Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

[
[
[

Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

]
]
]

Bari la sera luccica come un frigorifero aperto alle tre di notte.

I ragazzini escono profumati di deodorante economico e aspettative sbagliate.
Hanno gli occhi accesi, le mani che tremano per la prima birra, e poi la seconda, e pure la terza.
E gli shottini. E qualcuno la cannetta.
E qualcuno il tiretto alla bottiglia, dice il crack – non ci capisco molto, io.
Ridono troppo forte, dice.
Si baciano male, pure.
Si spingono. Si filmano.

Qualcuno vomita dietro una Panda – ci sta sempre, una Panda.
Qualcuno si infila in una macchina che non dovrebbe – la guida uno della mia età, ma non sono io e nemmeno un altro genitore designato. Qualcuno impara una parola nuova: debito. Con qualcun altro che ha la stessa età, ma di mettere fa lo spacciatore.

E poi i giornali scrivono.
I giornali ci ricamano sempre, sopra.
Conviene dirci così.

Alcool.
Droghe.
Bullismo.
Sesso gestito come una partita a Fortnite senza tutorial.
Sesso a soldi con gente della mia età – sulle chat della scuola c’è scritto per comprarsi la borsa di Gucci perchè la mamma la sua non la presta.

E la domanda arriva come un ceffone in faccia:

Dove sono gli adulti?

Io sono sul divano.
Io mi alzo dal divano, però, quando c’è da andarli a prendere.

Ho le pantofole.
Ho la televisione accesa senza guardarla.
Ho il telefono in mano.

Ogni tanto mando un messaggio:
“Dove sei?”
“Tutto ok?”
“Non fare tardi.”

“A dopo.”

Mi sembra di aver fatto il mio.
Andiamo, ho fatto il mio!

Mio figlio è uscito alle nove.
Si è messo il giubbotto nuovo.
Ha detto: “Tranquillo.”

Io l’ho detto: “Stai attento.”

Formula magica da genitori medi.
Stai attento.
Come se bastasse dirlo per creare uno scudo invisibile attorno a lui.

Quando la scuola chiama, invece, io mi irrigidisco.

“Ha risposto male.”
“Era distratto.”
“Lo hanno visto fumare.”

Allora mi trasformo.

Non in un padre.
In un avvocato.

“Ma siete sicuri?”
“Lo provocano.”
“Sì, è un periodo.”

Non lo difendo perché credo sia innocente.
Lo difendo perché se è colpevole, allora forse lo sono anch’io.

E io non ho voglia di guardarmi allo specchio.
Non nudo coi miei difetti, almeno.

Siamo cresciuti negli anni Ottanta, noi.
Ci hanno detto che il mondo sarebbe migliorato da solo.
Che bastava essere meno severi dei nostri padri per essere migliori.

Io non urlo.
Mica tiro ceffoni.
Non faccio paura.

Parlo. Spiego.

Negozio orari come fossi in Parlamento o a quei tavoli sindacali, avete presente?

Solo che lui ha quindici anni e il mondo fuori è un luna park con i fili scoperti.

Quando succede qualcosa di grosso — un ricovero etilico, un giro di soldi sporchi, un video che gira — io lo cerco, il mostro.

I social.
La musica.
La città.
La società malata.

Deve essere per forza colpa di qualcosa di grande.

Perché se il mostro è grande, io sono piccolo.
E se sono piccolo, mica potevo farci niente.

Ma la verità è più brutta.

La verità è che spesso non ero lì.

Ero in casa. Ma non ero lì.

Facevo domande senza ascoltare le risposte.
Guardavo senza vedere.
Dicevo “ti voglio bene” come si dice “ciao”.

In Twin Peaks Laura Palmer muore e tutti si chiedono chi è stato.

Ma nessuno si chiede dove erano gli adulti quando lei tornava a casa con gli occhi spenti.

Io non voglio una Laura Palmer in casa mia. Per questo faccio finta che vada tutto bene. Meglio cieco che terrorizzato.

Cappuccetto Rosso passa sempre dal bosco.
E nel bosco il lupo fa il lupo.

Io questo lo so.

Ma io?

Io sono in cucina che lavo un piatto già pulito.
Guardo l’orologio.
Penso: “Tanto è una fase.”

E intanto fuori Bari brilla.

I ragazzi bevono.
Si amano male. Si sfidano.
Crescono a tentoni.

Io aspetto che lui torni.

Quando sento la chiave nella serratura mi si stringe lo stomaco.

Entra. Ha gli occhi lucidi. Dice: “Tutto ok.”

Io annuisco.

Non controllo troppo.
Non voglio trovare niente.

Perché se trovo qualcosa, poi devo fare il padre davvero.
E io sono solo un genitore normale.
Ed è questo che mi fa paura.
Il mostro, forse, non è solo fuori.

Forse, sta nella mia normalità.

Nota di redazione

Se una lettera come questa – anche anonima – fosse arrivata in redazione dopo i giorni di articoli dedicati alla movida barese e al disagio degli adolescenti, raccontato tra abuso di sostanze, sessualità mal gestita e contiguità inquietanti con la criminalità, si potrebbe forse tirare un sospiro di sollievo, sia pure moderato. Riconoscere un problema, infatti, è già un primo passo.

Peccato che, a oggi, in nessuna delle redazioni baresi, nemmeno in forma anonima, sia arrivata una lettera così.

,
4

4 risposte

  1. Avatar Ciano

    Mi ci rivedo in quel padre… E fa male. Ma insegna.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Almeno stai riconoscendo un problema

  2. Avatar Elisa

    Mi sa che non si stava meglio quando si stava peggio…adulti che facevano gli adulti indossando maschere a coprire fragilità inconfessabili e giovani che facevano i giovani di nascosto, creando dei doppi, uno accettabile e l’ altro indicibile, se non altro per paura.
    Ora come allora giovani e vecchi tutti alle prese con quel vuoto amaro al centro del petto. Da stordire nascondere coprire riempire. Ora come allora, come sempre da sempre, soli e confusi, affamati di qualcosa che dia senso profondità e gusto alla vita.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Era diversa solo la frequenza con cui potevi imbatterti in una situazione che offrisse tentazione e pericolo – come giovane. Per questo sembrava un posto più sicuro.

Rispondi

Scopri di più da quindi, sì, nudo e crudele

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere