Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Non è cominciata come una provocazione.

In realtà è cominciata come un dettaglio riletto di notte, con quella curiosità impersonale che hanno le cose quando riguardano gli altri. Sempre gli altri. Io lo avevo appuntato sulle note dell’iPhone quel pomeriggio, All’Oxy.

Le fialette di collirio svuotate con una siringa sottile.
Risciacquate con cura.
Riempite di vodka limpida, filtrata, senza odore.
Due gocce per occhio. Ogni mezz’ora.
La sclera come una frontiera morbida. Le mucose assorbono senza mediazioni, dicevano. E niente che venga fuori nel palloncino.

Poi l’altra pratica, descritta con precisione quasi medica.
Più interessante perchè associata alla parola lento rilascio – tipo gli antibiotici a pillola grossa.
Assorbenti interni saturati d’alcool forte, calibrati perché non perdano liquido, inseriti al loro posto, quello giusto, per un rilascio costante. Nessun passaggio gastrico.
Nessun bicchiere. Solo una diffusione lenta, invisibile.

Non c’era eroismo nei racconti.
Nemmeno eros.
Solo metodo.

Quello che lo ha trattenuto non è stato il disgusto.
Mai il disgusto, mai la morale.
La coerenza dell’idea: il corpo come superficie tecnica.
Un sistema con ingressi alternativi.

Eh, però, il cazzo – realmente – e che io non ho un posto dove infilarmi un Tampax.

Non ha comprato niente.

Ha preso una bottiglia dalla credenza.
Ha scelto stampi stretti, cilindrici.
Ha versato il rosolio in preservativi chiusi con nodi irregolari.
Chi parla di sodomia è un moralista!
Tecnicamente quel buco è l’unico se non vuoi passare prima dallo stomaco e rischiare il palloncino, no?
Li ha allineati nel congelatore, tra il ghiaccio e i piselli surgelati.
Dieci forme opache, leggermente inclinate.

Il freezer ha lavorato tutta la notte.
Un ronzio costante.
Un processo che non richiede supervisione.

Al mattino li ha controllati uno a uno.
Compatti. Marroni.
Un marrone denso, quasi scuro. Non il rosso brillante dell’etichetta.
Non qualcosa che suggerisca festa.

Adesso ne tiene uno in mano.

Il lattice ghiacciato scricchiola appena. Il freddo è netto.
Attraverso la superficie sente la rigidità del cilindro.
La dimensione: cazzo, se è grosso!
Sulle prime sembra ripensarci.
Poi ci ripensa di nuovo, al fatto di ripensarci.
Si può fare! (cit.)
Poi, di nuovo, più piano: si può fare, dai: dovrebbe sciogliersi, scivolare, non fare attrito.
Vabbeh, ora lo scarto e…
Pensa al calore interno, alla resa inevitabile del solido.
Alla trasformazione.
Due minuti poi andrà tutto meglio.

Gli amici suonano.
Una volta. Poi ancora.
Scendi e porta dieci euro sfuse, per il fumo.

Allora ecco che compare la variabile che non aveva considerato con sufficiente precisione: il colore.
Non i dieci euro sfusi, non il fumo.
Quel colore.
Marrone.

Se si scioglie troppo presto.
Se il liquido trova una via d’uscita.
Se cola.

Marrone.

Che forma prenderebbe sulla stoffa?
Che lettura immediata offrirebbe il retro dei pantaloni sotto la luce dei neon del locale? Una chiazza scura, irregolare, tiepida.
E tornato a casa? Nella cesta dei panni sporchi?
Domani, con sua madre?

Non è una questione morale.
Più una faccenda ottica.

Un tappo di sughero è da escludere.
L’idea stessa gli appare improvvisamente ridicola, teatrale.
Troppo visibile. Troppo dichiarata.
Quella sì, umiliante

Tiene il polaretto osceno per qualche secondo di troppo. Il lattice inizia a velarsi di umidità. Una goccia scende lungo il polso e si ferma al bordo della mano.

Il campanello suona ancora.
Scendi.
Porta dieci euro sfuse.
Il fumo.

Non è l’effetto che sta valutando.
Ma la gestione dell’imprevisto.
La distanza tra un esperimento teorico e una macchia concreta.

Resta fermo nel corridoio, con il freezer aperto alle spalle e il freddo che si disperde sul pavimento.

Il polaretto continua a sudare dentro la plastica.

La conversazione da cui prende forma questo episodio è stata ascoltata in attesa del proprio turno all’All’OxyBar, smart shop biellese dove si praticano inalazioni di ossigeno aromatizzato e si scambiano, con tono piano e lessico tecnico, informazioni su usi e intrecci di sostanze perfettamente consentite. Nella saletta le frasi circolano senza enfasi. Restano sospese, come se non appartenessero del tutto a chi le pronuncia. Ogni tanto, a distanza di tempo, qualcuno dei presenti finisce dentro episodi spettacolari, fumettistici e definitivi — voli dal nono piano, esplosioni domestiche, folgorazioni.
Non è mai chiaro se si tratti di coincidenze, deviazioni personali o semplice statistica.

Questa conversazione, a quel che ci è dato sapere, si è fermata prima.

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