Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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In che modo un fallimento, o un fallimento apparente, ti ha preparato a un successo futuro?

Prima cosa. Non devi mai dire che hai fallito. Mai. Nemmeno off-camera, nemmeno quando sei solo in bagno fuori set, luce al neon, faccia smontata, fine giornata, zero applausi e, sì, hai lasciato il set prima un paio di volte per vedere se riacquisivi la corretta erezione (cit.).

Il fallimento non esiste. Esiste l’insuccesso.

Insuccesso: il successo non si è concretizzato. Take annullato. Scene non utilizzabile. Materiale archiviato. Fine.

Fallimento: performer non affidabile. Problema strutturale. Soggetto segnalato. Non gli si alza mai! E lì cambia tutto.

Perché il fallito diventa catalogazione. Metadata. Come in banca. Bordino invisibile. Flag interno. Profilo rischio alto.

Lo stesso marchio morale delle campagne AIDS anni ’80, terrorismo visivo puro, viola addosso come lettera scarlatta fluo. Ve la ricordate, sì!

Come i molestatori sessuali nei quartieri americani — registrati, mappati, notificati — anche prima di Trump, perché non è che ora di quanto in vacca quel paese abbia il cervello diamo solo la colpa a Rossomalpelo, e pure maltinto.

Che poi, vedi che i proverbi hanno ragione? “Quello è rosso, è figlio alla strega, accoppiamolo!” (cit.)

Il fallito è taggato. Indicizzato. Ricercabile coi forconi sotto la casa. L’insuccesso invece è solo una scena venuta male. Reset. Nuovo ciak.

Tu comunque “fallisci” perché entri in produzione senza storyboard mentale. E non ho detto trama che nel porno non serve, anzi.

Non sai: dove va la camera, chi tiene il ritmo, quanto dura la scena, che cazzo stai girando. Vai a sentimento, handheld tremolante, improvvisazione totale, un porno-Dogma svedese da due lire dove sei convinto di essere Colombo, Tesla, Majorana, Guevara o il messia del long take esistenziale mentre in realtà stai facendo porno amatoriale senza luci, senza audio, senza liberatoria firmata.

Colombo almeno aveva sponsor ricchi, tipo regnanti e cardinali porci. Tesla aveva ossessioni certificate. Majorana tanto era visionario che se lo sono rubato di notte. Tu hai entusiasmo e tre tutorial visti alle due di notte, oraversario della scomparsa di Majorana.

Non è visione. È mancanza di pre-produzione.

E allora inizi il casting delle opinioni. Genitori. Amici. Consulenti da backstage. Gente che davanti ti fa i pompini per dire di fartelo venire duro e dietro spera nel tuo blooper definitivo.

Cioè tipo “Ah-ah… adesso sta tutto così infregolato che due secondi e BAM si rovina la scena da solo!”

Lo fanno, lo fanno… chiedete a Siffredi le bastardate che gli combinava Clark sul set. Non Clark Gable, Christopher Clark – che era tipo di Frascati, mi sa.

Tutti registi. Nessuno responsabile del montaggio finale. E tu performer emotivo che cerca approvazione invece di continuità di scena.

Poi arriva il primo problema tecnico. La realtà non segue lo script mentale. La performance cala. Non entra il timing. E tu — panico — cambi tutto in corsa.

Nuovo set. Nuova posizione. Nuova strategia. Hard cut continuo. Distruggi la continuità narrativa del progetto come uno che interrompe la scena ogni trenta secondi urlando STOP senza sapere perché. Molto spesso perchè senti che sta smettendo di tirarti.

Ed entrano i malintenzionati. Quelli da produzione parallela. Quelli che ti sequestrano usando la carta di una caramella come esca. Quelli che vedono il performer in crisi e partono con upgrade, coaching premium, soluzione definitiva, pacchetto salvezza.

Fatturazione immediata. Risultato zero. Quando bastava fare pre-produzione.

Sederti. Solo. Tavolo vuoto. Piano di autofattibilità. Location. Budget. Durata. Resistenza fisica e mentale del performer — cioè tu.

Fai la mappa. Livello istruzioni da supervergine per imbecille dabbene, di quelli massimamente preda di qualsiasi malintenzionato sia disposto a sequestrarti usando la carta di una caramella come esca.

La mappa non si condivide. Materiale interno. Uso produzione. E non parlare del progetto.

A meno che tu non sia in grado di spiegare a quel qualcuno in 30 minuti tutto, dalla A alla Z investendo 25 minuti di tempo sulle criticità e solo 1 sulle probabilità di roseo avvenire, rendite milionarie, puttane sopra casa tua a comando e schiavi che ti portano il portaspiccioli perchè tu non vuoi nemmeno portarti dietro quello.

I 4 minuti che restano sii educato, chiedi come gli gira la vita a quello che ti ta ascoltando, fingi di interessarti di lui, vedi va tutto bene? Non per lecchinaggio, ma per costruire un ambiente sano.

Quei quattro minuti sono filler. Tappezzeria sociale. Rumore ambiente. Servono comunque. Perché nessuno vuole lavorare con uno che occupa l’inquadratura sempre e solo lui.

Poi arriva il momento critico. Le cose sembrano andare male. STOP. Freeze frame.

Quanto tempo è passato davvero? Una stagione? O ventidue minuti dall’inizio delle riprese? Perché magari non è un disastro. Sei solo al primo take.

Io ho iniziato così. Litigando allo specchio come rilettura personalissima post-performance. Autointervista aggressiva, ma aggressiva forte. Debriefing. Analisi errori.

Ti metti là, performer e regista insieme, e ti dici la verità senza romanticismo. Niente distruzione del set però. Niente sedie nei reni.

Lo specchio rotto manda tutto fuori tempo per tipo sette anni. Regola di produzione universale.

E ultima cosa. Se una roba sembra irrealizzabile, probabilmente non è fallimento. È che hai ignorato il disclaimer: Don’t try this at home.

Non sei fallito.

Sei solo un poveraccio con uno scarsissimo senso della realtà

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