Stai scrivendo la tua autobiografia. Qual è la frase di apertura?
Il prompt chiedeva: quale sarebbe un titolo sincero per la tua autobiografia.
Io volevo scrivere qualcosa tipo
“L’intelligenza incompresa”, tipo il film dove quello muore male, triste e solo da morto tutti si accorgono che lo hanno trattato come una merda e non se lo meritava,
oppure
“Controvento”,
o un’altra di quelle minchiate da retrocopertina Feltrinelli che piacciono agli ex promettenti.
Poi ho pensato alla mia vita reale.
La parola sincero.
E niente.
La verità è che ogni volta che stavo per vincere qualcosa — non simbolicamente, proprio vincere —
mi è scappato da cacare.
Da quando è successa quella cosa — sì, quella, non rifaccio la storia, recuperatevela cliccando la frase perché io non ho più voglia di spiegarmi — uso questa espressione come una vera e propria, assoluta, categoria sociologica.
Funziona sempre così.
Il mondo finalmente gira come deve. Le persone fanno quello che avevi previsto. Le traiettorie convergono.Convergono pure bene.
Tu dici contentissimo “eccellente, eccellente” (cit.)
Tu sei lì che stai facendo la cosa giusta al momento giusto.
E poi BAM. E il BAM non sei tu che fai una cappellata ma qualcun altro o altra che ti da quella cappellata, cioè tecnicamente ti percuote con robe con cui non dovrebbe e ti mescola le carte.
Colon esistenziale.
Emergenza biologica dell’anima.
Devi mollare tutto.
Spegnere. Correre. Chiuderti. Sudare. Espellere.
E poi pulirti pure.
Perché puoi pure fallire, ma nel mondo non ci torni col culo sudicio.
E mentre ti pulisci, intanto, la vita chiude quella porta.
Successe all’Università.
Dottorato, progetti, pubblicazioni, illusioni meritocratiche — quelle robe che ti raccontano mentre ti infilano lentamente dentro una fila lunga quindici anni, piena anche di gente più ciuccia di te ma genealogicamente meglio posizionata.
Io pensai: chissenefrega, concorro.
Poi per un anno nessuno pubblicò più niente di mio.
Silenzio editoriale nazionale.
Finché un direttore di rivista, tono da confessionale, mi telefonò.
Credo sia stato l’unico che decise che ero un incapace – nel senso proprio un ingenuo cosmico – e si disse che non voleva circonvertirmi – la parola giusta per il verbo della circonvenzione è questo non circoncidere o circoscrivere… oltretutto fare una circoncisione a un incapace mi sa che è un reato più grave.
Comunque, quello chiamò, brav’uomo.
«Ma davvero non hai capito? Abbiamo ordine di non pubblicarti. Se fai titoli freghi quello o quella al concorso. Non ci mettere in imbarazzo.»
Sì, pure. Dovetti pure scusarmi.
E niente.
Mi è scappato da cacare.
Non quella liberatoria.
Quella acida. Quella che brucia mentre capisci come gira davvero il mondo.
Poi la birreria.
Locale pieno. Funzionava. Richiamo. Soldi veri.
Io che tecnicamente potevo dire: gestisco una birreria di successo.
Solo che fuori la vita si stava rabbuiando e dentro mi stavo lentamente suicidando lavorando.
Nel frattempo si apriva una strada sentimentalmente più interessante.
Scelsi quella, perchè le due cose non erano sovrapponibili.
Successo imprenditoriale → pausa bagno esistenziale.
E niente. Mi è scappato da cacare pure lì.
(Alcune cacate, va detto, sono perfino appaganti, dopo, ma comunque chiudono una porta.)
Poi il provino.
Sì.
Quello, ci siamo capiti, non fatemi essere esplicito.
Accompagnavo un amico fissato.
«Dai, già che ci sei prova pure tu.»
In effetti, già che c’ero, dissi, ma va, quasi quasi, pure io provo – all’epoca però ancora non la studiavo accademicamente, quella roba dei film in cui stanno tutti nudi a fare robe e dirsi robe non da galateo, ma peggio, quella roba la guardavo per divertirmi e la provinante peraltro era un volto noto per cui, diciamo, fossimo stati ai tempi di oggi, sai il content!
L’imperatore del porno del giorno, quello,o che alzava o abbassava il pollice dopo che si era pugnato nell’arena di quel materasso, disse che andavo bene.
E proprio lì — momento sliding doors — sentii mia madre.
No, più le due nonne. E pure l’unico nonno.
E lo diddi, lo dissi davvero:
«Guardate, vi chiedo perdono… ma non posso dare questo dispiacere a mia nonna.»
Silenzio glaciale.
No, niente morti tipo i gatti per giustificare i compiti o gli zii che non esistono. Dissi “Non posso darle questo dispiacere” senza manco rendermi conto di quello che dicevo, tipo dire a tutti quelli che stavano davanti “che merda di gente che siete e che diventerei a fare la vostra vita!”
Io lì che mi rivesto mentre realizzo di aver appena insultato professionalmente tutta la stanza senza volerlo e sento, la sento.
Indovinate!
La moffetta che fa capolino dalla tana del backward, del giardino di dietro.
Mi era scappato da cacare.
Pure ancora prima: concorso 1 da Vice Commissario. Concorso 2 Forestale, Maresciallo.
Studi fatti. Strada pronta. Pure le prove fisiche: un mazzo così – non lo vedete ma fidatevi.
Poi la vocina:
“Ma tu che cazzo c’entri con quelli che a Genova spaccavano teste sotto gli occhi di tutti?”
E niente. Non mi presentai. Maledetto comunista del cazzo che sei!
E dopo?
Reinventarsi.
Consulente. Storico delle mafie pugliesi. Criminologo. Sociologo.
(Meno male che sono felicemente sposato se no, sai sui siti per gli adulteri, quando dici che fai: criminologo, scappano tutte: “Questo è pazzo, è figlio alla strega, accoppatelo!” (cit.)
Comunque: Consulente. Storico delle mafie pugliesi. Criminologo. Sociologo.
Quelle definizioni che appaiono sotto il tuo nome quando vai in TV e la gente pensa che tu abbia sempre saputo cosa stavi facendo.
Spoiler: no. Era solo l’effetto post-cacata.
Perché la verità è questa — ed è per questo che quello è il titolo giusto della mia autobiografia:
Io non mi autosaboto. Tranne quando scrivo di me.
Nella vita arrivo quasi sempre dove volevo arrivare.
Solo che, puntualmente, quando tutto combacia,
quando sto per infilarmi nella versione vincente della mia esistenza…
mi scappa da cacare.
E dopo — sempre — esci stremato, svuotato, leggero.
Ti sistemi. Respiri. Riapri la porta.
E dici: Oh, seh!”
E pure, tipo:
“Dove eravamo rimasti?”
