Oggi a scuola è successa una cosa che nel 2004 sarebbe stata una leggenda metropolitana e nel 2026 invece è solo… martedì.
Seminario di educazione sessuale, aula magna beige depressione, noi Generazione Tutorial™ convinti di sapere già tutto.
Entra la prof con aria da “oggi vi cambiamo la vita” e poi — glitch nel sistema — due pornodivi veri.
Non ospiti vaghi.
Non “attori”. Pornodivi verificabili con pagine blu spuntate: Eva Adika e Bobby Legrand.
Italiani. Giovani.
Zii cool che quando si parla di porno fanno sempre figo.
Io Eva l’ho riconosciuta subito. Non per meriti accademici.
Silenzio in aula, ma silenzio vero, non quello prima della risatina scema. Bobby rompe il ghiaccio: “Non possiamo darvi i nostri contatti. Questo non è un casting. Non ci sono crediti extra per le nostre piattaforme.”
Risata collettiva. E basta.
Nessuno ha fatto il fenomeno.
Quando la realtà supera la fantasia, la fantasia si mette seduta.
Poi Eva ha detto la frase che mi è rimasta addosso: “Siamo qui per smontare le fesserie del porno che vi si sono sedimentate in testa. Non vogliamo essere complici dello sfascio di una generazione.”
Prima lezione di un seminario che durerà tutto il semestre.
Moduli, dieci temi, consenso, performance, miti, vergogna.
Ma la parola gigante era una di due lettere: NO.
Il porno — hanno detto — è un casino per voi perché non insegna mai che il NO significa qualcosa. Non lo mostra davvero. Non lo lascia esistere.
Nel porno il NO è trama, è suspense, è il bottone rosso che serve solo ad accendere la scena.
Non c’è un contatto che non finisca sempre nello stesso modo.
Achievement sbloccato. Livello completato.
E tu cresci pensando che quel NO sia coreografia, che sia un filtro, che sia la fase intermedia prima del sì. Nella vita reale invece il NO è un confine. È un interruttore che spegne tutto.
Io non ci avevo mai pensato così.
Per noi il porno è stato il manuale di istruzioni.
Niente VHS commentate tra amici, niente racconti imbarazzati nello spogliatoio. Solo schermo, buffering, full HD e solitudine.
La generazione prima magari si diceva anche sciocchezze, ma se le diceva in faccia. Noi abbiamo avuto i tutorial.
E quando cresci coi tutorial pensi che tutto si possa replicare.
Click, play, replica.
Nessuno però ti insegna a fermarti.
Bobby parlava di aspettative e di quanto sia tutto costruito. Eva spiegava il consenso come una lingua straniera da imparare davvero, non per finta. Detta da loro era credibile.
Non morale, non predica, non adulto che finge che tu non abbia già visto tutto.
Interno sistema.
Tipo ex-hacker che ti spiega il phishing.
La cosa assurda è che nessuno rideva.
Eravamo attenti.
Come se qualcuno avesse acceso la luce in una stanza che frequentiamo tutti ma fingiamo di non conoscere.
“Se non sapete cosa significa un NO, rischiate di fare male. E di farvi male.” E lì ti fermi.
Perché magari ti è andata bene finora.
Ma l’idea di diventare uno che supera un confine pensando che sia solo sceneggiatura fa paura.
Nel porno non c’è quasi mai un NO che resta NO.
Non c’è il silenzio dopo.
E noi siamo cresciuti lì dentro, carne senza grammatica.
Forse serviva proprio questo: guardare la cosa nuda, spiegata dall’interno, senza demonizzare ma senza fingere che sia neutra.
Tutorial al contrario.
Smontaggio invece che montaggio.
Strano che servissero due pornodivi per parlarci di rispetto. Ma forse chi ha costruito l’immaginario può dirti meglio dove finisce la finzione. Oggi ho capito una cosa semplice e gigantesca: il NO non è un passaggio di livello, non è un teaser, non è un effetto speciale. È una parola intera. E significa esattamente quello che dice.
Bio – Gigi Merisi
Gigi Merisi, 19 anni, frequenta il liceo scientifico tecnologico Meucci di Zagarolo. Curriculum scolastico sostanzialmente positivo, con nota a margine ricorrente: “non si applica quanto potrebbe, vive di rendita”. Lui conferma. È vero. Ma precisa che mentre “non si applica” sta facendo altro: osserva, registra, monta, prova a capire come funziona davvero il mondo che gli adulti stanno per consegnargli già pieno di bug.
Da un anno cura un podcast indipendente in cui archivia idee, dubbi e micro-manifesti su tutto quello che secondo lui non dovrebbe mancare in una scuola al passo coi tempi: educazione digitale vera, consenso spiegato senza imbarazzo, economia quotidiana, fallimento come materia curricolare, futuro come laboratorio e non come minaccia. Il titolo è una domanda semplice: “Proviamo ad aggiustare?”
Nel tempo libero (cioè quasi sempre) cerca di spiegare ad adulti saccenti cosa servirebbe davvero ora che il mondo sta finendo nelle mani dei figli di adulti saccenti. Con risultati alterni ma ostinazione costante. Curiosità statistica che lo diverte parecchio: nessun utente abbonato al podcast ha più di 24 anni.
