Se potessi bandire permanentemente una parola dall’uso generale, quale sarebbe? Perché?
Giorno imprecisato.
L’aria puzza di plastica bruciata e culo lavato male.
La parola che cancellerei dal vocabolario è “caro”.
Il “caro” da smemorati cronici.
Il “caro” lanciato come preservativo usato sopra un nome che non ti ricordi.
“Caro”
Caro un cazzo.
Se non ti sovviene come mi chiamo, io nella tua mappa neuronale valgo meno della password del Wi-Fi del bar sotto casa. Sono un contatto salvato come “Forse Marco Palestra?”. Sono un backup corrotto.
“Caro” è la vaselina dell’imbarazzo.
O il deodorante spruzzato sull’alito della dimenticanza.
Affetto in saldo, comunque: due al prezzo di zero.
Una persona cara è una persona che ti smuove l’intestino emotivo, regala di solito un lieve microrganismo mnemonico tattile. E non una di cui ti sfugge il nome come una loffa in ascensore. Caro è il sorriso imbarazzato quando sei con un’altra persona in ascensore e ti scappa la loffa.
Se non sai chi sono, chiamami “Oh”.
Chiamami “Ehi”.
Chiamami “404 page not found”.
Ma non infilarmi un “caro” addosso come un accappatoio di spugna rubato in hotel. No, no e poi no!
Lo concedo solo al delirio letterario, solo al teatro dell’assurdo, solo a un racconto che si intitola Ho Magalli in bocca mia non riesco a dirlo – e se non l’avete letto, poveracci che vi siete persi!
Lì il linguaggio è già un’orgia di nonsense, lì tutto è concesso.
Nel mondo reale “caro” è appena appenauna marchetta emotiva, pure in forma di sveltila post prandiale.
Giorno dopo.
L’epidemia continua: “bella persona”.
Ossia la locuzione più codarda del vocabolario occidentale.
“Era una bella persona.”
Traduzione simultanea:
“Non ho le palle lessicali per dire cosa penso davvero di quel poveraccio di cui mi chiedete.”
“Bella persona” è il cerotto coi Puffi quando hai sessantatré anni e vogliono rattopparti il femore.
Il fondotinta sulle necrosi o il clistere di formaldeide per non far puzzare i “cari estinti” esposti durante le veglie funebri del cazzo.
Il condono edilizio applicato alla cappella funebre della personalità.
La usi quando uno hai in testa per quella persona nefandezze indicibili ma adesso è morto e vuoi sembrare superiore.
La usi quando non sai sintetizzare il casino umano che avevi dentro verso quella persona e preferisci chiuderlo in una scatola di biscotti danesi ammaccata chiamata “Decoro”.
O quando di quella persona te ne fregava così tanto immensamente che non sapevi assolutamente nulla di lui. Ma due parole in pubblico le devi dire. E “bella persona” come pompinetto a gratis viene comoda e veloce.
E soprattutto la usi quando l’interessato non può più risponderti.
Persona che ERA una bella persona.
Passato remoto della complessità.
Assoluzione postuma.
Ipocrisia imbalsamata.
Facile fare i generosi quando l’altro è sotto terra!
UnaÈsupposta carità, proprio supposta dimensioni zeppelin, con annessa ricevuta fiscale su carta non termica.
Giorno della proiezione serale.
Scena di morte.
Lui sta morendo. Di solito sta crepando davvero male già di per suo.
Lei piange. E ci starebbe, per carità.
Fino a quando, però, non arriva la frase:
“Non farmi questo.”
o
“Non puoi farmi questo.”
Ma cosa, esattamente?
Sta morendo, non ti sta bucando le gomme.
Il morente lì sta affrontando finalmente nella sua vita l’unico evento davvero totalizzante della sua intera esistenza, e tu lo trasformi in un dispetto personale. Ora, solo ora ha modo di assaporare davvero cosa significa trapasso, cosciente che ogni secondo è davvero perso, ogni emozione è irriproducibile. Ora, solo ora ha bisogno davvero di un momento di pura e assoluta mindfulness della dipartita e tu, invece, gli appioppi addosso una di quelle sentenze da senso di colpa perenne.
“Non farmi questo.”
Come se stesse firmando le dimissioni dalla vostra storia per ripicca.
Come se avesse detto: “Sai che c’è? Oggi schiatto così impari.”
Pornografia emotiva a basso costo.
Ricatto affettivo con colonna sonora.
Lasciagli la sua morte.
Cazzo non ne avrà un’altra: è l’unica cosa davvero sua.
Non farne una questione di ego, del TUO fottuto ego.
Invece no: creperà senza essersi assaporato davvero il momento e senza poter chiedere rimborso perchè d’un tratto hai deciso di ricordargli che “non puoi farmi questo!”
I dialoghisti che hanno partorito quella frase dovrebbero essere costretti a riscrivere necrologi per l’eternità. Attaccati a quelle macchine che in set per adulti BDSM vengono chiamate f#ck1ng m4chin3s e che altro non sono che dei dildoni attaccati a complicati e vintage sistemi biella e manovella governati elettricamente con dimer e altre amenità di modo che ci sia sempre una cosa di solito grossa e mal lubrificata che ti viola a velocità e pressione variabile – mai da te governata.
Per chi vuole approfondire, c’è amplia traccia in quasi tutte le scene di apertura dei film di Burton, ovviamente ben mascherate.
E poi ci sono le parole che salvo.
Esoftalmico.
(sì, esoftalmico, tipo la coppia di occhi della Meloni, esatto, avete indovinato)
Parole dure. Secche. Industriali.
Non ti promettono niente.
Non ti coccolano. Non ti chiamano “caro”.
Sono affidabili come un interruttore di emergenza.
Sono inequivocabili come un codice rosso.
Le uso come parole di sicurezza nei giochi di ruolo dal vivo più spinti con cui ogni tanto e in gran segreto incontro altri fanatici di giochi di ruolo per amenità le più varie. Qualcuno diceva che i Giochi di Ruolo allontanavano dalla perdita ella verginità – ma non sono così d’accordo.
Perché quando dici “Bachelite” nessuno pensa che sia un vezzeggiativo.
Quando dici “Esoftalmico” l’universo frena, inchioda, si ricompone.
Sono parole che non si vergognano di essere tecniche.
Non cercano approvazione.
Non fanno le ruffiane.
E nel mondo capasotto di quei pochi di ruolo, quando le cose si fanno dure, c’è sempre bisogno di una espressione inequivocabile.
