Stai per fare un viaggio attraverso il paese. Aereo, treno, autobus, auto o bici?
WordPress mi chiede con che mezzo mi sposto nel paese.
Proprio così. Paese. Minuscolo.
Quando leggo quella parola mi viene sempre davanti un’immagine semplice: una piazza con due alberi, tre bar, quattro tra ubriachi, malandrini e ex contrabbandieri, una farmacia con la croce verde che lampeggia e un cane che dorme sotto una Panda parcheggiata storta. Tutto lì dentro. Tutto nel raggio di duecento metri. Cazzo di orizzonte, eh?
Questo è un paese.
Non uno Stato. Non la patria. Non il Paese con la P maiuscola di Mattarella che compare nei discorsi in onore di San Silvestro. No. Paese minuscolo. Una cosa poco più grande di uno sputo di borgo. Un pugno di case buttate insieme come dadi su un tavolo, sfigato abbastanza da non avere tra i cittadini onorari Rai3 e la Rasnovic.
Nel Salento questi posti hanno quasi tutti lo stesso nome che finisce sempre uguale. Tutti –ano. Martano. Leporano. Castrignano. Carpignano. Corigliano. Melpignano. Leverano. Sembra una cucciolata. Cambia la testa, resta la coda.
No, meglio, resta l’ano (che sta sotto la coda e di solito proprio per questo puzza di più, prende meno aria).
Il punto è che WordPress vuole sapere con che mezzo ti sposti dentro uno di questi posti. Non tra un paese e l’altro. Dentro.
Questa è la domanda.
Dentro il punto con la desinenza in –ano.
E qui bisogna fermarsi un attimo e guardare la cosa concreta.
La distanza. I metri. I passi.
Un paese è largo quanto una passeggiata. Trecento passi se hai le gambe lunghe. Quattrocento se sei stanco. Ventimila se sei ubriaco ma é orientamento difettoso da alcool. In dieci minuti hai visto tutto: la piazza, la villa comunale con le panchine, il bar centrale, la macelleria, la parafarmacia, il pizzicagnolo che vende caciocavalli appesi tipo animali morti.
Dieci minuti.
Per questo l’unico mezzo sensato sono i piedi.
Tutto il resto è un errore del cazzo.
Prendiamo la macchina. L’automobile nel paese è una cosa che devi guardarla bene. Accendi il motore, il cofano vibra, esce fumo dal tubo di scarico, fai cinquanta metri, parcheggi. Tutta questa combustione per attraversare una piazza.
Nel frattempo, dall’altra parte del mondo o poco più sopra, un pezzo di cornicione di ghiaccio si stacca e va in testa a quindici o sedici pinguini, cuccioli inclusi. E la colpa è di chi ha girato la chiave. Tipo la farfalla e il tifone, ma questa cosa è seria, sebbene si tratti di una cosa fumosa.
Quel fumo sale. Sempre. Sale sopra i tetti, sopra i campi, sopra il mare, e da qualche parte una comitiva di pinguini cade di lato sul ghiaccio e non è nuoto sincronizzato.
Il collegamento è invisibile ma funziona così. Il male è una macchina a distanza. Più precisa di me e con meno giri di pensieri. Ma sto studiando.
La bicicletta invece racconta un’altra storia. Se uno usa la bici dentro il paese di solito non sta andando da qualche parte. Sta dicendo qualcosa. È una dichiarazione. Una specie di manifesto che pedala.
“Guardate, io sono diverso.”
Spesso viene con un odore leggero di radical-chic. E con tutta la genealogia politica dietro: comunismo, post-comunismo, eurocomunismo, para-comunismo, tutte quelle parole con il trattino che nascono perché i comunisti hanno questa proprietà fisica curiosa.
Si scindono. Come cellule. Come l’atomo comunista.
Lasci due comunisti da soli in una stanza e dopo un’ora escono tre correnti politiche.
E nel paese in ano come Melpignano questa è La notte della Taranta.
E se non sei salentino capisci subito una serie di cose:
il Canzoniere Grecanico-Salentino è quella truffa che è fatta di 128 cover di sole tre canzoni.
Ed è quella cosa che dopo 48 minuti ti provoca crisi epilettiche senza disclaimer come nei videogiochi tipo “se senti strani sintomi, sudore, tremarella e altro smetti!”
Ed è quella con che succede mantre intorno tutti ballano e possiedono: sorrisi idioti, sandali spaccati e polverosi sotto piedi neri, magliette nemmeno più con cechevara ma slogan del cazzo come I care, We can – senza il finale noto They Win cioè Trump e Meloni perchè quei contestatori da Notte della Taranta non votano e spaccano le sedie in testa ai padroni solo se è un happening social serio, non se muoiono davvero i bambini a Gaza.
Poi qualcuno dirà: skate. Roller.
Ma il paese non è il Bronx. Non è Harlem. Non è uno di quei posti dei video americani dove la gente scivola sui corrimani e salta sopra i cassonetti. O ci cade di faccia e di palle sopra finendo nei programmi per ebefrenici. Non per forza i negri a fare questa vandalate, eh!
Nel paese trovi una signora con la busta della farmacia, un vecchio seduto su una sedia di plastica davanti al portone, un cane che dorme al sole. Oggetti solidi. Corpi lenti. Cose che fermano il movimento.
