Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Raccontaci del tuo paio di scarpe preferite e di dove ti hanno portato.

Il pensiero seguente, all’epoca, mi ossessionava: devono essere impeccabili le scarpe, se vogliono portare in giro un’anima che inciampa solo per scelta.

Gli anfibi, modello Cult. 

Due chili ciascuno. Dichiarazioni di guerra con i lacci, piuttosto che scarpe. 

Li sollevavi e sentivi la gravità prendere appunti – ancora per poco, mi ripetevo. Li indossavi e il pavimento diventava una maledizione temporanea. Che avrei volato, lo sapevo.

Avevano una punta rotonda, quasi materna. Una rassicurazione geometrica. Nessuno immaginava la placca di ferro nascosta dentro, la pazienza metallica pronta a ricordare che ogni carezza può avere un retro tecnico. Non potevi entrarci in banca con papà, ovvio. Ma potevi attraversare certe hall come una sentenza.

Calpestare era un verbo sempreverde. E c’erano pomeriggi tediosi in cui qualcuno chiedeva di essere ridotto a rumore sordo sotto quella punta educata. O sotto il tacco squadrato, maschile. La noia si scioglieva in un ritmo elementare. Tac. Tac. Tac. La suola imparava il nome delle ossa. Di ognuna di loro.

Le chiazze di vomito dei bagordi notturni si arrendevano docili a una pezza umida. Le mie scarpe tornavano nere, lucide, irreprensibili. Come se nulla fosse passato sopra di loro. Come se nulla avesse implorato sotto la suola.

Cinque buchi di altezza. Cinque fessure dietro cui infilare segreti. Non era mai difficile far scivolare dentro un trattenimento chimico, una coccola psicoattiva, una consolazione tascabile, qualcosa che dal marciapiede potesse arrivare discreto fino al bagno di un locale. 

Gli anfibi non giudicano. Custodiscono.

E quando incontravo certe persone, più adulte, più tremanti, attratte in modo quasi religioso dalle poche candeline sulla mia torta, le mie scarpe diventavano caveau. Blister, unguenti, profilattici. Ogni sozzura trovava posto tra la lingua e il tallone. 

All’uscita, i soldi guadagnati riposavano dove prima celavo promesse.

Camminavo e sentivo il peso. Due chili per piede. Quattro chili di intenzione. Il mondo non era più una superficie, era un materiale da attraversare. Ogni passo un battito di cuore.

L’alcool addormentava il super-io mentre gli anfibi accompagnavano fuori Es. Sapevano dove andare. Sapevano cosa schiacciare. Sapevano cosa portare indietro, con me.

E soprattutto sapevano che la dolcezza, quando serve, può avere un altro imene di ferro, nascosto chissà dove.

Eva Adika è uno pseudonimo scelto dopo aver lasciato la città in cui è cresciuta, quando uno scandalo troppo rumoroso per essere dimenticato l’ha resa adulta troppo presto. Coinvolta, insieme a un’amica, in un ambiente di uomini molto più maturi e molto più protetti di lei, ha imparato presto quanto il potere sappia vestirsi bene.

Da allora ha trasformato il corpo in linguaggio e il linguaggio in corpo: pratica performing erotico e scrive un blog autobiografico in cui racconta, con tono dissacrante, gli anni in cui divideva il liceo da occupazioni molto meno didattiche.

Oggi vive in Francia, dove cura progetti di sensibilizzazione scolastica sui rischi della dipendenza da pornografia e sulle fratture sociali che l’industria del porno può aprire nei giovanissimi. Scrive per non lasciare che siano altri a farlo al posto suo.

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8 risposte

  1. […] blog di DomenicoMortellaro un post che verte sugli anfibi – che adoro indossare tuttora – e in cui ci trovo cose […]

  2. Avatar gattapazza

    Mannaggia anche io sono più di trent’anni che li indosso persino ora che sono una signora attempata mai pensato a nulla di erotico, li trovo comodi e si’ mi danno l’idea di stare ben piantata sul terreno.
    Ho grande invidia delle donne che sanno portare i tacchi, per me sono l’anticamera del centro di traumatologia 😊

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Come per me gli occhiali da presbiopia… Non mi sono an core abituato e mi alzo dalla scrivania già cadendo

      1. Avatar gattapazza

        Sono miope per cui ormai sono invidiata da tutti perché non uso gli occhiali per leggere , ao’ na fortuna da vecchia me la volete lascia’ 🤣

  3. Avatar guido arci camalli "hurriya"

    Volevo dire bravo.. grande

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Gracias!

  4. […] pornodivi veri. Non ospiti vaghi. Non “attori”. Pornodivi verificabili con pagine blu spuntate: Eva Adika e Bobby Legrand. Italiani. Giovani. Zii cool che quando si parla di porno fanno sempre […]

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