Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Se avessi il potere di cambiare una legge, quale sarebbe e perché?

DIARIO DELLE INTENZIONI NON MANTENUTE

(oggi la legge mi ha chiesto i documenti e io le ho dato i denti)

Mi chiedono quale legge cambierei.

La domanda ha le unghie sporche.

Gratta dietro l’orecchio del pensiero.

Io non cambierei la legge.

Io sarei la legge.

Con timbro, saliva, eco.

Io in piedi. Io sdraiato. Io con la bocca piena di chiodi di garofano.

Sssssss.

Da piccolo volevo fare Erode.

Non la pecora. Non la stella cometa col filo che si impiglia.

Erode.

Mi dissero: “Fai il narratore.”

Io dissi: “Allora mi viene la cacarella.”

La maestra sbiancò come un’ostia lasciata al sole.

Erode stermina i neonati, dissero. Erode non ci sta, nel presepe.

Appunto, dissi io. Almeno decide. Almeno si impone.

Già allora avevo capito che preferivo essere il problema.

Se potessi — e posso sempre, dentro la testa che ronza — abolirei l’ingiustizia.

Vietata la diseguaglianza.

Non la favola delle cassettine uguali davanti al muro.

Perché poi c’è sempre il nano.

Il nano che non vede.

Il nano che resta sotto.

Quel cazzo di nano che anche con la cassetta resta fuori dallo spettacolo e guarda il muro come fosse Dio.

Io non sopporto i muri.

Non sopporto i nani.

Non sopporto me quando sono più alto di qualcuno.

Il nano deve vedere.

E quel cazzo di nano deve vedere.

Se serve abbasso il muro.

Se serve abbasso il cielo.

Se serve spacco le ginocchia ai giganti.

Equità è una parola che deve sanguinare da quanto è vera.

La proprietà resta tua.

Io non sono un ladro, sono un contabile isterico.

La tua ricchezza non può superare di venti volte quella della persona più in difficoltà che ti vive addosso.

Addosso.

Come una zecca.

Se sei troppo ricco ti gratto via un po’.

Se sei troppo povero ti sollevo.

Io sono la livella con la febbre. 7, 14, 21, numeri che marciano.

Le tasse. Le tasse sono il sangue che tiene acceso il corridoio.

Non vuoi pagarle? Non pagarle, sta bene.

Io annoto.

Poi una notte perchè c’è sempre la notte — ambulanza, neon, odore di plastica e paura — tu arrivi in ospedale di notte. Al buio.

Io so che non paghi.

Prima paghi. Poi ti curo.

Non è crudeltà. Pedagogia con l’ago grosso.

E la scuola. La scuola la paghi con le tasse.

Non le paghi?

Tuo figlio a scuola ci va lo stesso.

Io non punisco i piccoli per la miseria dei grandi.

Ma te la faccio pagare tutta.

Ogni banco. Ogni sedia.

Ogni stappo di carta igienica a prezzo di dieci rotoli interi e puliti.

Così impari cos’è pubblico quando ti costa più del privato, stronzo.

Sssssss. Ora il gesso scrive da solo.

Il voto non è universale.

È umano o non è.

Esame di umanità.

Tu e altri. Diversi.

Colore. Capelli, vestiti. Preghiera. Buchi del corpo che ti piacciono e non gli piacciono.

Stanno un poco nella merda quelli — non morte di peste, ma disagio che puzza.

Se non sei umano, il tuo voto vale uno.

Ma al contrario.

Tu voti odio? Io lo ribalto.

Tu voti paura? Io la sterilizzo.

Io sono il correttore automatico della tua cattiveria, cazzo.

Libertà di parola totale.

Parla. Scrivi. Sputa.

Ma se dici bugie vere — non opinioni, proprio bugie con gli stivali —

tipo che uno è stato ammazzato da otto poliziotti mentre aveva un telefonino in mano

e tu dici che aveva una pistola

per proteggere il tuo branco di certezze, allora basta.

Non lavori più. Non in tv, non al giornale, non al teatro.

Non lavori proprio: nemmeno facchino, sciuscià, barbone.

Nudo.

Petto e di sotto al vento, così la faccia come il culo la vediamo intera.

La verità non è un optional, è un organo.

Io sarei un dittatore giusto.

Giusto.

Giusto.

Il termosifone ride. Dice che tutti i dittatori dicono così.

Smettila. Io metterei ordine.

Simmetria. Pulizia.

Niente più nani sotto il muro.

Niente più ricchi sopra il soffitto.

Niente più bugiardi vestiti bene.

E sareste tutti un poco più contenti.

Se io fossi Erode dittatore.

Lo penso davvero.

Poi però guardo il lavandino.

Non riesco a governare il lavandino.

Le carte mi inseguono come piccioni isterici.

Io non riesco nemmeno a impormi di tacere quando sto per dire una cattiveria inutile.

Forse non voglio giustizia.

Forse voglio non sentirmi piccolo.

Forse voglio che nessuno mi faccia muro.

Forse voglio alzare me, non il nano.

La legge sarei io.

Sì.

Ma io non riesco nemmeno a comandare il mio cazzo di respiro.

Sssssss.

Devi finire.

Devi smettere.

Massimiliano Cimarrusti (1949), conosciuto per brevi periodi artistici con provocatorio nome d’arte Massimilculo Caldarroste, internato a Reggio Emilia in un Ospedale Psichiatrico Giudiziario, fu liberato dopo la legge 180. Mai pericoloso, divenne leader della punk band KGB, urlando contro muri e metafore. Oggi vive in un eremo nei pressi di Enna, dove intreccia canti gregoriani e appunti visionari sul mondo. Non ha mai fatto del male a nessuno. Solo rumore.

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5 risposte

  1. Avatar Elisa

    …. Questo Erode ci sta simpatico… Ci sta nel presepe… Diglielo alla maestra…. Non è quello che stermina i bambini perché non vuole perdere il potere…. è quello disposto a perdere il potere pur di sterminare l’ingiustizia…. è Erode l’ eroe…un po’ il Batman nella Gotham City dell’ antica Giudea…che poi non è poi così antica…anzi è molto, molto contemporanea…

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Fin troppo assai contemporanea. Quella Giudea. E queste ingiustizie.

  2. Avatar Antonio Gaggera

    Anch’io sono stato un contabile isterico. Mi è rimasta solo l’isteria.
    😁😁😁

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Non mi pare.

  3. […] So di avervi già spiegato più o meno questa storia, ma mai per bene. […]

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