascolinità fallocentrica e ipertrofica un po’ pericolosa che Ferreri sfrutta come si sfrutta un ippopotamo nella gioielleria: lasciandolo libero nella stanza e vedendo cosa succede.
C’è sempre un ippopotamo, sempre ci sarà.
Ornella Muti invece è l’opposto.
Leggera, sfuggente, quasi opaca.
Non domina la scena: la sottrae.
E questa cosa manda completamente fuori giri il personaggio di lui.
A quel punto il famoso finale si può leggere anche in un altro modo.
Non tanto come un inno femminista alla castrazione del maschio — che pure una femminista militante potrebbe applaudire con entusiasmo — ma quasi come un rozzo slogan da talk show politico: la famosa castrazione non chimica evocata da Matteo Salvini per quelli che fanno i porci con le donne quando le donne dicono no. Ecco spiegato il palinsesto Mediaset magari.
Solo che qui c’è una piccola incongruenza narrativa.
Nel racconto salviniano quelli che fanno certe cose alle donne raramente hanno l’aspetto di Depardieu: di solito sono negri, o molto molto abbronzati. E non hanno le chiavi di casa come accede nella realtà.
Qui invece abbiamo un francese bianco come il latte, grosso come un frigorifero e con la faccia da europeo puro.
E quindi la distopia si complica.
Però succede in Francia, non in Italia: forse non abbiamo giurisdizione.
Oppure il fatto che succeda in Francia è già una piccola polemica geopolitica involontaria.
Ci sono una serie di ipotesi, quindi, sul perchè su un canale berlusconiano ci sia un film del genere.
C’è anche questa possibilità: che sia stato inserito lì per far prendere le distanze da un certo femminismo militante, preventivamente ed attraverso la narrazione e il codice linguistico che tutte le Casalinghe di Voghera che guardano Uomini e Donne capiscono, da una cosa pericolosamente oscena come il Contestare il Patriarcato.
Cioè, tipo, la Casalinga di Voghera guarda e capisce che è una roba che non si fa!
D’accordo i motivazionali FB come “Guerriera sempre!” – “Mai per tutti!” – “La vita non mi ha piegato!” ma far tagliare il cazzo a tuo marito per quanto gliele hai fatte, così forse la smetti brutto maschio, anche no, Franca! (perchè si chiamano tutte Franca, nella mia mente, le casalinghe di Voghera?)
Resta comunque una distopia affascinante.
Non potrà mai diventare una utopia, perché in un’utopia nessuno dovrebbe arrivare a segarsi il pisello non con la mano ma con un coltello da cucina per risolvere un conflitto sentimentale.
(oddio adesso mi viene in mente un prossimo post su una cosa che dicevo sempre quando sulle chat porno facevo il troll!)
Però quella scena funziona.
Funziona perché è concreta.
Non simbolica, concreta.
Un uomo, una cucina, un coltello.
E da spettatore maschio succede una cosa strana: dopo aver visto il film ti rimane addosso una specie di riflesso pavloviano.
Io, per esempio, ho sviluppato una regola domestica molto semplice.
In cucina, a casa mia, niente coltelli elettrici grossi.
Quelli elettrici, perchè sono di difficile governo, una volta che avvii.
Non per paura delle donne — i no li rispetto tutti, e certe volte riesco pure a fraintendere i sì — ma perché ogni volta che vedo uno di quei coltelli mi torna in mente quella scena.
E il cervello reagisce come reagiscono gli animali quando vedono qualcosa che può fargli molto male.
Fa un passo indietro.
Lentamente.
Con grande rispetto per il coltello e per il cazzo.
Anche perché certe distopie restano incastrate nella testa più di molte utopie. E fanno pure più male.