Lo skate si schianta dopo trenta metri.
E pure se ormai è pieno di crack il parchetto del paese e non solo il boschetto di Rogoredo e i ragazzi mescolano sciroppi alla codeina comprati in farmacie gestite da farmacisti infami con la Sprite perchè, sì, insomma, “mandalo tu giù un boccione sano di BabyRinolo liscio, vediamo ce la fai?” – pure se tutte queste robe, no, non è Harlem qui.
Gli aeroporti non li considero nemmeno.
Nei paesi in ano non ci sono aeroporti.
Ce n’è uno infatti a Grottaglie, che ha la desinenza appunto in frattaglie, ma lì appunto provano droni e roba militare, un posto tipo Area 51 ma con le pale degli ulivi.
Non è il posto dove prendi un aereo per andare dalla piazza alla tabaccheria.
Ma ci puoi provare i droni che ammazzano i bambini a Gaza.
Le navi ancora meno.
Contrariamente a quello che pensano i turisti, i paesi veri del Salento con desinenza in ano stanno nell’interno. Lontani dal mare. Sulla costa ci mettono quelli con i nomi eleganti. Nell’interno restano quelli che finiscono in –ano e sembrano già una presa in giro geografica. Tipo “Da dove vieni? Culonia!” o “Vengo di in culo a Cristo” che non ho mai capito perchè questa toponomastica della bestemmia.
A questo punto uno potrebbe pensare che io viva nel Salento.
No. Col cazzo.
Io sono di Bari.
A Bari il campanilismo è una scienza naturale.
C’è anche un proverbio – mai troppo santi certi proverbi – locale che sintetizza la questione: “Lecce barocca, Bari ti piscia in bocca.”
Non è poesia, è idraulica urbana.
Non è proverbio, è uno striscione degli Ultras Bari.
La verità è che nel barese i paesi sono un’altra specie.
Più grandi. Più attaccati.
Ventimila abitanti, trenta, quaranta. Io vivo nel più piccolo e inutile del gruppo e comunque fa circa 20k persone. Scrivo 20k perché fa più moderno e perché usare meno caratteri, in teoria, salva un pinguino. E questi paesi hanno pure le frazioni. Frazioni da cinque, sei, settemila abitanti.
Paesi che fingono di non esserlo.
Succede spesso nelle organizzazioni umane: cambiare il nome per cambiare la dignità.
E comunque il mio paese ha desinenza in Azzo e significherà pure qualcosa.
Alla fine tutta la costa barese è una specie di città continua.
Un animale lungo cinquanta chilometri che respira piano come direbbe Lucarelli che così descrisse la città che va da Bologna a Rimini – megalomane solo perchè lo presero a Rai1.
Un milione di persone, più o meno, siamo.
Lì la macchina avrebbe pure senso, tra un paese e l’altro.
Ma dentro il paese resta una cosa ridicola. A meno che non vivi a Bari, d’accordo.
Il mio paese finisce in –azzo, dicevamo. E dentro ci trovi tutto quello che serve per non dover uscire: scuola, farmacia, parafarmacia, market, pizzicagnolo, bar. Per altro non solo dentro il paese ma proprio dentro i rioni del paese, che i giacobini portavano ordine quando arrivavano.
Il bar è la vera infrastruttura.
La mattina per il caffè.
La sera per parlare.
A tutte le ore per gli scioperati, massimamente alla controra con nell’insieme degli scioperati ubriachi, malandrini e quando c’era il contrabbando contrabbandieri.
La gente si siede fuori, guarda passare gli altri, fa salotto.
In ogni paese c’è sempre un numero sufficiente di scioperati per tenere vivo il sistema. Pure io faccio lo scioperato, quando non ho un cazzo da fare. Oppure mi passo informazioni riservate di lavoro o gossip.
Anche la sezione comunista di solito sta in centro.
Vicino alla piazza o alla villa comunale. È una scelta pratica: da lì si vede tutto. Il paese è un posto dove la politica nasce dal guardare gli altri e capire che cazzo fanno. Pure il sindaco quando sei all’opposizione e l’opposizione quando comandi. E lì al gossip e alle info riservate si sommano i gossip rosa di quello che potrebbe succedere al Comune.
Io quindi mi muovo a piedi.
Esco di casa. Cammino. Due minuti e sono al bar. Cinque minuti e ho attraversato tutto.
Solo una volta alla settimana prendo la macchina. Per la spesa grande. Il pizzicagnolo del paese ha cose buonissime, tutte con medaglie, km zero, storie di nonni e campi e tradizioni, ma costano come se le avesse coltivate il Papa Buono. E quindi avessero pure venti Ann di stagionatura. Anche se quel polacco mi stava sul cazzo.
Allora prendo la mia giapponese ibrida.
Faccio la spesa. Torno.
Nel frattempo, per mia colpa, un pinguino muore.
Ma solo uno.
È il compromesso minimo che un bipede cacciatore-raccoglitore può permettersi nel ventunesimo secolo.
Comunque, felice che abbiate capito che non abito in un paese con desinenza in ano e che il Salento non è uno stato dell’anima ma un posto che se fosse regione a parte staremmo meglio.
